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Open Arms, l’ONG “della discordia”: “Vicescafisti? L’obiettivo è salvare vite”

Chiusura dei porti, Guardia Costiera libica, inchieste, naufragi: parla Gerard Canals Bartolomé, coordinatore della ONG al centro del dibattito

La nave di Proactiva Open Arms e un barcone di migranti (Foto: Twitter / Proactiva Open Arms).

Quali sono state le conseguenze della chiusura dei porti italiani sul lavoro delle organizzazioni umanitarie? Ci si può fidare della Guardia Costiera libica? Qual è il vero obiettivo della ONG Proactiva Open Arms? Come si difende dalle accuse che le vengono rivolte (in primis dal vicepremier Matteo Salvini)? Di questo e altro abbiamo parlato con Gerard Canals Bartolomé, coordinatore dell'organizzazione spagnola al centro del dibattito (e delle polemiche)

Da più di un anno a questa parte, il nome di “Proactiva Open Arms”, in Italia e non solo, non lascia indifferenti. Sono pochi, ormai, coloro che non hanno mai sentito parlare dell’organizzazione non governativa che, dall’ottobre 2015, è attiva nel Mediterraneo con alcune navi per salvare i migranti che rischiano la vita. Il suo fondatore, Oscar Camps, per le attività della ONG è stato insignito di numerosi premi. L’elenco completo è accessibile sul loro sito, ma tra i più prestigiosi figura lo “European Citizen Prize” nel 2016.

Da quando però, nel maggio 2017, l’organizzazione è stata indagata dalla procura di Palermo per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, un’ombra scura si è allungata sulla sua reputazione. Reputazione, come quella delle altre ONG attive nel Mediterraneo, messa tante volte in dubbio, nel corso degli ultimi mesi, da ambienti politici e non solo. Lo scorso anno, fecero scalpore le dichiarazioni del pm di Catania Carmelo Zuccaro, che ventilò l’ipotesi (presentata, a dire il vero, più come una certezza) che quelle organizzazioni fossero conniventi con i trafficanti. Da lì in poi, alcune inchieste sono state aperte, altre portate a termine e infine risultate in un nulla di fatto. Tra queste, anche quella che ha riguardato Open Arms: alcuni mesi fa, il giudice di Palermo ha infatti chiesto l’archiviazione del procedimento che vedeva coinvolte la ONG spagnola, con il natante Golfo azzurro, e quella tedesca Sea Watch, con la nave “Iuventa”. In quel caso, la Procura antimafia stabilì che lo sbarco dei migranti in un porto italiano – circostanza, tra le altre, ampiamente contestata alle ONG – rappresentava soltanto “una conseguenza logica e una corretta gestione delle operazioni di salvataggio”. 

La questione, però, non è ancora del tutto chiusa: perché, nell’ambito di un’altra inchiesta condotta dalla procura di Catania, alcuni mesi fa a Proactiva Open Arms venne sequestrata una nave: in quel caso, all’organizzazione fu imputato di non aver voluto “affidare”, per così dire, alcune centinaia di migranti alla Guardia Costiera libica, ignorando in tal senso l’indicazione delle autorità italiane. Quell’indagine è stata poi trasferita dal gip di Catania alla procura di Ragusa, giudice naturale dal momento che la nave in questione era approdata, e poi sequestrata, a Pozzalo. E se l’imbarcazione è infine stata dissequestrata, sullo sfondo è andato in scena un conflitto di attribuzione tra Procure, che ancora potrebbe riservare qualche sorpresa.

Open Arms è nuovamente assurta all’onore delle cronache alcuni giorni fa, quando, a seguito del naufragio al largo della Libia dello scorso 17 luglio – con una sola donna sopravvissuta -, ha accusato la Guardia Costiera libica di omissione di soccorso, denunciandola, peraltro, alla procura di Maiorca. Tutti episodi che hanno letteralmente divaricato l’opinione pubblica italiana in due fazioni: coloro che ritengono le ONG in effetti colpevoli di attività poco chiare e penalmente rilevanti (tesi, chiariamo, a supporto della quale per il momento non esistono prove), e chi, al contrario, considera il loro impegno unicamente finalizzato a salvare vite, e in quanto tale necessario, a fronte del disimpegno degli Stati europei in questo senso. Nell’ambito di questa seconda interpretazione, le ONG sarebbero al centro di un’ampia campagna di criminalizzazione e diffamazione.

Gerard Canals.

Noi della Voce abbiamo chiesto a Gerard Canals Bartolomé, coordinatore di Proactiva Open Arms, di fare il punto della situazione: porti chiusi, naufragi, navi respinte e rimbalzate da un porto all’altro e, in sottofondo, ancora ombre, dubbi e accuse che fanno traballare la reputazione di chi salva vite in mare.

Gerard, può spiegarci quali sono, dal suo punto di vista, le conseguenze della decisione del governo italiano di chiudere i porti alle Ong che salvano vite nel mar Mediterraneo?
“Da quando l’Italia non permette lo sbarco delle persone salvate nei propri porti, le navi impegnate nelle operazioni di salvataggio devono compiere viaggi più lunghi (fino in Spagna), per raggiungere un luogo di sbarco sicuro: per arrivare lì, ci vogliono circa 4 giorni, invece che uno. Combinando questa circostanza con la mancanza di navi di salvataggio, il risultato è che, per lunghi periodi di tempo, la zona SAR non viene pattugliata dalle navi, quindi non vengono viste molte imbarcazioni, con un conseguente maggiore rischio di morte per coloro che vengono lasciati alla deriva”.  

Proactiva Open Arms ha accusato la Guardia Costiera libica di omissione di soccorso in merito al naufragio dello scorso 17 luglio. Ci racconta la vostra versione? Che cos’è accaduto quel giorno?
“Lo scorso 16 luglio, entrambe le nostre navi Open Arms e Astral hanno ascoltato una conversazione radio tra un mercantile, Triades, e la Guardia Costiera libica. Parlavano di un gommone alla deriva intercettato dalla Traides. Sembrava che tale operazione fosse conclusa dopo un po’, ma abbiamo deciso di avvicinarci in ogni caso a quella posizione. Ci sono volute ore, erano a 80 miglia nautiche dalla costa libica. Un gommone avrebbe impiegato almeno 20 ore di navigazione a raggiungere quel punto, navigando in linea retta. Dopo alcune ore di ricerca con le nostre navi, abbiamo ritrovato il gommone che avevano recuperato qualche ora prima. Ma non era vuoto. Era completamente distrutto, ma non vuoto. Dentro, c’erano tre corpi. Pensavamo a tre corpi senza vita, uno un bambino di quattro anni e due donne. Ma avvicinandoci un po’, abbiamo visto una mano agitarsi verso di noi. Una donna era viva. I nostri operatori si sono tuffati e hanno salvato la donna. L’hanno portata a bordo per prima. Dopo di lei, abbiamo recuperato anche i due corpi”.


La drammatica foto della donna sopravvissuta è poi diventata il simbolo della tragedia.
“Sì, Josephine è il suo nome. Non riusciva a muoversi e aveva uno sguardo perso. Era in stato di shock ed era anche ipotermica, ma, dopo le cure mediche assicurate dal nostro equipaggio, fortunatamente non abbiamo più temuto per la sua incolumità”.

E la seconda donna?
“Era una giovane donna di colore. Il suo corpo non mostrava segni di violenza. Lo stesso per il bambino. Crediamo siano morti annegati o a seguito di un grave stato di ipotermia, e che questo sia accaduto non molto prima del nostro arrivo. Almeno una persona, se non tutte e tre, è stata abbandonata in mare dai presunti soccorritori della Guardia Costiera libica e dalla Triades”.

Proprio per questo, qualche giorno fa, Proactiva Open Arms ha denunciato la Guardia Costiera libica e il capitano della Triades alla procura di Maiorca. Ora cosa vi aspettate che accada?
“Ci aspettiamo che la Procura spagnola persegua tutte le azioni necessarie per portare in giudizio i responsabili di quelle morti del tutto non necessarie, e che così facendo eviti che avvenimenti simili si ripetano”.

Come giudica il fatto che l’Italia e l’Europa abbiano affidato alla Guardia Costiera libica il compito di “salvare vite”, riportando in migranti nel Paese nordafricano?
“Quella che si autodefinisce Guardia Costiera libica non è adeguatamente formata, e manca di tutti gli strumenti più basilari per poter effettuare salvataggi che rispondano agli standard minimi. Quando, da fuori le acque territoriali libiche, trattengono e riportano in Libia i migranti che fuggono da quel Paese, stanno di fatto respingendo quelle persone in un luogo non sicuro, un posto dove i loro più basilari diritti umani non sono garantiti. Queste motovedette libiche non avevano alcun interesse a recuperare e riportare indietro le persone che fuggivano dal loro Paese, fino a che non sono stati pagati per farlo [il riferimento è all’accordo stretto tra Italia e Libia – ndr]”.

Il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini ha definito le ONG che operano nel Mediterraneo “vicescafisti”. Peraltro, Salvini non è l’unico a pensarla così. Che cosa risponde a chi vi attacca?
“Open Arms, come tutte le navi che transitano in una certa area, deve rispondere a tutte le chiamate di emergenza, indipendentemente da chi trovi quella imbarcazione in difficoltà e chi ci sia a bordo. Una volta che le persone salvate vengono portate in un luogo sicuro [place of safety – ndr] (che si tratti di Open Arms o di altre navi), la legge dice che quelle persone devono essere sbarcate in un porto sicuro. Ovviamente, la Libia non lo è per quelle persone, e non sarebbe considerato tale neppure se salvassimo cittadini europei”.

Lo scorso giugno, Proactiva Open Arms è stata assolta dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dalla procura di Palermo, ma la reputazione vostra e quella di altre ONG, di questi tempi, non è affatto buona. Come riassumerebbe i principali obiettivi dell’organizzazione in cui opera?
“La nostra principale missione è quella di evitare morti in mare, mettendo a disposizione navi ed equipaggi professionali nelle attività di Ricerca e Soccorso, nei luoghi dove la mancanza di risorse da parte di Stati e agenzie può causare una perdita di vite umane. Come secondo obiettivo, Proactiva si occupa di testimoniare e denunciare coloro che non rispettano la legge del mare, e coloro che non agiscono in modo da prevenire la perdita di vite umane in mare, nonché le conseguenze delle decisioni politiche prese dai Governi”.

Gli operatori di Proactiva Open Arms con l’unica donna sopravvissuta al naufragio del 17 luglio, Josepha.

Negli ultimi 10 giorni, 40 migranti a bordo della Sarost 5 sono rimasti bloccati in mare, perché nessuno Stato sembrava disposto ad accogliere quelle persone. Dopo un primo falso allarme, pare che nelle prossime ore la Tunisia concederà lo sbarco. Come commenta questa situazione?
“Purtroppo, poiché la situazione non è ancora risolta, non posso rilasciare alcun commento in proposito”.

 

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