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Il caos voluto in Libia mentre l’Italia di Conte-Salvini aspetta e spera in Trump

A Tripoli si spara ma il caos permanente è quello che cercano ancora tutti i contendenti. La rivalità tra Francia e Italia finirà per sfavorire entrambe

Una bomba inesplosa a Sirte (Foto da Flickr)

Le rivalità sulla ricca torta della ricostruzione e dello sfruttamento delle risorse energetiche in Libia continua a tenere lontano un accordo tra le medie e piccole potenze europee che invece di spegnere un pericoloso focolaio di estremismo al centro del Mediterraneo, cercano di far prevalere solo i loro interessi. Siamo scettici che la carta "americana" giocata da Roma, almeno con Trump alla Casa Bianca, possa rivelarsi vincente

Da qualche giorno in Libia, attorno alla “capitale” Tripoli, si spara e questa volta l’intenzione sembra quella di far più vittime possibili. Ma chi ha iniziato e contro chi?

Da quando sette anni fa una coalizione NATO sotto l’ombrello giuridico di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU iniziò a bombardare la Libia allora ancora controllata dal regime di Gheddafi, in quello sterminato ma poco popolato territorio nordafricano, in realtà gli spari non si sono mai fermati. Tra l’immenso deserto e il mare, dal 2011 qualcuno ha sempre aperto il fuoco, non per cambiare le cose ma in realtà per farle restare esattamente come sono tutt’ora: nel caos.

Infatti se prima Gheddafi veniva lautamente ricompensato in Libia (soprattutto dall’Italia) per l’ordine che imponeva – con i migranti rinchiusi nei suoi lager per esempio –  e quindi gli affari che assicurava, da quando il colonnello è stato fatto fuori, i vari gruppi armati che rispondono agli ordini di vari capo clan e tribù, vengono ancora pagati con soldi provenienti da varie potenze affinché tutto rimanga sempre così com’è. Già, in questa nuova Libia “gattopardesca”, bisogna che sempre qualcuno continui a sparare per evitare che tutto cambi.

Il vero cambiamento, che consisterebbe in una pacificazione nazionale con un solo governo e un solo parlamento riconosciuto da tutti (al contrario da oggi, dove ci sono più di un governo e due parlamenti, uno a Tripoli e uno a Tobruk) significherebbe anche che qualcuno sia riuscito ad essere “lo sponsor” principale di questa “pacificazione” e che con questi meriti possa arraffare anche i maggiori affari: sopratutto petrolio ma non solo, in ballo anche la ricostruzione di un intero paese da loro distrutto.

Una mappa che traccia (in verde) il territorio sotto il controllo del governo di Tripoli (Al Serraj e dei suoi alleati) e in rosa sotto il controllo del parlamento di Tobruk (quindi del generale Haftar e dei suoi alleati)

Ora, quando il ministro degli Interni Matteo Salvini, alla domanda se ritiene la Libia ancora un paese stabile dove poter rimandare indietro i migranti raccolti in mare, risponde “chiedete a Parigi”, risponde mostrando soltanto una parte della medaglia della vergogna. Infatti il vice-vero premier del governo italiano, accusando la Francia di Emmanuel Macron di essere dietro ai combattimenti che, ci dicono, potrebbero mettere in pericolo il da sempre traballante e inefficiente governo di al Serray riconosciuto dall”ONU e appoggiato dall’Italia, indica soltanto uno tra i principali colpevoli della situazione in Libia. Se la Francia, fin dall’intervento NATO, è tra le più invischiate e continua a perseguire i suoi interessi in Libia, non c’è certo solo lei: anche Russia, GB, Egitto (e dietro Arabia Saudita, Emirati e a mettere bastoni tra le ruote della pace anche il Qatar…) e ovviamente l’Italia, concorrono da anni cercando di prendersi le “fette più prelibate” della ricchissima torta della ricostruzione in Libia e dello sfruttamento delle sue fonti energetiche. E non essendoci ancora accordo tra questi paesi su a chi spetti cosa, se più a uno e meno o nulla all’altro, ecco che non c’è nessuno che speri in una stabilità vera, soprattutto se raggiunta dopo che qualche potenza, dopo averlo promosso e creato, riesca a farsi concedere tutto da un nuovo governo della pacificazione.

Parigi, maggio 2018: Macron tra Serraj (a sin) e Haftar (Foto da Brookings.edu)

Quando lo scorso 29 maggio, a Parigi, il presidente francese Macron si mostrò euforico con attorno i leader principali che si contendono la Libia, e quindi Al Serraj – il suo governo a Tripoli sta in piedi con gli aiuti dell’ONU e dell’Italia e con questi fondi paga svariati gruppi armati (che non stanno ai suoi ordini ma a quelli di altri capi tribù) per proteggere Tripoli, senza essere mai riuscito a metter su un qualcosa che assomigli ad uno stato e un esercito funzionante – e dall’altra parte la coalizione guidata dal carismatico generale Khalifa Haftar (che in Cirenaica e in gran parte del paese non è solo appoggiato dalla Francia, ma anche dall’Egitto e soprattutto dalla Russia), annunciò di aver raggiunto l’accordo per tenere elezioni entro dicembre che avrebbero portato alla definitiva “pacificazione” del paese con un solo parlamento e un solo governo riconosciuto, in realtà stava praticando tanto spinning-pr ma senza avere nulla di concreto in mano. Infatti a Parigi  fu letto soltanto un proclama di intenti, ma nessun accordo firmato ufficialmente dalle parti. Il fatto che arrivare a organizzare delle elezioni a dicembre, in un paese dove ancora si spara ogni giorno. sarebbe stato arduo per non dire impossibile, lo aveva subito fatto capire l’inviato speciale ONU Ghassan Salamé.

Il vice premier Matteo Salvini durante la sua visita a Tripoli dello scorso giugno

Se, nel libro dei sogni, anche gli altri paesi che “ballano” in Libia per i loro interessi, avessero appoggiato senza tentennamenti l’iniziativa di Parigi, provando a mettersi d’accordo con Macron (ma chi si fida di lui?) sul come spartirsi equamente la torta dei profitti della pace, oggi la situazione sarebbe ben diversa. Invece, come prevedibile, tutti i contendenti hanno continuato a remare contro l’iniziativa francese e a impostare iniziative “in competizione”. Così l’Italia per prima, con una conferenza da tenere a Roma che avrebbe dovuto trovare una soluzione che dovrebbe essere ben diversa dalla tabella elettorale voluta da Macron.

Noi recentemente eravamo alla Casa Bianca, quando il premier Giuseppe Conte ha fatto sfoggio dell’appoggio di Donald Trump, per cercare una soluzione ai problemi della Libia sotto una “regia” dell’Italia forte della “protezione” di Washington. Insomma il governo Salvini-Di Maio avrebbe, secondo Conte, ottenuto da Trump quello che non riuscì al governo Gentiloni che proprio alla Casa Bianca fu pubblicamente umiliato da Trump (forse the Donald aveva ancora qualche sassolino nella scarpa da togliersi contro quel debole premier italiano?)

Giuseppe Conte e Donald Trump durante la conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca (Foto VNY)

Ma come scrivemmo subito lo stesso giorno della visita di Conte alla Casa Bianca, non capimmo allora, e non comprendiamo ancora, come Roma potesse giocare tutte le sue carte in Libia contando sull’appoggio USA in funzione anti Francia (e anti Mosca?). Trump non ci era mai sembrato così tanto “onesto” quando durante la visita di Gentiloni l’anno prima, aveva detto che “gli USA hanno così tanti problemi in quell’area, soprattutto in Siria, che non abbiamo alcuna intenzione di invischiarci nei problemi della Libia”.

Ora è vero che in Libia, nel “caos stabilizzato” di questi anni, possa capitare che possa sfuggire di mano la componente dell’estremismo radicale islamico e di avere di colpo un territorio sotto il controllo dell’ISIS, cosa che neanche l’imprevedibile Trump potrebbe permettersi e giustificare. Ma se qualche intervento USA dall’aria per evitarlo ci potrà sempre stare, rimaniamo molto scettici sul fatto che questa Casa Bianca garantirà l’appoggio necessario all’Italia per cercare di sottrarre alla Francia il ruolo principale e far sì che finalmente in Libia non tutto rimanga com’è. Troppo pessimisti sul ruolo di Trump? Se avremo ragione o meno cercheremo di capirlo anche dalle prossime mosse che gli USA faranno, soprattutto quando si discuterà di Libia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sotto la presidenza questo mese dell’ambasciatrice Nikki Haley.

In realtà, fino a quando le medie e piccole potenze europee insisteranno a non collaborare invece di cercare un compromesso nel Mediterraneo incendiato, provando a “spartirsi” la torta degli affari in parti equilibrate e non a continuare a foraggiare le varie tribù libiche per mantenere la loro competizione nel caos, la Libia resterà distrutta. Uno sfortunato paese che non c’è più, al quale resterà solo il ricordo del fantasma di Gheddafi che, col senno di poi,  non era altro che la “sintesi” di come poter tenere stabile uno Stato senza nazionalità e quindi in realtà mai esistito, se non per i sogni “di un posto al sole” di una potenzucola. La maledizione della Libia senza un popolo libico, ormai si è capito, alla fine é stata proprio quella di possedere troppe ricchezze per non finire coll’attrarre troppi predoni ai suoi confini.

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