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Trattativa Stato-mafia, una sentenza terribile

E’ stata prefigurata la soglia di una “verità” che deve coinvolgere, nella sua acquisizione, tutto in uno, Magistratura Parlamento e Governo

Ecco la terribilità che circonda e sostiene questa sentenza. Questo cupo grigiore, viene dall’esterno delle aule di giustizia. Sale da uno stridore di chiamata alle armi; dal cupo rameggiare di folle istituzionali; dal tonfo di confini fra i Poteri dello stato che cadono nell’incalzare di eccitamenti e di istigazioni

A Palermo, la Corte di Assise ha stabilito che la Trattativa Stato-mafia c’è stata. E’ una sentenza terribile. Sì, le motivazioni: ci mancherebbe. Ci sarà un giudizio di secondo grado, a partire da queste. Però, già così, è terribile. Riina, favorito al momento del suo arresto? Non è vero. Lo ha stabilito un Tribunale (e la Procura non propose impugnazione). Provenzano, durante la latitanza? Nemmeno. Lo ha stabilito un altro Tribunale (e una Corte di Appello e la Corte di Cassazione, hanno confermato).  Cosa Nostra, dopo aver deciso in autonomia la Strage di Capaci, fu invece “indotta”, da una trattativa, ad agire in Via D’Amelio? “La eventualità che la strage di via D’Amelio sia stata determinata dall’esigenza di eliminare un ostacolo ad una “trattativa”, in corso fra lo Stato e la mafia, è rimasta una mera ipotesi…”. E anche le virgolette sono del Tribunale “confermato”.

Il 41 bis? “…sulla vicenda del 41 bis nel carcere di Pianosa, emerse non il sospetto che i Ros favorissero la revoca del regime del 41 bis, ma il diverso sospetto che in quei contesti utilizzassero, dentro le carceri o attraverso il ricorso a confidenti, informali metodi polizieschi per ottenere sbrigativamente i risultati desiderati…”,  si legge nella sentenza del giudizio abbreviato-Trattativa, che ha assolto Calogero Mannino (è in corso l’Appello). Di sicuro, non un difetto di rigore penitenziario; forse un eccesso, semmai: anche se si precisa che i Capi del Ros, probabilmente, si limitarono a mantenere “un particolare riserbo su questi sistemi, magari per una sorta di ritegno ad affrontare il problema, o di ragion di stato interna”.

Il cd. “papello”? Il segno probatorio di Massimo Ciancimino, oggi pure condannato ad otto anni per calunnia in danno del Prefetto Gianni De Gennaro, era stato riassunto in termini di “avventura processuale”, nelle stessa sentenza-abbreviato Mannino.

Ma non è questa rete di contraddizioni decisorie, che rende la condanna di oggi terribile. E’ formalmente legittimo: certo, come si vede, è complicato.

Venticinque anni “alla sbarra”, “ipotesi di reato” definite come elastici, prove ridotte a cabale sacerdotali, riducono la “forma processuale” docile materia al servizio di una dimensione aleggiante, e “ulteriore”. Non un “confronto dialettico”, ma un’onda immensa, di fronte alla quale, non si può che soccombere; o al primo urto, o per sfinimento. Il diritto non c’entra: è un’ordalia. Confutate cento dichiarazioni, e ce ne sarà sempre un’altra, che, da sola, rimette tutto in gioco; venite a capo di 100.000 pagine, e altre 100.000 ne vengono “formate”; ripetete l’analisi, il chiarimento, e arriva un altro “deposito”. E così via. Se vi riesce, nel 2018, pensate a dieci minuti scalzi sui carboni ardenti (l’equivalente minimo della “qualità di indagato/imputato” fatta assumere per un quarto di secolo), e poi ne riparliamo, di “accertamento di colpevolezza”.

E questo è senz’altro terribile. Ma è ancora “un terribile processuale”. Per cogliere ciò che rende terribile il senso di questa condanna, però, dobbiamo fare un altro passo.

Due settimane fa, ad Ivrea, il dott. Di Matteo, Pubblica Accusa nel processo, parlando al plurale, rivolto ad un’assemblea che contava i vertici inneggianti del M5S, seriamente candidato al governo della Repubblica, ha scandito: “Dobbiamo dare un nome e un cognome a quelle entità esterne a Cosa Nostra… Un governo autorevole, un parlamento libero, ed una Commissione parlamentare antimafia incisiva, non possono fermarsi nella ricerca della verità, temendo che sia troppo scomoda e scabrosa”. E’ stata prefigurata la soglia di una “verità” che deve coinvolgere, nella sua acquisizione, tutto in uno, Magistratura Parlamento e Governo.

Ecco la terribilità che circonda e sostiene questa sentenza. Questo cupo grigiore, viene dall’esterno delle aule di giustizia. Sale da uno stridore di chiamata alle armi; dal cupo rameggiare di folle istituzionali; dal tonfo di confini fra i Poteri dello stato che cadono nell’incalzare di eccitamenti e di istigazioni.

La caduta dei confini fra i poteri, non attiene al decisione di un giudice in sè considerata, ovviamente (è nota, la regola della madre sempre incinta: sicché, repetita, iuvant); ma risiede nell’uso “ulteriore” di una decisione giudiziaria; assunta a “prova positiva” di un “sistema insufficiente”: che richiama, ed esige, un “oltre”. Tale “oltre” sembra consistere nel porre la Repubblica, le sue Istituzioni, soprattutto la sua memoria politica, in stato d’assedio.

Il “Convitato di Pietra” non può essere, e non è, un uomo di 82 anni, se non quale meta contingente. E’, sarà, saranno, (nel giro di mesi, forse di qualche anno) i milioni di “inosservanti” la “verità”.

I mezzi, per lunga meditazione, sembrano approntati.

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