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“Moralmente inadatto”: la stoccata di Comey a Trump che fa parlare il mondo

L'intervista dell'ex direttore dell'FBI licenziato da Trump precede l'uscita del suo libro, in cui il Presidente viene descritto come un boss mafioso

L'ex direttore dell'FBI James Comey durante la sua intervista alla rete Abc.

Ciò che rimarrà a lungo dell'intervista di James Comey, già direttore dell'Fbi licenziato da Donald Trump, è quel giudizio tranchant, "moralmente inadatto", appiccicato addosso al presidente USA. Ma, oltre a questo, c'è molto di più: come la convinzione che vi sia stata ostruzione alla giustizia e forse anche collusione con Mosca. E l'autodifesa su come Comey gestì l'"E-mail gate" di Hillary Clinton

Donald Trump? È “moralmente inadatto” a guidare gli Stati Uniti. Parola dell’ex direttore dell’Fbi James Comey, divenuto ex, appunto, per decisione di Trump, che ha detto la sua nella primissima intervista televisiva rilasciata da quando, lo scorso maggio, è stato rimosso dal suo incarico. Un’intervista – trasmessa dalla rete Abc – ricchissima, peraltro, di stoccate nei confronti del Commander-in-Chief. Tra le più rilevanti, il fatto che Comey abbia dichiarato “possibile” che vi sia stata collusione con la Russia, che abbia fatto capire di considerare il Presidente un bugiardo almeno a partire dal loro incontro successivo all’inaugurazione, e che ritenga vi sia stata, in certa misura, “ostruzione alla giustizia”. Il tutto, alla vigilia dell’uscita del suo libro – “A Higher Loyalty: Truth, Lies, and Leadership” -, che ufficializza “de facto” lo stato di “guerra virtuale” in corso tra l’ex direttore dell’Fbi e l’uomo più potente della terra.

Non a caso, il “cuore” dell’intervista – quella che tutte le testate hanno ripreso – è il momento in cui Comey asserisce di non credere, a proposito di Trump, “alle storie che sia mentalmente incapace o che sia alle prime fasi di demenza”: “Non penso sia medicalmente inadatto, penso che sia moralmente inadatto ad essere presidente”. “Il nostro presidente deve incarnare il rispetto e aderire ai valori che sono al cuore del nostro paese, il più importante dei quali è la verità – ha proseguito l’ex capo dell’Fbi – questo presidente non è in grado di farlo”. Comey ha rimarcato il fatto che una persona come Trump che “parla e tratta le donne come pezzi di carne” e che “mente costantemente su cose importanti come su quelle meno importanti e che insiste sul fatto che il popolo americano gli creda, questa persona non è adatta ad essere il presidente dagli Stati Uniti, per ragioni morali”.

E proprio perché al centro dell’intervista e del libro stesso vi è la questione morale e di leadership, qualcuno ha ritenuto inopportune e fuori tema le varie notazioni “politicamente scorrette” sulla capigliatura o sul colorito del Presidente: «Il suo viso era leggermente arancione… i suoi capelli biondo chiaro erano curati in modo impressionante e a un’ispezione ravvicinata sembravano proprio suoi», si legge, ad esempio, in quelle pagine infuocate. Notazioni, ad ogni modo, che non sono nulla a confronto dell’impressione generale che emerge di Trump, la cui figura acquisisce le sembianze di un “boss mafioso”: «Il silenzioso consenso da cui è circondato. Il capo in controllo completo. I giuramenti di lealtà. La visione del mondo di “noi contro tutti”. L’uso sistematico della menzogna per tutte le cose, grandi e piccole, al servizio di un qualche codice di condotta che colloca l’organizzazione al di sopra della morale e al di sopra della verità». Conclusione: «Il presidente è senza etica, scollegato dalla verità e dai valori istituzionali».

Ad ogni modo, l’intervista di Comey – come giustamente è stato osservato dalla stampa americana -, darà modo tanto ai suoi sostenitori quanto ai suoi detrattori di rafforzare le proprie posizioni. Qualcuno, tra le altre cose, lo accusa di scarsa coerenza per aver svelato, durante la campagna elettorale del 2016, il contenuto del dossier sull'”E-mail gate” di Hillary Clinton, favorendo de facto il suo avversario Trump. Ma Comey è stato, in generale, molto criticato – tanto dai trumpisti quanto dai clintoniani – per come gestì lo scandalo in capo all’ex segretario di Stato. Tra i momenti più dibattuti, quando l’ex direttore dell’FBI annunciò, nel luglio 2016, di non aver raccomandato accuse nelle indagini sulle e-mail di Clinton, ma poi, in una mossa molto controversa, dichiarò al Congresso, pochi giorni prima delle elezioni, che l’FBI stava esaminando ulteriori e-mail in relazione alle indagini. All’inizio di novembre, Comey informò i legislatori che quelle e-mail non giustificavano ulteriori azioni.

Proprio a questo proposito, durante l’intervista ha continuato a difendere la sua condotta al riguardo: “La risposta più onesta”, ha dichiarato, “è che ho sbagliato un paio di cose. Ma dopotutto, ha aggiunto, “queste erano decisioni che sono state prese con più attenzione per preservare il valore delle istituzioni”, ha spiegato. “È stato terribile per me, ma penso ancora che fosse la cosa giusta da fare”. L’autocritica, ad ogni modo, non è mancata: “Avrei dovuto lavorare di più per trovare un modo per comunicare che si trattava più di un semplice errore, ma non un comportamento criminale, e trovare parole diverse per descriverlo”, ha detto Comey. E, riferendosi alla condotta dell’ex segretario di Stato e poi candidata alle elezioni, ha specificato: “Questo è avvenuto nel corso di quattro anni, dozzine di conversazioni per e-mail su argomenti segreti”, ha detto Comey. “E penso otto su argomenti top secret… Quindi, se devo essere onesto, devo dire che in qualche modo si è trattato di qualcosa di più che ordinaria sciatteria”. Nella dichiarazione rilasciata il 5 luglio 2016, infatti, l’allora direttore dell’FBI descrisse il comportamento della Clinton come “estremamente negligente”. Inizialmente – ha spiegato durante l’intervista – considerò l’uso dell’espressione “grave negligenza”, ma, ha poi aggiunto all’intervistatore Stephanopoulos, si trattava di un “termine da avvocato”. Al di là di tutto ciò, Comey ha confessato di essere rimasto molto stupito dalla vittoria di Donald Trump, aggiungendo che la sua convinzione che sarebbe stata la Clinton a vincere potrebbe aver giocato un ruolo nel modo in cui condusse l’indagine.

Clinton a parte, l’intervista di Comey e le stoccate al Presidente hanno suscitato piccate reazioni da parte della Casa Bianca. Già dalle ore precedenti alla messa in onda dell’intervista, in effetti, il presidente Trump aveva ingaggiato una vera e propria guerra di tweet contro Comey, rispondendo – per così dire – “pan per focaccia” alle sue accuse. «James Comey è un comprovato spione e bugiardo. Di fatto tutti quanti a Washington pensavano che sarebbe dovuto essere licenziato per il suo penoso modo di lavorare, fino a quando, infatti, fu licenziato. Aveva diffuso informazioni classificate, cosa per la quale dovrebbe essere perseguito. Ha mentito sotto giuramento davanti al Congresso. È una persona debole, una palla di fango che è stato, come si è visto, un terribile direttore dell’Fbi. Basta vedere come ha gestito il caso delle mail della “corrotta” Hillary Clinton… È stato un mio grande onore licenziare James Comey», ha twittato il Presidente. E ancora: “Non ho mai chiesto a Comey la sua personale lealtà. Lo conosco appena. E’ solo un’altra delle sue tante bugie. I suoi ‘memo’ sono a suo uso e consumo e fake”, ha fatto sapere Trump. “Le grandi domande non trovano risposta nel libro mal scritto di Comey, come ha avuto informazioni classificate (prigione), perché ha mentito al Congresso (prigione), perché i Democratici si sono rifiutati di consegnare i serve all’Fbi (perché non li hanno presi), perché i memo falsi, i 700mila dollari di McCabe e altre?”. Per non parlare, poi, di quella etichetta appiccicata a Comey quale “il peggior direttore della storia del Bureau”. Rimbrotti destinati ad acuirsi con l’uscita di quelle pagine scottanti…

 

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