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Sulla fine del Parlamento: Casaleggio, l’M5S e il mito della democrazia diretta

È realistica la profezia di Davide Casaleggio sulla fine del Parlamento, strumento cardine della democrazia nei regimi liberali moderni?

Celebrazioni del Parlamento italiano (Camera dei Deputati / Flickr.com).

La profezia sulla fine del parlamento, sostituito dai meccanismi salvifici della Rete, è alimentata dalla grave crisi delle rappresentanze nei regimi statali moderni, ma ripropone il mito di esperienze già sperimentate con effetti devastanti. La democrazia liberale non ammette scorciatoie facili, ed è intrinsecamente ascolto, dibattito, confronto. Ha bisogno di luoghi e strumenti di composizione dei conflitti e di elaborazione delle soluzioni

È realistica la profezia di Davide Casaleggio sulla fine del Parlamento, lo strumento cardine della democrazia nei regimi liberali moderni? Reazioni molto vivaci hanno accolto l’idea che in futuro la struttura parlamentare non sia più necessaria, sostituita dagli strumenti di democrazia diretta che la mitica “rete” è in grado di offrire. Consultazioni on line, rapide interlocuzioni, decisioni immediate. Risultato: efficienza, velocità e soprattutto corrispondenza piena tra volontà popolare e decisioni, nessuna deviazione di percorso, nessun tradimento degli interessi della gente.

Non solo speranza o congettura, a dire di Casaleggio, il guru del Movimento 5 Stelle. L’idea troverebbe già concretezza proprio in “Rousseau”, la piattaforma informatica creata dalla sua società di consulenza per le strategie digitali e messa a disposizione dei grillini, oggi alla guida del paese, in numerose occasioni. Basterebbe dunque guardare a questo strumento, vanto dell’intero movimento, per rendersi conto delle potenzialità della rete in democrazia e rimanerne convinti.

Il superamento della rappresentanza politica attraverso forme di democrazia diretta è un principio costante del Movimento, declinato nelle forme più svariate (dalla regola “uno vale uno”, alle critiche alla partitocrazia e all’establishment del paese), ma stavolta è espresso nella forma più esplicita e radicale, la soppressione pura e semplice del parlamento. Inevitabile che innanzi tutto le critiche si riferiscano agli argomenti spesi sia da Casaleggio che dai 5 Stelle, e ovviamente alle identità dei sostenitori.

A proposito della rete e di Rousseau, le prove sinora offerte non hanno affatto dimostrato virtù miracolose, anzi sono apparse palesemente problematiche, basti pensare agli inconvenienti manifestati in tutte le occasioni in cui il sistema è stato sperimentato. Chi può accedere alla piattaforma? Quanti possono partecipare alle votazioni? Come sono scelti gli argomenti di discussione? Aspetti non di poco conto, che riguardano temi essenziali nella formazione del consenso: il controllo sulla legittimazione ad intervenire, la durata delle consultazioni, la formazione dei quesiti.

Alla fine la rete, a dispetto delle sue vantate potenzialità salvifiche, si è mossa in modo non trasparente, in numeri ristretti rispetto al bacino di consensi vantato e con risultati coincidenti con le aspettative dei proponenti, tanto da lasciare dubbi sulla spontaneità delle partecipazioni. Un contesto di pochi militanti, già allineati e fedeli al dogma insegnato, esposto alle manipolazioni.

Quanto poi a Casaleggio, il Parlamento – è stato osservato tenendo conto proprio della fonte della proposta – è inutile solo se si ragiona nell’ottica di ridimensionare il concetto di cittadinanza, di operare un declassamento delle persone a meri “clienti” di chi opera sul web per fini privati (come appunto la “Casaleggio associati”). Il pensiero sotteso è: c’è tutto l’interesse a sponsorizzare la rete da parte di un soggetto che con essa fa profitti. Una censura particolarmente grave tenuto conto dei rapporti non trasparenti tra movimento politico e società di consulenza, tra pubblico e privato, e del fatto che il Movimento è oggi alla guida del Paese ed ha dunque una responsabilità generale.

Eppure l’idea della democrazia diretta non è solo la battaglia di fondo dei 5 Stelle, né tanto meno una sollecitazione emersa in epoca moderna o circoscritta nella sua diffusione. Casaleggio che, con tutti i grillini, si propone come protagonista di una concezione visionaria e innovativa, rivolta al futuro, non dice nulla di nuovo nella storia del pensiero politico e delle istituzioni, anzi fa un radicale passo indietro, riproponendo teorie e soluzioni già sperimentate con conseguenze devastanti.

Il fascino dell’idea che tutti i cittadini possano decidere sulla cosa pubblica senza alcuna intermediazione, esercitando dunque non solo le classiche competenze elettorali, ma tutte le altre attribuzioni (in materia costituzionale, legislativa, amministrativa, in genere convenzionale) nasce dalla periodica accusa di degenerazione oligarchica delle strutture delle Stato, e dalle cattive prove che talvolta offrono le istituzioni rappresentative, incapaci di operare in modo equo e saggio.

Dall’America di Donald Trump all’Italia di Di Maio e Salvini, in effetti si moltiplicano i volti delle democrazie in crisi di identità, e della loro affannosa ricerca di un’uscita di sicurezza dalle inefficienze. Le istituzioni vengono percepite, non a torto, inadeguate a curare gli interessi della popolazione, a coglierne le esigenze e i reali bisogni. La “ribellione delle masse”, per usare il titolo di un famoso libro di José Ortega y Gasset, è determinata dalla percezione dell’incapacità dei governi tradizionali a governare un mutamento epocale dell’economia e dunque degli stessi assetti sociali. E a fornire risposte semplici ed efficaci in termini di benessere e di sicurezza per la generalità dei consociati. Percezioni che non sono certo infondate e prive di riscontri quotidiani.

Infatti la globalizzazione, se ha certamente comportato un progresso economico per i Paesi sottosviluppati del pianeta, ha anche messo a rischio le condizioni di lavoro e di reddito dei cittadini delle nazioni più avanzate, creando proprio qui nuovi abissi di precarietà ed incertezza. Eccessiva fiducia nelle sorti del progresso economico da un lato, miopia nell’avvertire rischi e inconvenienti dall’altro.

Tutto ciò ha comunque determinato una sfiducia radicale nelle strutture che a vario titolo hanno gestito la rappresentanza degli interessi collettivi, sindacati, partiti politici, corpi intermedi della nazione, incapaci di cogliere il senso tumultuoso del cambiamento, così prodigo di risultati esaltanti nei paesi emergenti ma anche di diseguaglianze e povertà nelle nazioni da cui è iniziata la globalizzazione.

In mancanza di un ripensamento profondo di questi problemi e delle responsabilità delle rappresentanze, è inevitabile il proliferare di movimenti in vario modo anti-élite, che, di fronte a istituzioni inadeguate, propongono sbrigativamente la loro eliminazione, piuttosto che un processo di cambiamento su basi diverse.

Ora, la nostra Costituzione, che pure si fonda sul principio della rappresentanza delle strutture intermedie (dalle istituzioni ai partiti, ai sindacali, in genere alle formazioni sociali in cui si esplica la personalità dei cittadini), riconosce l’utilità di molte forme di partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della cosa pubblica. Per esempio attraverso l’uso dei referendum, utilizzato anche in Italia in più occasioni su questioni importanti (il divorzio, il finanziamento pubblico ai partiti).

Tuttavia, la profezia di Casaleggio, fatta propria dai 5 Stelle, rinvia ad una totale trasformazione dell’assetto statuale, che è impossibile realizzare senza una modifica della Costituzione stessa, o forse senza una sua riscrittura integrale, essendo la dimensione parlamentare un elemento imprescindibile – e perciò non eliminabile – di questa forma di Stato.

Norberto Bobbio ha osservato che «Nulla rischia di uccidere la democrazia più che un eccesso di democrazia», ma la cosiddetta democrazia diretta non è semplicemente un eccesso, in questo caso dovremmo non averne paura ma solo governarla, piuttosto è la fine stessa della democrazia come conosciuta negli Stati moderni occidentali. I sistemi parlamentari sono imperfetti, spesso inadeguati ed insufficienti, tardi al rinnovamento. E’ suicida non avvedersene e non introdurre correttivi e ripensamenti. Impossibile attendere, esitare, rinunciare.

E però l’alternativa proposta è una realtà del tutto diversa, già sperimentata ai livelli più estremi nei soviet sovietici, nelle corporazioni fasciste, nei governi popolari di ispirazione maoista. E prima ancora nel giacobinismo più radicale, di cui si ricorda la capacità di oliare alla perfezione le ghigliottine durante la rivoluzione francese. Ovunque, in questi casi, si è ritenuto di eliminare i particolarismi, le degenerazioni, con il decisionismo unanimistico.

Il fantasma che si aggira tra noi è il mito del «popolo» inteso come soggetto unico e tendenzialmente monocorde, che, se compulsato senza tramiti, buoni solo a distorcerne desideri e a disattenderne intenzioni, esprime il suo pensiero; e quello della «volontà popolare» come substrato naturale innato che, in quanto già formato, non ha bisogno di confronto, di discussione, di verifica.

L’idea di fondo è il ricorso ad una simbologia dei rapporti sociali che travisa l’effettività delle cose e la stessa realtà delle persone, ed è irrispettosa di entrambe.

Il teorema della democrazia diretta definisce un orizzonte lontano dalla realtà effettiva: «il popolo», a ben vedere, è un soggetto composito e problematico, portatore di interessi diversi e talora contrastanti, alle prese con problemi complessi e di non facile soluzione, esposto alle insidie dei cambiamenti. Ma coraggioso nello sforzo di affrontare le sfide della modernità. Si direbbe: la gente, come ciascuno di noi, è in cammino costante, con i suoi dubbi e le sue speranze, poche certezze iniziali, pronta a scommettere sul futuro e a cercare le soluzioni possibili alle sue difficoltà. Perciò la vita del «popolo», nella sua dimensione reale e non astratta, esige dialogo, discussione, confronto intenso tra opinioni diverse. Quindi, per stare al tema delle rappresentanze e degli strumenti di mediazione come il parlamento, di luoghi dove la pluralità delle voci possa esprimersi liberamente e cercare la via di una composizione fruttuosa.

La democrazia rappresentativa non è affatto necessariamente inefficiente, incapace di interpretare le esigenze dei cittadini e di offrire loro ragionevoli soluzioni. E’ solo un sistema complesso, anche fragile, esposto al rischio di fallire, scettico rispetto alle facili scorciatoie della storia, ma capace di scommettere sul proprio futuro: a condizione che non manchi mai, specie nei momenti critici, l’impegno di tutti i cittadini.

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