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L’appello di un poeta a Giuseppe Conte: le “buone dicerie” su di noi salveranno il Sud

Qualche riflessione sulla lettera che Franco Arminio, da Bisaccia, uomo di cultura del profondo Sud, ha indirizzato al premier Conte

Una donna anziana nella sua casa nell'entroterra pugliese (Flickr.com / emilius da atlantide).

Nei piccoli borghi e nelle aree interne dell’Italia si avverte in modo drammatico lo spopolamento e con esso la fine di molte attività economiche; si smarrisce il senso profondo di identità che ha caratterizzato intere comunità per molto tempo. Non è solo questione di risorse economiche e di investimenti per ridare vita a quelle realtà, ma della capacità di elaborare visioni e idee per il futuro, con lo scopo di rammendare il tessuto intero del paese, dalle città alle periferie, e di migliorare la qualità del vivere sociale

Un poeta e la politica

Una lettera al premier Giuseppe Conte. A scriverla non un politico o un economista, ma un poeta, Franco Arminio, da Bisaccia, nell’Avellinese, un uomo di cultura del profondo Sud, conosciuto per aver raccontato la vita di piccoli borghi italiani, a cominciare da quelli meridionali.

Che avrà mai un poeta da dire al presidente del Consiglio, in un momento così complicato della vita politica del paese? In un momento in cui è tanto difficile trovare la quadra tra flax tax, riforma delle pensioni, e reddito di cittadinanza; cifre economiche dalla consistenza gassosa e liti continue con l’Europa?

Certo, lo spunto apparente è una sorta di “vicinanza regionale” con Conte per le sue origini pugliesi, un dialogo a distanza tra quasi conterranei, e infatti l’idea della lettera è venuta percorrendo una strada non lontana dal paese dove abitano ancora i suoi parenti, quella che congiunge le piccole realtà di Carlantino in Puglia e Colletorto in Molise.

Ma il contenuto della missiva va oltre questa associazione di idee, sollecita una riflessione sulle campagne italiane che si spopolano, sulla perdita di identità in tanti paesi, su quanto stiamo smarrendo ogni giorno. Di più: sul senso del vivere in una comunità, ovunque si trovi. Uno sguardo a 360 gradi perché, come ha scritto Franco Arminio in una poesia, abbiamo bisogno di “gente che sa fare il pane” ma anche di quella che “ama gli alberi e sa riconoscere il vento”; in una parola: di contadini e di poeti.

Lo spopolamento di tanti borghi

Una strada poco trafficata, quasi deserta, quella provinciale percorsa dal poeta in viaggio verso il Molise, senza molti segni che indichino delle attività lavorative, niente capannoni, magazzini, poche pompe di benzina. Come tanti altri territori, che si incontrano appena usciti dagli agglomerati urbani non solo al Sud. A volte basta percorrere una manciata di chilometri, soprattutto verso le alture delle montagne, per scorgere i segni di abbandono in tante zone. Una strada, dunque, con un valore simbolico rispetto alle condizioni di molte aree del paese.

Sono luoghi di campagna e pure di mare, con una sensazione di vuoto e di sperdimento, che esprime un fascino inconfondibile per il silenzio che accompagna e circonda ambienti di inestimabile bellezza, ma che segnala anche un processo inarrestabile di spopolamento di territori una volta ricchi di iniziative o comunque di vita sociale.

Siamo indifferenti verso questi luoghi, perché l’immagine della urbanizzazione ci è più familiare, e ci sembra anche migliore portatrice di progresso, viatico privilegiato verso il futuro. Almeno prima di scoprirne tutte le incongruenze e contraddizioni.

Solo un poeta poteva rinunciare alla facile, e in sé sacrosanta, idea di sottolineare la necessità di stanziare più soldi per risollevare tante realtà. Certo servono finanziamenti, utili e indispensabili, ma c’è anche altro, ancora più importante e necessario. Da cui può derivare poi la spinta verso una politica di investimenti strutturali.

Idee per rinascere

E Franco Arminio prova a racchiudere questa idea nella sorprendente proposta di “spargere buone dicerie” sui borghi in via di spopolamento. Una idea che si potrebbe applicare ovunque, al meridione così sfiduciato ma anche a tante zone del nord, pure più solerte. Sì, perché esistono anche queste, le “dicerie buone”, non solo pregiudizi, lamentele, risentimenti, o pessima fama. E non si tratta semplicemente di “voci”, banali chiacchiere, sterili illusioni, sia pure stavolta ispirate a intendimenti positivi anziché a senso di svalutazione. Al contrario, il richiamo è diretto a suggerire atteggiamenti concreti.

Un esempio? Raccontare che terreni dalle buone qualità naturali possano ancora offrire molto all’agricoltura moderna. Con tanti sacrifici certo, ma non minori di quelli che deve affrontare un precario in cerca di lavoro come cameriere nei paesi europei. Pensare che tanti borghi potrebbero ospitare iniziative pubbliche dall’alto valore simbolico, come primo passo sulla strada di un risveglio collettivo.

Contrastare l’idea che un terremoto, con la distruzione delle case, porti necessariamente con sé la fine di una comunità. Tornare ad apprezzare la semplicità delle piccole dimensioni, cogliendo l’occasione di comprare immobili sul mercato a prezzi ridotti. Ribellarsi civilmente al paesaggio delle “porte chiuse” nelle strutture tradizionali: farmacie, uffici postali, negozi, scuole; e in cui occorrono ore per andare a comprare una medicina, pagare una bolletta, frequentare la scuola.

Il problema più urgente, in queste realtà, non sembra quello di dare sussidi ai tanti disoccupati, né quello di incoraggiare i pensionamenti con il miraggio di offrire lavoro alle nuove leve. Ci sono anche proposte di segno diverso e a costo zero, che non creano peso sul debito: le più appetibili in tempi grami, se ci fosse al riguardo un po’ di attenzione e di sensibilità. E anche le più efficaci alla lunga perché rivolte alle radici dei processi di desertificazione del paese.

Rammendare il tessuto sociale

Ci sono molte ragioni di avvilimento nella vita sociale, e i piccoli borghi le vivono in pieno prima ancora delle realtà urbane capaci di mascherare meglio tante difficoltà nel vivere quotidiano. Lì la perdita del senso di socialità si manifesta prima che altrove con la rarefazione della stessa popolazione e delle sue attività lavorative.

Non si tratta naturalmente di tornare indietro nel tempo, di rinchiudersi nella nostalgia del bel mondo antico, che poi non è mai esistito davvero, né di idealizzarlo dimenticando che era fatto di fatiche e sofferenze, ma di provare a coltivare una visione del mondo in cui l’unica soluzione del vivere non sia solo la città, senza per questo esaltare l’idillio della periferia. Provare a costruire un tessuto più articolato, fatto di mille realtà diverse, ricche di vitalità, che magari provano a darsi una mano tra loro. Perché, ovunque siamo, abbiamo bisogno delle stesse cose: il silenzio e la voce, la fragilità e la forza.

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