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Il reverendo e il giornalista, uniti nel loro sacrificio contro la guerra

A 50 anni dall'assassinio di Martin Luther King, voglio ricordare anche il quindicesimo anniversario dal sacrificio di Julio Anguita Parrado

Julio Anguita Parrado - Martin Luther King

Se l’America avesse riflettuto più attentamente su quel discorso scomodo di Martin Luther King, forse le guerre successive, come quella in Iraq, non sarebbero avvenute e Julio, forse, starebbe ancora correndo per le strade di New York con la sua bicicletta per raccontare un’America più giusta e solidale di questa

Questa settimana si celebrano due anniversari: il primo, di portata mondiale, è il cinquantesimo dell’assassinio di Martin Luther King, il pastore battista apostolo dei diritti civili e della non-violenza e il secondo è il quindicesimo dell’uccisione, a poche miglia da Baghdad, di Julio Anguita Parrado, l’inviato del quotidiano spagnolo El Mundo. I lettori mi perdoneranno questo appaiamento che può sembrare azzardato e che è senz’altro molto personale e soggettivo, ma non privo di fondamento.

Martin Luther King

Un anno esatto prima della sua morte, il 4 aprile 1967 il Dr. King tenne uno dei suoi discorsi più importanti e controversi davanti a 3000 persone stipate nella Riverside Church di Harlem a New York e dopo aver stabilito un collegamento logico e morale tra difesa dei diritti civili e opposizione assoluta alla guerra in Vietnam giungeva alla conclusione che “Oggi abbiamo davanti una scelta fra coesistenza non-violenta o violenta distruzione reciproca. (…) Dobbiamo trovare nuovi modi di parlare a favore della pace in Vietnam e della giustizia in tutti il mondo in via di sviluppo, un mondo che confina con le nostre case”.

Proponeva poi alcune misure concrete che includevano l’immediato ‘cessate il fuoco’ e il ritiro di tutte le truppe americane. I grandi giornali liberal che l’avevano sostenuto fino a quel momento gli girarono le spalle, l’amministrazione del Presidente Johnson, che pure aveva sostenuto molte delle richieste del movimento per i diritti civili, espresse dubbi sul patriottismo di King e persino molte associazioni afroamericane giudicarono inopportuna la sua posizione totalmente pacifista che rischiava di far passare in secondo piano le questioni di uguaglianza razziale ancora aperte.

Come con il suo discorso più famoso, noto come “I have a dream” (1963) aveva espresso una speranza largamente condivisa dall’America migliore, con “Beyond Vietnam” veniva accusato di dividere non solo il paese, ma addirittura il fronte progressista e la stessa comunità nera. Ma, come disse lo stesso King in apertura del suo discorso, viene un momento in cui il silenzio è tradimento. E King parlò, ma dopo 4 anni il sogno era diventato incubo.

Julio a New York l’11 settembre 2001

Julio aveva 32 anni, gli ultimi 6 della sua vita li abbiamo passati insieme a New York; aveva chiesto l’aspettativa dal posto sicuro che aveva nella redazione del giornale e si era ritagliato un ruolo da collaboratore pur di vivere nella città che sembrava fatta apposta per lui con quel ritmo frenetico e la straordinaria energia che trasmette. Figlio di uno dei leader politici più influenti e stimati della Spagna democratica, Julio fece la sua gavetta e cominciò a firmarsi omettendo il cognome paterno perché voleva essere riconosciuto solo per quello che valeva. Il soggiorno di casa nostra, dal quale sto scrivendo in questo momento era il suo ufficio. Da queste finestre abbiamo visto insieme l’orrore dell’11 settembre e credo che Julio fu il primo giornalista al mondo a dare la notizia in redazione, prima di saltare sulla sua bicicletta per andare di corsa a vedere di persona cos’era successo. Lo vide e lo raccontò con degli articoli che, senza nulla togliere al resoconto oggettivo, erano un’elegia sofferta per una città da lui amatissima, colpita al cuore, ma pronta a rialzarsi.

Due anni dopo, mentre Bush si preparava alla guerra all’Iraq, Julio chiese per tre volte durante una conferenza stampa all’ONU alla Ministra degli Esteri spagnola De Palacio se avesse visto con i suoi occhi le prove dell’esistenza delle armi di distruzioni di massa che erano diventate la scusa per la guerra e che il Segretario di Stato Powell diceva di aver mostrato ai governi alleati. E per tre volte la Ministra cincischiò, cambiò argomento e non rispose. Adesso sappiamo che quelle prove non poteva averle viste perché non esistevano. La decisione che Julio, pacifista e obiettore di coscienza, aveva preso di partire per il fronte come giornalista incorporato nella Terza Divisione di Fanteria USA mi sgomentò, ma non mi sorprese. Lui, se doveva raccontare una guerra, voleva esserci; voleva vederla, sentirla, annusarla, non scopiazzare i dispacci di agenzia o i bollettini ufficiali dell’esercito. Anche per lui, come per King, a un certo punto il silenzio diventa tradimento e lui non era disposto a tradire la sua missione di verità.

Julio fu ucciso esattamente 15 anni fa, il 7 aprile 2003 a pochi chilometri da Baghdad. La sua storia commosse la Spagna alla quale nelle settimane precedenti aveva raccontato dalla prima pagina del suo giornale le assurdità e la quotidianità della guerra. Fu uno dei 150 giornalisti uccisi in quel conflitto, una delle centinaia di migliaia di vittime civili e militari di una guerra che, come quella del Vietnam, ha lasciato solo sconfitti. Se l’America avesse riflettuto più attentamente su quel discorso scomodo di Martin Luther King, forse le guerre successive non sarebbero avvenute e Julio, forse, starebbe ancora correndo per le strade di New York con la sua bicicletta per raccontare un’America più giusta e solidale di questa.

 

 

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