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Conferenza stampa? Quella di Trump a New York è stato un one-man-show

Ha rigirato le domande scomode, ha parlato di crisi globali in modo caricaturale, ha divertito la stampa mentre la criticava: e questa è stata la sua forza

Ricordate il Silvio Berlusconi dei tempi d'oro, quello che, anche davanti agli interlocutori più agguerriti e preparati, la spuntava sempre? Il Donald Trump di oggi, vero e indiscusso showman capace di far divertire anche i suoi "nemici" giornalisti, potrebbe ricordare quella nostra vecchia conoscenza. Dimostrando ancora una volta di conoscere perfettamente le dinamiche, anche paradossali, della comunicazione: ed è questa la sua forza

Assistere alla conferenza stampa di Donald Trump, tenutasi a New York poco lontano dal Palazzo di Vetro che questa settimana ospita 141 capi di Stato e di Governo per l’Assemblea Generale, mi ha riportata al Silvio Berlusconi dei tempi d’oro. Quello che, sapiente conoscitore e utilizzatore dei media e della comunicazione in generale, riusciva sempre a spuntarla, anche quando si confrontava con i più agguerriti, incalzanti e competenti interlocutori. Il duello tv con Marco Travaglio da Michele Santoro, in questo, ha fatto scuola. Certo: altri tempi, altre circostanze, un oceano di mezzo. Ma noi italiani, c’è da ammetterlo, in questo abbiamo precorso i tempi.

Sì, perché  quella appena terminata – secondo la CNN la quarta conferenza stampa ufficiale tenuta dal Presidente Donald Trump in quasi due anni di amministrazione – si è trasformata fin da subito in uno show con un unico protagonista e assoluto mattatore. Uno show che Trump ha condotto con ironia e sarcasmo, relazionandosi a quei giornalisti da lui tanto criticati con i toni dello scherzo e del paradosso. E anziché suscitare indignazione o proteste in sala, ha più di una volta scatenato il riso. Come quando un reporter del New York Times ha puntualizzato che il giornale per cui lavora è in ottima salute – mentre Trump ne aveva ventilato il fallimento -, e il Presidente ha chiosato: “E allora grazie, Trump”. Come a suggerire che, senza di lui, il quotidiano della Grande Mela avrebbe ben poco inchiostro da spargere. Non solo: il Presidente ha anche predetto che tutte le testate più autorevoli sono destinate, prima o poi, a trasformare le loro critiche in un endorsement: “Penso che ABC, CBS, NBC, The Times, tutti mi sosterranno. Perché se non lo faranno finiranno per chiudere. Potreste immaginare cosa farebbero senza di me?”.

Una presa in giro bonaria ma arguta insieme, che rimanda alle tante occasioni in cui il Presidente – con toni ben più aspri – ha gravemente delegittimato la funzione stessa dei media, ma che, insieme, nasce dalla più avveduta consapevolezza di come funziona il mondo della comunicazione. E in effetti, non c’è dubbio che i fiumi di inchiostro e i riflettori costantemente puntati sulla sua figura, dalla campagna elettorale in poi, non abbiano soltanto dato l’impressione di una stampa monocorde – avallando la narrazione dell’”outsider contro l’establishment” -, ma soprattutto abbiano finito per giovargli. Non si sa che cosa accadrà a novembre, ma per ora questa attenzione mediatica lo ha condotto dritto dritto alla Casa Bianca. Così, l’esposizione del paradosso e la scaltra presa in giro del Presidente nei confronti dei media “nemici” – portata avanti con fare canzonatorio – hanno finito per suscitare il riso, quasi liberatorio, della platea. Una platea, intendiamoci, interamente composta da giornalisti.

Questo cortocircuito è un esempio lampante di come, nel tempo, Trump abbia affinato la sua tecnica di comunicazione: dire tanto e non dire nulla, fingere di rispondere e non farlo quasi mai, condire le sue affermazioni di aneddoti, battute, divagazioni, scoperchiare paradossi ed evitare il politicamente corretto come la peste. Ha funzionato anche questa volta, in tante occasioni. Come quando gli è stato chiesto conto delle accuse lanciate contro la Cina questa mattina, in Consiglio di Sicurezza, a proposito di un presunto tentativo di Pechino di “immischiarsi” nelle elezioni di midterm perché “sono il primo Presidente ad averla sfidata sul commercio”: Trump ha attentamente evitato di comunicare dettagli, confermando però di avere delle prove che non può rivelare. Quindi, ha subito orientato il discorso sugli abusi commerciali commessi dalla Cina, sostenendo però contemporaneamente che i rapporti con il gigante d’Oriente e il suo presidente Xi Jinping sono di ottima “amicizia”. Addirittura, il Presidente ha citato un esperto cinese che, recentemente ospite di un talk show, avrebbe dichiarato che il suo Paese nutre “profondo rispetto” per il suo “cervello, molto molto grande”. Sì, ha detto proprio così.

Trump è stato scaltro anche sull’argomento in merito al quale i media americani lo attendevano al varco: le accuse di molestie sessuali di tre donne contro il candidato alla Corte Suprema Brett Kavanaugh. Lo ha sostanzialmente difeso, dichiarando di non credere alle tre accusatrici, e ha subito rigirato la questione criticando la doppia morale dei democratici (che qualche scandalo sessuale lo stanno affrontando anche nelle proprie fila). “Sono dei truffatori, perché conoscono la qualità di quest’uomo, e ne stanno rovinando la reputazione”. E alla tagliente domanda se ritenesse quelle donne delle bugiarde, “non starò al gioco”, ha risposto il Presidente. “È una delle persone più rispettabili che abbia mai incontrato, e chiunque lo conosce lo può confermare. Queste sono false accuse, e in certi casi anche i media la pensano così”. Non solo: dopo aver assicurato che assisterà con estrema attenzione all’audizione di Christine Blasey Ford prevista per domani, peraltro aprendo alla possibilità di cambiare idea nel (remoto) caso in cui la ritenesse convincente, il Presidente ha poi affermato di essere stato bersaglio di simili accuse (“4 o 5”, ma in realtà sono 17), che, ha aggiunto, pur completamente false e orchestrate per danaro, hanno conquistato titoli e prime pagine del New York Times. Quindi, e qui non allontanandosi troppo dalla verità, ha astutamente fatto notare come i tempi siano cambiati: una volta si era innocenti fino a prova contraria, ora si è colpevoli fino a prova contraria.

Trump ha dato spettacolo anche parlando di Siria e Corea del Nord. Sulla prima, si è di fatto attribuito il merito di aver sventato la crisi di Idlib, risultato raggiunto grazie all’accordo conseguito da Russia e Turchia. Il Presidente ha raccontato di aver dato istruzioni affinché il suo team di sicurezza nazionale non lasciasse scoppiare in nessun caso un’escalation che avrebbe potuto colpire 3 milioni di persone. Quanto alla Nordcorea, il Commander-in-Chief ha sostanzialmente confermato quanto affermato questa mattina in Consiglio di Sicurezza: Kim Jong-Un, lungi dall’essere il “rocket man” dello scorso anno, è oggi sostanzialmente un brav’uomo. Il Presidente ha peraltro confermato di aver ricevuto da parte sua due lettere, definite “rivoluzionarie”, e aggiunto che “Kim loves me”. Soprattutto, il Presidente ha rivelato che, a colloquio con Obama, il suo predecessore gli avrebbe confessato di essere stato a un passo dalla guerra con Pyongyang: “Se non fossi stato eletto, sarebbe scoppiata la guerra. Obama ha praticamente detto la stessa cosa”. Ma il suo racconto dei negoziati con il leader nordcoreano è stato quantomeno semplificatorio, quasi caricaturale, fumettistico. Nessun dettaglio, quasi l’impressione che, con quell’uomo che fino a poco prima costituiva una temutissima minaccia per il mondo intero, fosse bastato fare quattro chiacchiere. Allo stesso tempo, ha sempre sottolineato – e di questo le circostanze gliene danno atto, anche se il merito potrebbe non essere stato tutto suo – di essere stato l’unico Presidente a riuscire a placare le tensioni e a distogliere Kim dai suoi test nucleari.

La conferenza stampa è stata ricca di momenti come questo. Questioni di caratura internazionale narrate con linguaggio prosaico, quasi banalizzante e a tratti ironico, strafottente, nel costante tentativo di allungare la già folta lista di successi della sua amministrazione. Proprio a questo proposito, il Presidente ha offerto la sua personale interpretazione delle risate scoppiate in Assemblea Generale quando, tenendo il suo discorso, spiegava alla platea che, in meno di due anni, la sua Casa Bianca aveva raggiunto risultati quasi mai visti prima. Risate di scherno? Ennesima fake news, ha sostenuto. “Non stavano ridendo di me, stavano ridendo con me”. Chi scrive ha assistito dal vivo a quel momento: l’impressione è che sia stato l’egocentrismo del Presidente, che, nel massimo consesso internazionale, ha iniziato il proprio discorso vantandosi degli incredibili risultati raggiunti dalla propria amministrazione, ad aver prodotto prima imbarazzo, poi ilarità. Ilarità perché, in fondo, tutti potevano aspettarsi da Trump una simile notazione: risate sarcastiche, quasi liberatorie di fronte a quel Presidente così sui generis, che non si smentisce neppure di fronte a 140 capi di Stato e di Governo. Ma ammettiamolo: l’analisi del diretto interessato – “Non ridevano di me, ma ridevano con me” – è a suo modo geniale.

Captando gli umori della sala e confrontandomi con i colleghi – americani e non – al termine della conferenza stampa, l’impressione che ne ho tratto è che, agli occhi di molti (oltre che dei miei), quel palco si è trasformato in un palcoscenico e quel Presidente in un vissuto showman. Qualcuno è rimasto colpito da quello che in inglese si chiama “confidence”, e che in italiano potremmo tradurre con “sicurezza di sé”. La sicurezza di un mattatore vissuto, che sa esattamente come ammaliare il suo pubblico. Non importa quanto quello che dice si avvicini o meno alla verità: l’esercizio del fact-checking, con Trump, è una battaglia persa in partenza. Perché, tra verità, mezze verità, reinterpretazioni, palesi menzogne e ricostruzioni più o meno accurate, tutto ciò che conta è l’abilità del Presidente a costruire una narrazione che colpisce, seduce. Seduce perché lui, fin da subito, si è presentato per quello che è: l’uomo del paradosso, del politicamente scorretto, dell’espressione fastidiosa, quello che parla di pancia senza filtri e a cui, quindi, tutto è concesso, e, non da ultimo, lo smascheratore dell’ipocrisia dei benpensanti e della doppia morale dei media mainstream.

Nessuno si stupisce più di tanto delle sue bordate, come nessuno si stupisce degli scandali che circondano la sua Amministrazione: è tutto parte del personaggio. Quale altro Presidente avrebbe mai potuto insinuare che George Washington potesse aver avuto un “passato scomodo” ed essere stato accusato di molestie (“Se portassimo George Washington qui, e dicessimo “Abbiamo qui George Washington”. I democratici voterebbero contro di lui, giusto per farvi capire. E potrebbe aver avuto un passato scomodo, chi lo sa? Potrebbe aver ricevuto, magari, delle accuse? Non ha vissuto un paio di cose anche lui nel suo passato?”)? Il risultato è che chi lo ama, continuerà ad amarlo nonostante tutti gli scandali che potranno emergere su di lui o sui suoi, o forse addirittura a maggior ragione. Chi lo odia continuerà a odiarlo, qualche volta, forse, anche rischiando di restare affascinato dalle sue innegabili doti da mattatore, che inducono, comunque la si pensi, alla risata. Resta da capire se gli indecisi si faranno sedurre dalla scaltrissima strategia comunicativa del Presidente-showman, oltre che dall’innegabile exploit dell’economia. Stay tuned: tra meno di due mesi sapremo la risposta. 

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