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A Washington la marcia “per la vita” degli studenti, contro le armi (e Trump)

La "March for Our Lives" si dovrebbe svolgere a Washington il 24 marzo, organizzata dagli studenti sopravvissuti alla sparatoria di Parkland in Florida

Emma Gonzalez, la studentessa che è intervenuta sabato 17 febbraio in un discorso a Fort Lauderdale

Sarebbe la terza marcia in diciotto anni sul tema del controllo delle armi e la sua organizzazione ha preso il via dopo il comizio degli studenti di sabato a Fort Lauderdale, in cui la studentessa Emma Gonzalez ha duramente attaccato i politici sostenuti dalla NRA, e Trump. E mentre il Presidente apre uno spiraglio per una legge bipartisan al Senato, i giovani sono chiari: la strage di San Valentino sia il punto di svolta sull'annoso dibattito delle armi

Il 14 maggio di quasi diciotto anni fa, presidente era George W. Bush, ci avevano provato le mamme, con la Million Mom March durante il Mother’s Day del 2000. Poi, la marcia a favore del “controllo delle armi” del 26 gennaio 2013, presidente Barack Obama, a seguito della tragedia di Sandy Hook che provocò la morte di 27 persone oltre all’omicida. Ora, a riprovarci, sono gli studenti della Florida. Che in queste ore, con la ferita della strage di San Valentino ancora aperta, hanno deciso di organizzare una nuova marcia contro le armi,  chiedendo una cosa chiara, semplice: quanto accaduto in Florida, “non succeda mai più”.

Nikolas Cruz (Foto tratta da un video su Today.com)

I giovani sopravvissuti alla tragedia di Parkland, dove il 14 febbraio il 19enne Nikolas Cruz ha aperto il fuoco provocando la morte di 17 persone in un liceo a una cinquantina di miglia da Miami, hanno deciso di dire basta. E hanno fatto sapere ai media americani che sono determinati a far diventare la sparatoria di San Valentino come il “turning point”, il punto di svolta sul dibattito sulle armi, che da anni tiene banco negli Stati Uniti nei giorni successivi alle stragi, salvo poi finire nel dimenticatoio dell’attualità poco dopo.

14 Dicembre 2012: alcuni bambini della Sandy Hook Elementary School portati in salvo dai poliziotti

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I giovani, capitanati da quattro studenti sopravvissuti alla sparatoria, Emma Gonzalez, David Hogg, Alex Wind e Jaclyn Corin, hanno detto di voler organizzare una marcia a Washington, con l’obiettivo di dire sì al controllo delle armi. E di opporsi a un Secondo Emendamento fuori dal tempo e fuori dalla logica, che continua a regalare fin troppe concessioni a un diritto macchiato di sangue. Un’iniziativa che “non riguarda il Partito Repubblicano e non riguarda i Democratici. Riguarda gli adulti. Ci sentiamo trascurati e, a questo punto, o sei con noi o sei contro di noi”, ha detto ad ABC News un altro studente, Cameron Casky. La marcia, che dovrebbe tenersi il prossimo 24 marzo a Washington, ma anche in tutte le altre principali città d’America, dovrebbe avere un nome significativo: “March for Our Lives”.

“Non comprendiamo il motivo per cui dovrebbe essere più difficile fare dei piani con gli amici nel weekend, che comprare un’arma automatica o semiautomatica. In Florida per comprare una pistola non hai bisogno di un permesso, non hai bisogno di una licenza, e una volta comparata non hai nemmeno bisogno di registrarti” ha detto la studentessa Emma Gonzalez, sopravvissuta a Parkland, in un lungo discorso di protesta a Fort Lauderdale sabato 17 febbraio, con le lacrime agli occhi. Gonzalez si è rivolta agli avvocati di Nikolas Cruz: “Vergogna”. Poi a tutti i politici, di entrambe le parti, che hanno preso soldi dalla NRA: “Vergogna”. Poi un attacco a chi oggi detiene il potere: “Le persone al governo che sono state votate per andare al potere ci stanno mentendo”. E un messaggio, chiaro, al Presidente Trump. “C’è un tweet che vorrei sottolineare: ‘Tanti segnali che l’assalitore era mentalmente disturbato, espulso per cattiva condotta. Vicini e compagni sapevano che era un problema. Bisogna sempre segnalare queste cose alle autorità’. Ma noi lo avevamo segnalato. Da quando era alle medie. Nessuno di noi, che lo conoscevamo, si è stupito” ha detto Gonzalez, proseguendo: “Ora dicono che era un problema di salute mentale. Non sono psicologa ma questo non è solo un problema di salute mentale. Non avrebbe ucciso tanti studenti con un coltello! Quanti soldi ha preso Trump dalla NRA? Trenta milioni di dollari. Diviso per il numero di vittime per arma da fuoco in Usa solo dall’inizio del 2018, sono 5.800 dollari. Questo vale la gente per te, Trump?”.

Il Presidente, dalla sua, nelle ore immediatamente successive alla sparatoria di San Valentino aveva tenuto un profilo piuttosto basso, accorto. E nel discorso alla nazione era riuscito a non pronunciare mai, nemmeno una volta, la parola “armi”. Poi, però, dopo le polemiche delle ultime ore e il comizio degli studenti a Fort Lauderdale di sabato 17 febbraio, lo stesso Presidente sembra aver cambiato il tiro. Lo ha fatto spesso, nei primi 12 mesi di presidenza. Lo ha fatto anche sul tema delle armi, attraverso le parole del Principal Deputy Press Secretary Raj Shah, che lunedì 19 febbraio ha reso noto che “mentre le discussioni sono in corso e delle revisioni (alle leggi di oggi, ndr) sono in fase di considerazioni, il Presidente sostiene gli sforzi per migliorare il sistema federale del controllo dei precedenti (background check system, ndr)” . Un piccolo spiraglio per un problema di cui si parla da sempre senza mai risolverlo, che va oltre presidenti ed amministrazioni, e per il quale servirebbe più che mai una battaglia condivisa. Prima che finisca di nuovo nel dimenticatoio.

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