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Russiagate: Cohen, Manafort, e il martedì nero per Donald Trump

Come e perché le condanne dei due ex collaboratori di Trump nell'ambito di indagini separate potrebbero mettere nei guai il Presidente

Donald Trump (Pixabay).

Paul Manafort e Michael Cohen, entrambi già stretti collaboratori del tycoon, sono stati condannati da due tribunali diversi per reati che vanno dalla frode all'evasione fiscale. Non solo: Cohen, dichiarandosi colpevole di uso illecito di fondi elettorali, ha rivelato di aver agito “su indicazione di un candidato per una carica federale con l’intento di influenzare le elezioni del 2016”. Che si stia riferendo proprio a Trump?

Nella cronistoria della presidenza Trump, martedì 21 agosto verrà ricordato come un giorno nero per l’imprenditore newyorkese. Nel giro di qualche minuto, Michael Cohen e Paul Manafort – collaboratori stretti del tycoon – sono stati condannati da due tribunali diversi nell’ambito di indagini separate.

Entrambi i processi hanno dello straordinario per le modalità e le personalità coinvolte. Il primo, Paul Manafort, professione lobbista, ha collaborato per le campagne elettorali di alcuni presidenti repubblicani fra i quali Trump è solo l’ultimo della lista. Era già stato incriminato per aver corrotto un testimone nell’ambito del Russiagate e ieri è stato riconosciuto colpevole in primo grado di 8 capi d’accusa fra cui frode fiscale. Anche se la sua nuova condanna ha poco a che vedere con le ingerenze russe nell’elezione del Presidente Trump, Manafort è stato il primo collaboratore stretto del tycoon ad essere incriminato dal Robert Mueller.

Prima di ieri vi era il sospetto che le critiche piovute da tutta la costellazione repubblicana ed i continui boicottaggi del Presidente potessero inficiare l’efficacia del procuratore speciale. Questo colpo di scena, invece, potrebbe riuscire nell’arduo tentativo di far vacillare l’appoggio inamovibile che il Partito Repubblicano ha sempre offerto a Trump. Importante, in questo frangente, sarà un nuovo processo che Manafort dovrà affrontare a Washington con capi di accusa molto gravi – fra cui ostacolo alle indagini e spionaggio – che potrebbero aggiungere tasselli veramente succosi alla narrativa del Russiagate.

Quasi contemporaneamente, a New York, durante un processo completamente diverso e separato dal filone russo, Michael Cohen – ex avvocato di Trump – si è dichiarato colpevole di otto capi di accusa. Fra i vari reati finanziari confessati, quello destinato a pesare come un macigno sulla Casa Bianca è relativo al rimborso ricevuto da Cohen in cambio del pagamento per il silenzio di Stephanie Clifford (aka Stormy Daniels). Cohen ha dichiarato di aver usato lo stesso sistema per sigillare la bocca di Karen McDougal, ex modella di playboy, ed evitare così lo scandalo sessuale che ne sarebbe nato. Ma è stata l’ammissione di colpa sotto giuramento a provocare lo sgomento generale: Cohen, dichiarandosi colpevole di uso illecito di fondi elettorali, ha rivelato di aver agito “su indicazione di un candidato per una carica federale con l’intento di influenzare le elezioni del 2016”. Che si stia riferendo a Donald Trump?

La risposta sembra ovvia per almeno una ragione. Il fedelissimo Cohen, che in passato avrebbe “preso una pallottola” per il Presidente, ha recentemente cambiato la sua posizione affermando che le sue priorità durante il processo fossero “la sua famiglia e la sua nazione” e decidendo di chiamare in causa Trump durante l’ammissione di colpa senza che gli fosse offerto un accordo per farlo. Intanto, il tycoon con una pioggia di tweet ha deciso di schierarsi in difesa del “coraggioso” Manafort elogiandolo per non essersi “piegato” come Cohen, accusato dall’inquilino della Casa Bianca di aver inventato tutto per ottenere un accordo. Neanche il sistema giudiziario e Obama sono stati risparmiati: il primo reo di aver avviato una “caccia alle streghe” ed il secondo di aver commesso un illecito con i fondi elettorali facilmente soprasseduto dalla corte.

Come da copione, anche in questo caso è iniziata la bagarre mediatica e politica su un possibile impeachment del Presidente. Cohen e Manafort non sono gli unici due collaboratori di Trump ad essere stati indagati e condannati ma sono, forse, i più pericolosi per la Casa Bianca al momento. Fra i due, Cohen sarebbe sicuramente l’anello mancante di quella catena che potrebbe stringersi sempre più sulla giugulare della presidenza. Infatti, solitamente, quando un imputato nomina un mandante riconoscendo i propri crimini, la procura avvia ulteriori indagini per approfondire i fatti e frequentemente si arriva ad una condanna. Facendo paragoni storici, Cohen potrebbe rivelarsi un novello John Dean.

La possibile massa in stato di accusa di Trump dovrà essere portata avanti dalla politica, avendo il sistema giudiziario le mani parzialmente legate nel trattare con un Presidente in carica. Ma l’impeachment, almeno per adesso, è chiaramente fuori discussione. I Repubblicani controllano la Camera e hanno una maggioranza –seppur minima – al Senato. Tutto si potrebbe ribaltare dopo le midterm di Novembre, quando la composizione del Congresso cambierà. Se davvero i Democratici riusciranno a sottrarre seggi ai Repubblicani alla Camera ed ad insediare uno speaker, allora potrebbero tentare di avviare la procedura di impeachment grazie alla maggioranza semplice dei voti. La palla, allora, passerà al Senato che avrà il compito di indagare su eventuali crimini del Presidente.

Ciò che può sembrare fantapolitica deve allarmare Trump e tutti i repubblicani. I democratici, in vantaggio nei sondaggi, potrebbero farsi paladini dell’impeachment ed usare questo nuovo elemento per aggiungere maggiore carbone alla loro locomotiva elettorale. Starà ai repubblicani trovare in poco più di due mesi le contromosse giuste per evitare un nuovo 1973.

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