Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

Contro l’arbitrio e i nuovi fascismi, armiamoci di idee, il “sale della terra”

La "visione" e le idee che hanno ispirato i grandi uomini del passato sono il necessario antidoto alla nuova arroganza del potere

Un'attivista della manifestazione nazionale contro i fascismi, Roma, febbraio 2018 (Bruno / Flickr.com).

“Questo è il tempio dell’intelligenza. Voi state profanando il sacro recinto. E vincerete perché avete la forza bruta. Ma non convincerete. Perché, per convincere, dovrete persuadere. E per persuadere occorre proprio quello che a voi manca: ragione e diritto", scriveva Miquel de Unamuno, filosofo, ma anche poeta, scrittore, politico tra i più significativi del Novecento spagnolo

Miguel de Unamuno.

“Il fascismo si vince leggendo, il razzismo viaggiando”. È una delle frasi più celebri di Miquel de Unamuno, filosofo, ma anche poeta, scrittore, politico tra i più significativi del Novecento spagnolo. Personaggio dai comportamenti spesso contraddittori, criticabili e discutibili (l’iniziale adesione al franchismo, per esempio). Ma di indiscutibile valore e levatura morale.

In un articolo per il quotidiano palermitano “l’Ora” Leonardo Sciascia ricostruisce un significativo episodio accaduto il 12 ottobre del 1936 durante una cerimonia tenuta nell’aula magna dell’Università: “Ad un certo punto il generale franchista Millan Astry, invalido di guerra, grida il motto della Falange: “Viva la muerte!”. È la goccia che fa traboccare l’indignazione di Unamuno. “Sento un grido necrofilo e insensato: viva la morte! Ed io che ho passato la mia vita a creare paradossi che suscitavano la collera di coloro che non li capivano, io devo dirvi, come esperto in materia, che questo barbaro paradosso mi ripugna. Il generale è un invalido. Sia detto senza alcuna intenzione di sminuirlo. È un invalido di guerra. Anche Cervantes lo era. Ma oggi, purtroppo, in Spagna ci sono troppi invalidi. E presto ce ne saranno ancora di più, se Dio non verrà in nostro aiuto. Mi addolora pensare che debba essere il generale Millan Astray a dirigere la psicologia di massa. Un mutilato che non abbia la grandezza spirituale di Cervantes, cerca solo un macabro sollievo nel provocare mutilazioni attorno a sé”. Irato il generale Astray grida: “Abbasso l’intelligenza! Viva la morte!” E Unamuno: “Questo è il tempio dell’intelligenza. Voi state profanando il sacro recinto. E vincerete perché avete la forza bruta. Ma non convincerete. Perché, per convincere, dovrete persuadere. E per persuadere occorre proprio quello che a voi manca: ragione e diritto”.

Ragione e diritto: antidoto alla forza bruta, all’arbitrio, all’arroganza del potere, dei poteri. Contravveleno per quell’eterno (e non solo italico) fascismo che di questi tempi non si manifesta e si non esprime con il Fascismo comunemente inteso (quello di Benito Mussolini e i suoi manipoli di camicie nere); può benissimo avere la maschera di un demagogo o di un ciarlatano che invocano “primati”, ordine, pulizia, moralità. “Prima noi, poi, semmai, gli altri” è il nuovo stemma inciso nelle loro bandiere. E il “noi” va inteso un po’ ovunque, come coloro che o stanno bene, appagati in tutto e a nulla vogliono rinunciare; con a fianco tutti coloro che aspirano a raggiungere il livello di chi sta già bene, e percepisce come minaccia a questa sua aspirazione chiunque appaia o sia “diverso”: quei tanti “loro”  che, per il solo fatto di apparire o essere percepiti come “diversi”m sono considerati “perversi”,  da combattere, isolare, ricacciare indietro.

Queste pulsioni, queste tentazioni, questi rigurgiti non sono esclusiva della sola Italia. Li possiamo trovare un po’ ovunque nel mondo. E albergano, germinano, crescono anche in quei paesi che legittimamente si possono vantare d’essere culla di democrazia, e d’un vivere ispirato alla forza del diritto e non al diritto della forza. È proprio da queste “culle” che massimamente arriva il pericolo, che incombe il rischio di involuzioni gravi e di difficile recupero.

I possibili contavveleni. Si torna a de Unamuno, all’antidoto lettura, all’antidoto viaggio. Di possibili viaggi, si può parlare in altra occasione. Per ora, la lettura. Una, preziosa di questi tempi, è costituita da uno smilzo libretto di Giuseppe Antonio Borgese, siciliano di Polizzi Generosa, ma ben presto cittadino del mondo. Raffinato critico letterario, docente universitario, uno dei tredici professori che non giurarono fedeltà al regime fascista, e per questo la cattedra gli viene revocata. Rifugiatosi negli Stati Uniti, è autore di quel Goliath: the March of Fascism, che per acutezza e capacità di analisi e “visione” è da preferire a una intera biblioteca di saggi sulla materia.

Ebbene, Borgese, dal suo esilio americano, elabora una “utopia” di quelle che solo i “grandi” sanno concepire: “Una Costituzione per il mondo” (edizioni di Storia e Letteratura), che si avvale di una premessa di Thomas Mann e di una presentazione di Piero Calamandrei. Volume curato ottimamente da Silvia Bertolotti, che firma anche la post-fazione. Da questa post-fazione sfacciatamente saccheggio: “…è una proclamazione di principi, un organismo politico e un meccanismo giuridico,  ma nel contempo rappresenta per volontà stessa dei suoi autori una proposta fatta alla Storia, un mito intriso di utopia, intendendo per mito ciò che incarnando la fede e la speranza della propria era, è un atto di mediazione tra l’ideale e il reale in grado di indirizzare l’elaborazione teorica verso la prassi dell’azione. Formulato negli Stati Uniti, attraverso un lavoro durato più di due anni e la produzione di oltre duemila documenti, i World Federalista Papers, vede la straordinaria combinazione di tre intellettuali di punta del dopoguerra: Borgese, Calamandrei, Mann…”.

Persuaso che “le idee appartengono alla realtà”, Calamandrei annota (e siamo nel gennaio 1949, ma potrebbe averle scritte, queste parole, pochi istanti fa): “… il mondo si è contratto sotto i nostri occhi fino ad apparire veramente, anche negli orari delle linee di comunicazione, una piccola aiuola: e quando in qualche parte di esso scoppia un conflitto, ogni popolo è ormai costretto ad accorgerei che la guerra è lì, alle sue porte. La casa è così angusta, che non è più possibile accendere il fuoco in una stanza senza che tutta la casa s’incendi…”.

Questo “Disegno preliminare  di Costituzione mondiale” si avvale della collaborazione, della scienza e del sapere di dieci eminenti studiosi (oltre che di Borgese stesso), e meritano di essere citati: Robert E. Hutchins, Mortimer J. Adler, Stringfellow Barr, Albert Leon Guerard, Harold a. Inni s, Erich Kahler, Wilbert G. Katz, Charles H. MC Ilwain, Robert Redfield, Rexford Guy Tugwell; tutti luminari e docenti di diritto nelle sue varie branche.  Nella Nota di presentazione (badate, del 2 luglio 1948) , Hutchins e Borgese scrivono: “…Non è una esagerazione il supporre che la presente Costituzione possa fornire sagome e capisaldi di studio, e istigare a ulteriori discussioni del problema del Governo Mondiale. Tale problema, fondamentalmente e in ultima analisi, è il problema dell’economia atomico. Fuor da quadro di tal problema generale è impossibile, non che risolvere, neppure tentar di risolvere i singoli problemi che travagliano il nostro tempo”.

Sogno, “visione”: sicuro. La “visione” che anima Cristoforo Colombo,  la “visione” di un Giordano Bruno, Emmanuel Kant e Baruch Spinoza, dei padri costituenti gli Stati Uniti d’America e George Washington; le “visioni” di Leone Tolstoi, e solo per fare i primi nomi che vengono in mente. Sono queste utopie concrete a essere il sale della terra,  l’antidoto e il contravveleno di quell’eterno, mai domo fascismo che tanto duole e produce danni.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter