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La riforma del regolamento di Dublino: il cul-de-sac della politica migratoria europea

Lo scorso 5 giugno si è discusso in sede europea della riforma del regolamento di Dublino, ancora senza trovare un accordo

di Sergio Salvatore - the European Institute of Cultural Analysis for Policy (EICAP)

Lampedusa (Sicily), migrants boats (Credits: Carlo Alfredo Clerici / Flickr.com).

Il Regolamento definisce le responsabilità reciproche degli Stati dell'Unione Europea nei confronti dei richiedenti asilo. Ma la proposta di riforma, che intende trovare un compromesso tra il sistema attuale e la richiesta di quote obbligatorie, non ha trovato accordo tra i Paesi membri

Lo scorso 5 giugno, i ministri dell’interno degli Stati membri dell’Unione Europea si sono incontrati per discutere la proposta di riforma del Regolamento di Dublino III, che costituisce il quadro di riferimento delle politiche dell’Unione in materia di migrazioni.

Il Regolamento definisce le responsabilità reciproche degli Stati dell’Unione Europea nei confronti dei richiedenti asilo. Il principio fondamentale alla sua base è che i rifugiati non hanno il diritto di scegliere il paese cui rivolgere la richiesta di asilo – devono farlo nello Stato in cui entrano in Europa; inoltre, una volta ottenuto, lo status di rifugiato è limitato allo Stato cui è stato richiesto. Ad esempio, se un rifugiato arriva in Italia, è all’Italia che deve chiedere asilo; lo status di rifugiato non avrà valore per gli altri paesi, quindi il rifugiato non potrà trasferirsi in Germania, Svezia e così via.

Questo approccio ha sollevato numerose critiche da parte delle associazioni umanitarie e anche dalle Nazioni Unite – esso nega il diritto alla mobilità dei rifugiati, costringendo i migranti ad essere in qualche modo prigionieri dello Stato da cui sono entrati in Europa. Come qualcuno ha detto, il Regolamento di Dublino affida le politiche europee sulla migrazione alla geografia;  ciò in definitiva significa che la maggior parte del flusso migratorio è lasciato in carico agli Stati (Italia e Grecia principalmente) che, in ragione della loro posizione, rappresentano la porta d’accesso all’Europa.

Diversi paesi – e in particolare quelli più esposti ai flussi migratori – stanno premendo affinché il Regolamento sia modificato, nella direzione della definizione di quote di rifugiati che ogni paese dovrebbe accogliere indipendentemente dal paese nel quale il migrante è arrivato. In realtà, il meccanismo delle quote è stato già attivato come misura di emergenza nel momento più acuto della crisi dei rifugiati; tuttavia questa decisione non è riuscita a costituirsi come un riferimento vincolante, accettato da tutti i membri dell’UE.

La proposta discussa lo scorso 5 giugno è un tentativo di compromesso tra il Regolamento di Dublino e la richiesta di quote obbligatorie avanzata con forza da Italia, Grecia, Spagna e altri paesi. La proposta introduce il principio delle quote, ma con due “moderatori” che ne riducono l’impatto: a) le quote sono attivate solo se e quando il numero di rifugiati accolti da uno Stato UE supera una certa soglia (120% della quota prevista) e diventano obbligatorie solo dopo un’ulteriore soglia (140%); b) anche in caso di obbligatorietà, gli Stati membri possono sottrarsi ad essa e pagare un corrispettivo monetario per ciascun rifugiato che rifiutano di accettare.

Nessun accordo è stato raggiunto su questa proposta. Diversi Stati si sono opposti ad essa, sia pure per ragioni opposte – alcuni paesi dell’Europa dell’Est (ad es., l’Ungheria) l’hanno contrastata perché contrari all’idea delle quote, mentre l’Italia e altri paesi non concordano sul carattere non obbligatorio delle quote previsto dalla proposta. L’immagine di sé che l’Unione Europea ha offerto all’opinione pubblica è piuttosto triste e preoccupante: interessi egoistici, tatticismo e visioni di corto respiro sembrano dominare il campo. D’altra parte, ciò che è ancora più preoccupante è la logica della proposta e più in generale l’approccio implicito alle politiche migratorie che sembra essere condiviso dalla maggior parte degli attori coinvolti nella discussione. In proposito, vale la pena evidenziare due questioni principali.

Innanzitutto, una visione ragionieristica delle politiche dell’immigrazione, come se quest’ultima riguardasse meccanismi e cose, piuttosto che persone portatrici di diritti, bisogni e desideri. Per come è stata pensata, la strategia basata sulle quote implica che i migranti sono oggetti da dislocare in ragione di parametri funzionali; nessuno spazio è lasciato alle loro preferenze e progetti rispetto al paese in cui sperano di vivere. Come il progetto Re.Cri.Re. ha evidenziato, prima di essere un argomento etico, la cecità delle politiche nei confronti della componente soggettiva è da criticare sul piano dell’efficacia – come hanno sottolineato diversi osservatori, e come dovrebbe suggerire il buon senso, un sistema di distribuzione di migliaia e migliaia di persone che opera in contrasto con – o anche semplicemente indipendentemente da- la loro volontà, come se il problema fosse quello di spostare materialmente le persone, piuttosto che promuovere il loro investimento sulla nuova comunità di insediamento, è privo di ogni possibilità di successo.

In secondo luogo, l’idea alla base della monetizzazione delle quote. Da un lato, con questa idea un ulteriore passo avanti viene fatto nella direzione di concepire gli esseri umani come beni fungibili, cioè come oggetti scambiabili e sostituibili, dunque trasformabili in valore finanziario. Dall’altro lato, la monetizzazione dell’obbligatorietà comporta uno spostamento radicale dalla visione dell’Europa come spazio di solidarietà alla sua concezione (e pratica) come ambito mercantile di scambio dove attori portatori di interessi ricercano l’ottimizzazione del proprio utile individuale.

Ciò che dovrebbe essere riconosciuto è che l’UE non è solo impegnata nella ricerca di una soluzione efficace ed equa della crisi dei rifugiati.  Ciò che è in gioco – tanto sulla questione migrazione quanto su tutti i temi caldi che l’UE è chiamata ad affrontare (ad es, regole fiscali, ambiente, energia, sicurezza, produzione, commercio) – è la capacità di difendere e concretizzare la visione di l’Europa come comunità di destini.

Qualsiasi azione, qualsiasi proposta, qualsiasi decisione politica non è solo uno strumento da valutare in termini di efficacia locale. Piuttosto, ogni istanza di governo deve essere anche e principalmente riconosciuta come un atto di costruzione di significato – vale a dire: l’esercizio di una visione fondamentale del presente e del futuro dell’Europa che lentamente ma incessantemente forgia le istituzioni e le società europee. Potrebbe non essere lontano dal vero pensare che il problema principale dell’UE sia l’inconsapevolezza – o comunque la mancanza di interesse – dell’impatto simbolico di medio termine che le politiche e la politica hanno su come le persone e le istituzioni sentono e pensano l’Europa. La discussione sui flussi migratori e sui rifugiati è un chiaro esempio di tale cecità. E’ ovvio che le soluzioni tecniche e il compromesso politico sono necessari e vanno ricercati; tuttavia, nei tempi difficili di stravolgimenti culturali e istituzionali che stiamo attraversando, occorre prestare attenzione al fatto che qualsiasi iniziativa su un tema così importante contribuisce a scolpire le parole con le quali pensiamo il presente e del futuro del progetto europeo. Un nuovo approccio alla politica, consapevole di ciò, è quantomai necessario.

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