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Marco Cappato con la forza dell’opinione pubblica in difesa dell’eutanasia

Intervista a New York all'esponente radicale Marco Cappato, convinto che su certi temi in Italia si potrà tornare indietro "soltanto se non c’è democrazia"

Protagonista alle Nazioni Unite per una conferenza sulla libertà della scienza e ad un anno dalla morte in Svizzera di Dj Fabo, il tesoriere dell'Associazione Coscioni sull'eutanasia e i diritti civili dice a La Voce: "Se riusciamo a conquistare un minimo di condizioni di democrazia, è proprio l’opinione pubblica che ci permetterà di andare avanti... È il contesto europeo a garantire maggiori libertà e diritti, anche quando lo stato nazionale cerca di impedirlo"

Marco Cappato, che da anni in Italia si batte per il diritto alla morte degna, due settimane fa é stato in tutte le pagine dei giornali italiani per la fine del processo in cui era imputato per aver “agevolato” la morte di Fabiano Antoniano, conosciuto come dj Fabo, e che proprio il 27 febbraio di un anno fa, morì in Svizzera dove Cappato lo aveva accompagnato per ottenere il suicidio assistito negato in Italia. Cappato al processo non é stato assolto, nè condannato: la decisione sul caso é stata inviata alla Corte Costituzionale e la sua sentenza diventerà storica. Dopo la morte di dj Fabo, in Parlamento si è dibattuto finalmente dell’eutanasia e almeno l’Italia ha oggi una legge sul “bio testamento”,  sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento. “Ogni passaggio della sua vicenda e del processo scaturito dalla mia disobbedienza civile ha determinato una presa di coscienza dell’opinione pubblica, che ha consentito al Parlamento di superare veti e ostruzionismi. Nonostante una campagna elettorale nella quale il tema è stato completamente rimosso, ci impegneremo affinché la nostra legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia sia discussa all’inizio della prossima legislatura”, ha dichiarato Cappato proprio in occasione dell’anniversario della morte di Fabiano.

Fabiano Antoniani

La Voce ha incontrato Cappato la scorsa settimana al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite dove si trovava per partecipare ad una importante conferenza per il diritto alla scienza e di cui l’esponente dell’associazione Luca Coscioni ha scritto già qui, e gli abbiano posto alcune domande a proposito di eutanasia.

Marco Cappato, nella lotta politica ti ci sei buttato con tutto il corpo. C’è stato un processo  sul caso DJ Fabo, che non è finito perché si andrà alla Corte Costituzionale: ma sei soddisfatto della reazione che c’è stata in Italia a questa vicenda?

 “Ho riscontrato enorme sostegno di opinione pubblica, perché nonostante la politica ufficiale abbia voluto affrontare poco il tema dell’eutanasia, probabilmente le persone hanno vissuto questa esperienza, personalmente, privatamente, accanto al parente o all’amico e si sono riconosciute nell’importanza di drammi come questo, che in tanti hanno provato sulla propria pelle. Quindi questo è il primo risultato senza il quale poi anche la vicenda giuridica e politica non avrebbe avuto il rilievo che invece ha avuto”.

E sul piano del processo? Quali reazioni hai visto?

“Beh, noi chiedevamo esattamente questo. Cioè non che si discutesse se è legale o no accompagnare una persona in Svizzera, perché questo lo può fare solo chi ha 12mila euro e ha le condizioni di andarci. Quello che io penso sia importante sapere, e ora lo potremo sapere dalla Corte Costituzionale, è se in Italia c’è il diritto per una persona in condizioni di sofferenza insopportabile o di malattie indicibili, di poter scegliere e di poter essere aiutata a terminare le proprie sofferenze, se questa è la sua volontà. Ovviamente le persone che vogliono essere aiutate a vivere e a resistere alla malattia e alla sofferenza devono allo stesso modo essere aiutate a farlo nel miglior modo possibile”.

Una immagine della conferenza tenuta alle Nazioni Unite giovedì organizzata da “Associazione Luca Coscioni”, con “The American Association for the Advancement of Science” e la Missione permanente d’Italia alle Nazioni Unite. A destra Marco Cappato, mentre ascolta l’intervento dell’ambasciatore italiano all’ONU, Sebastiano Cardi (Foto VNY)

La lotta che voi conducete con l’associazione Coscioni: siamo arrivati a un punto di svolta in Italia? Ad esempio negli Stati Uniti alcuni stati hanno introdotto l’eutanasia. Credi che ormai i tempi siano maturi anche per l’Italia o passeranno ancora tanti anni?

“Io penso che si arriverà a questo risultato perché col progresso scientifico il limite del morire si sposta sempre più in là, la tecnica consente di far vivere sempre più a lungo. Ovviamente si consente che non siano le macchine a decidere per noi, ma che noi siamo a decidere in questa fase più lunga del morire. Un conto è se ci si arriva adesso, o tra 15 anni. Ci si arriverà, non manca tanto tempo. Però in mezzo c’è la sofferenza di tantissime persone che oggi chiedono di poter essere libere di decidere e per le quali tra 2-3 anni sarà troppo tardi”.

Il vostro rapporto con la Chiesa cattolica, che è una presenza religiosa ma a Roma è anche politicamente forte: rispetto al passato ci sono dei canali di dialogo? Cosa sta avvenendo?

“La posizione del Vaticano non è cambiata: la difesa della vita fino alla fine e quindi la contrarietà all’eutanasia, non considerando l’elemento di libertà a mio avviso necessario per la vita fino alla fine. Quello che è cambiato è l’atteggiamento nei confronti della politica, cioè il Vaticano ha rinunciato a mobilizzare, quasi militarizzare, come avevano fatto in questi anni con Ratzinger e con Luini. E questo apre la strada a una differenza tra come il cattolico decide di vivere per sé stesso i dogmi o i precetti della Chiesa, e quella che invece diventa legge dello Stato che deve valere per tutti. Ecco, questa differenza si sta aprendo in modo più netto. Quindi anche se il Papa non ha cambiato la sua posizione, rispetto al passato c’è una libertà nelle decisioni parlamentari che ha portato ad esempio all’approvazione della legge sul testamento biologico, e anche sulle unioni civili”.

Quindi l’impronta diversa è del nuovo Papa, Francesco?

“Credo sia stato importante”.

Dei modelli che ci sono all’estero, a quale l’Italia potrebbe ispirarsi di più? O ci sarà solo un modello italiano?

“Non bisogna essere ideologici, bisogna verificare sulla base dei risultati. I modelli europei sono tutti positivi: Olanda, Belgio, Lussemburgo e Svizzera. Lo sono nello stabilire delle condizioni precise e anche abbastanza restrittive per concedere l’accesso all’eutanasia. Non si tratta di liberalizzare, ma di mettere un’alternativa legale all’eutanasia clandestina e ai suicidi per disperazione. Ma questo si deve fare in un quadro di controlli molto severi. Perché una persona che chiede di morire, magari è una persona che chiede solo di essere aiutata. Magari aiutata a vivere, con una terapia del dolore più appropriata, con un’assistenza sociale contro la disperazione della solitudine. Solo quando si è verificato che la persona è ampiamente assistita e che la sua volontà è ferma, e non è solo risultato di un momento estemporaneo di depressione, allora a quella persona va garantito il diritto di scegliere”.

A New York tra i candidati: da sinistra Luca Palazzotto, Mariateresa Cascino, Roberto Ciliberto, Marco Cappato, Cesare Romano e Francesco Galtieri mercoledì sera al ristorante Viceversa di Manhattan, per la presentazione di +Europa con Bonino (Foto VNY)

Ultima domanda, sulle elezioni in Italia. Cosa ti aspetti? Temi che ci possa essere un ritorno indietro su certe questioni, oppure pensi che comunque vada questi siano temi che abbiano attecchito?

“È uscito di recente un sondaggio sul Gazzettino, che dice che il 73% degli elettori a nord-est sono favorevoli all’eutanasia legale. Sai tra gli elettori leghisti quanti sono favorevoli? Il 78%. Cosa significa? Che soltanto se non c’è democrazia e i partiti riescono a fottersene della volontà degli elettori, si potrà tornare indietro su temi come il fine vita o le unioni civili. Certo, se fotografiamo solo le posizioni dei partiti sarà molto difficile andare avanti, ma se riusciamo a conquistare un minimo di condizioni di democrazia, è proprio l’opinione pubblica che ci permetterà di andare avanti, e l’Europa. Perché io, anche se non da candidato, sostengo la lista +Europa con Emma Bonino, proprio perché è il contesto europeo a garantire maggiori libertà e diritti, anche quando lo stato nazionale cerca di impedirlo”.

Ma la tua mancata candidatura a cosa è dovuta?

“Volevo evitare ci fosse una sovrapposizione tra il processo e le elezioni e in modo che i giudici avessero la massima libertà di decidere non sul candidato, ma sul cittadino”.

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