Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

Ventisei anni da Capaci. Povero Falcone. E poveri noi

“Non sappiamo ancora la verità”. Il più velenoso, il più micidiale dei dogmi, perché ha educato un’intera generazione di italiani a diffidare della conoscenza

foto Capaci

Una foto scattata dopo la strage di Capaci (foto tratta da lostivale.it)

Scoppiano, anno dopo anno, mese dopo mese, una per una, le bolle dell’Antimafia Organizzata: Helg, Saguto, Montante. Tuttavia, questi sono solo i segni di superficie. Pare piuttosto un modo di ridurre questioni ampie ad icone; c’è tanfo di Capro Espiatorio. Il guasto è profondo, invece; e riguarda il Sistema Istituzionale Antimafia

Qualche giorno fa, il dott. Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo, commemorando la Strage di Capaci di cui ricorre il 26° anniversario, ha affermato: “In tanti sanno, ma restano in silenzio”. Quindi, ampliando il quadro del suo giudizio: “Questo è un paese che non è riuscito a sapere la verità sulla strage di Portella della Ginestra del 1947, che inaugurò la strategia della tensione in Italia. Un paese che non è riuscito a conoscere la verità sulle stragi neofasciste”. Per dire che, in verità, la storia repubblicana sarebbe essenzialmente una lunga menzogna.

Portella della Ginestra: su una pietra, scolpita una scritta in ricordo dei morti del 1 maggio 1947

Portella della Ginestra: su una pietra, scolpita una scritta in ricordo dei morti del primo maggio 1947

Si tratta di un dogma, propriamente detto. Che può condurre ad ulteriori aberrazioni. Se, infatti, ciò che non è, non è, pur dopo una vasta e accurata ricerca (superfluo, qui, fare riepiloghi) non ci sono alternative: o se ne prende atto, o si sostituisce un fatto con una congettura. Consideriamo, a titolo esemplificativo, proprio le “stragi neofasciste”.

Il dott. Guido Salvini, il giudice istruttore del Tribunale di Milano che più a lungo, e più compiutamente, se ne è occupato, ha rilevato “il ruolo nefasto ricoperto, negli anni ’90, da alcuni settori del mondo giudiziario, tra cui in primo luogo la Procura di Milano di Francesco Saverio Borrelli, nonché Felice Casson, di fatto capo o comunque libero di agire a nome della Procura di Venezia. I loro attacchi nei miei confronti, durati a lungo proprio negli anni decisivi delle indagini… hanno avuto le medesime conseguenze, almeno dal punto di vista oggettivo, di quanto avvenuto vent’anni prima, e cioè l’impossibilità di sviluppare le indagini sino ad un completo risultato di verità”. Salvini cercava condotte criminose, gli altri, implicazioni storico-sistematiche. Fermiamoci qui; e traiamone uno spunto di “metodo”, per così dire.

L’autorità giudiziaria inquirente, come può ricercare, così, talvolta inavvertitamente, può impedire l’accertamento della verità. Non, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza: ma la Magistratura che, peraltro, di quelle forze ha, a norma di legge (come si dice), la direzione funzionale.

Il magistrato Giovanni Falcone

Ora torniamo a Palermo: ma non senza prima aver ricordato, giusto perché oggi commemoriamo, che, proprio rivolta ai suoi Colleghi della Procura di Milano, la dott.ssa Ilda Bocassini, a tre giorni dalla Strage, disse: “L’ultima ingiustizia Giovanni l’ha subita proprio dai giudici di Milano: la rogatoria per lo scandalo delle tangenti gliel’hanno mandata senza gli allegati. Mi telefonò e mi disse: ‘Che amarezza, non si fidano del direttore generale degli affari penali”.

Se vi pare affiorare una certa cupa circolarità, fra certe “storie giudiziarie” e i loro attori, non chiedevi se sia un caso: perché non lo è.

Sostiene ancora il dott. Scarpinato che “…il processo Borsellino è una summa di tutti i depistaggi della storia italiana”. Aggiunge: “Abbiamo dei falsi collaboratori, c’è un processo a carico di esponenti delle forze di Polizia che sono accusati di avere costruiti a tavolino questi falsi collaboratori”.

Paolo Borsellino a Palermo il 20 giugno del 1992 ad un mese della morte di Giovanni Falcone

Ma, ammesso che i magistrati responsabili delle indagini si fossero affidati toto corde ad investigatori infedeli, che ne è stato di costoro (dei magistrati, s’intende)? Sono stati destituiti, quando si è scoperto, che, come minimo, è mancato il loro discernimento critico? Ammesso pure che i magistrati potessero “non sapere” quanto facevano soggetti istituzionalmente a loro sottoposti, qualcuno, in qualsiasi sede togata, ANM, CSM, anche in memoria dei magistrati Falcone e Borsellino, a partire da quelle indagini, e da quei processi “summa di tutti i depistaggi”, ha posto questioni di ordine generale sulle regole di reclutamento, sulle effettive valutazioni di professionalità dei magistrati? Non consta.

Nè, quest’ultima, paia questione di inerte rilievo burocratico-sindacalistico: perchè “La Regola della Intangibilità” è il cuore dell’Apparato, le uova del Drago. Queste, però, in bella mostra e ben protette.

Scoppiano, anno dopo anno, mese dopo mese, una per una, le bolle dell’Antimafia Organizzata: Helg, Saguto, Montante. Tuttavia, questi sono solo i segni di superficie. Pare piuttosto un modo di ridurre questioni ampie ad icone; c’è tanfo di Capro Espiatorio. Il guasto è profondo, invece; e riguarda il Sistema Istituzionale Antimafia, in quanto tale: le Procure Distrettuali, le regole probatorie, le fattispecie incriminatrici ridotte a gingle da convegno, il “parapenale” delle Misure di Prevenzione, delle Interdittive Antimafia; l’associazionismo parassita e mestierante; un corteggio di Commissioni parlamentari, di Enti “di gestione e di controllo”. Da oltre vent’anni, un andirivieni di “Colleghi”, fra Caltanissetta e Palermo, al quale appropriata epitome pare quella posta, già nel Luglio 1999, dalla buonanima della dott.ssa Gilda Lo Forti: hanno indagato su se stessi e si sono autoassolti (la perspicua osservazione nasceva a proposito dell’antica vicenda legata alla famosa indagine Mafia-Appalti: ma sembra avere, per così dire, un respiro più generale).

Un mondo spettrale, questo dell’Antimafia Organizzata, e infatuato di sé stesso: in cui nessuno mostra di interessarsi a quello che accade ogni giorno, a ciascuno, nella realtà della sua giornata. L’intera società è divisa in due, come su un tavolo da gioco. O si è potenziale “colluso”, o si è “vittima”: di un sistema vasto, invisibile, proteiforme, a cui si può, anzi “si deve”, volgere lo sguardo torvo e l’animo frustrato. In attesa che un qualche Buono e Giusto, venga a “dare ciò che vi hanno ingiustamente tolto”, o a “togliervi ciò che vi hanno ingiustamente dato”. Estromesso, da questo “ingiustamente”, ogni sensato e riconoscibile merito o demerito individuale.

Giovanni falcone e Paolo Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino il 27 marzo 1992 al palazzo Trinacria di Palermo (Foto di Tony Gentile)

Questa superstizione riassuntiva è l’effetto finale di quel dogma: “Non sappiamo ancora la verità”. Il più velenoso, il più micidiale, perché ha educato un’intera generazione di italiani, e forse più, a diffidare della conoscenza, della loro stessa capacità di intendere: le assoluzioni, sono sempre prova di una “verità nascosta” e mai di “una ipotesi falsificata”; un essere umano, inanimato campo di esercitazioni che si compiacciono di poter essere infinite, nel tempo, e nella materia trattata; e le Istituzioni della Repubblica, compromesse da un “Peccato Originale”: che ne giustifica, e ormai ne reclama, la dissoluzione, anche formale.

Povero Falcone. E poveri noi.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter