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Quando nel 1943 noi, ebrei di Firenze, fuggimmo di notte da casa ma fu tutto inutile

La testimonianza di Nedo Fiano, ebreo fiorentino, che fu deportato ad Auschwitz con tutta la sua famiglia e due anni dopo fu l'unico a tornare

di Nedo Fiano

La copertina del libro di Nedo Fiano, con la divisa da deportato di Auschwitz: il numero A5405 è quello che gli fu tatuato dai nazisti e che Nedo porta ancora sulla pelle.

Tratta dal suo libro "A5405 - Il coraggio di vivere" (ora in ristampa per le San Paolo Edizioni), pubblichiamo le pagine in cui Nedo Fiano, allora 18enne, ricorda come la sua famiglia reagì alla notizia del rallestramento degli ebrei romani avvenuta il 16 ottobre 1943: "La mamma cercava di nascondere le lacrime, ma io soffrivo nel vederla così trasformata, così segnata da quell’infamia"

Nedo Fiano oggi

All’alba del 16 ottobre 1943 i nazisti compirono una feroce razzia nel ghetto di Roma, conclusasi con la cattura di oltre mille ebrei che, dopo una settimana, furono deportati nel Lager di Auschwitz e ivi in gran parte gassati e cremati. Gli ebrei vennero sorpresi ancora addormentati nei loro letti; non venne fatta nessuna distinzione tra sani e malati, uomini e donne, vecchi e bambini.

La notizia di tale ferocia, seppure non pubblicata dai giornali perché censurata dal Governo, si diffuse rapidamente anche nella nostra città e fu chiaro che se fossimo rimasti ancora nelle nostre case avremmo corso un forte rischio.

Così fuggimmo nottetempo. In tutta fretta, lasciammo la nostra casa e andammo alla ricerca di un rifugio. Eravamo posseduti dalla paura e da un pianto inarrestabile; solo papà fu saldo e non si lasciò prendere da crisi.

La mamma cercava di nascondere le lacrime, ma io soffrivo nel vederla così trasformata, così segnata da quell’infamia.

Non potevamo usare il telefono perché c’era stato tolto. Restava soltanto da tentare il contatto personale con gli amici. E lo facemmo, bussando a molte porte, raccontando la nostra vicenda e chiedendo rifugio…

In verità erano previste pene molto severe per chi avesse dato ospitalità agli ebrei. Occorre quindi capire il rischio, molto elevato e non certo accettabile con disinvoltura per chi ci avesse ospitato.

Dopo aver subìto la viltà dei più, trovammo finalmente la generosità e il coraggio della famiglia Corsi che non ci rifiutò l’ospitalità e ci aprì le porte della casa di via dei Bardi.

Fu una fatica, non solo fisica, trovare dei veri amici nel bisogno estremo. Vedo ancora mamma passare di corsa da una stanza all’altra per cercare le cose essenziali alla nostra fuga da mettere nelle valigie. Guardava ansiosa l’orologio in continuazione, presa da un tremito di paura; papà l’accarezzava spesso e le diceva parole affettuose. Temo che lei cominciasse a percepire che non saremmo più ritornati alla nostra cara e vecchia casa. Era visibile, palpabile tutto il peso di quello stacco duro e improvviso dalla sua vita normale.

Era lacerata dalla fuga dal “suo” appartamento, dal suo mondo, dove aveva profuso tanto lavoro, tanta determinazione, tanta parte della sua vita. Temeva – era evidente – per la nostra salvezza.

Impauriti e infreddoliti, fuggimmo in tarda serata verso il nostro rifugio miracoloso, ma non fu un’uscita senza timore perché era in vigore il coprifuoco; la città a quell’ora era nel buio più totale per il divieto di illuminazione stradale e domestica. Se fossimo stati fermati dalla polizia saremmo stati arrestati in quanto ebrei. Quel distacco, anzi quello strappo, fu molto duro anche perché il sole era tramontato da tempo e tutto ci sembrava ostile. Quando mio padre girò la chiave nella serratura della vecchia casa, capì, anzi capimmo, che da quella sera la nostra vita sarebbe cambiata; il suono metallico prodotto dalla serratura fu il congedo dalla libertà e la chiave, girando nella toppa, sembrò produrre quasi un lamento…

Non salutammo nessuno perché, per paura o per viltà, nessuno sentì il dovere di condividere il nostro sgomento e di darci un po’ di solidarietà.

Quanta parte della nostra vita lasciammo dietro quella porta!

Forse soltanto dopo più di sessant’anni posso comprendere – e in parte misurare – quanto i miei genitori soffrirono quella partenza, quella fuga nelle tenebre.

«Nedo, sbrigati, facciamo presto. Ti prego». Mamma aveva evidentemente il timore di incrociare la polizia.

Attraversammo il Ponte alle Grazie, molto vicino alla nostra casa, per raggiungere gli amici che ci avevano offerto asilo. Quella sera vidi che i miei si abbracciarono teneramente. Così, trafelati, pieni di paura, ma confortati dal sorriso degli amici generosi, iniziammo la nuova vita da rifugiati che sarebbe durata circa quattro mesi.

Mancavano notizie di mio fratello, di sua moglie, di suo figlio, di mia nonna e dei miei zii paterni con i loro due figli. Riuscimmo solo in parte ad averne da amici, perché molte furono le difficoltà di comunicazione. Si aggiunsero poi i problemi per l’approvvigionamento del cibo, perché, in quanto ebrei, non avevamo la carta annonaria e quindi non potevamo comprare gli alimenti nei negozi. Nella casa dei nostri ospiti mangiammo alla loro stessa tavola e godemmo di un’ospitalità a dir poco fraterna. Le prime due notti non riuscimmo a riposare, ma per la prima volta e con grande emozione potemmo ascoltare l’emittente inglese Radio Londra: «Qui Radio Londra, vi parla il colonnello Stevens!». Quel tamburellare coll’incipit della Quinta di Beethoven ci metteva addosso speranza e sgomento.

Purtroppo non fummo capaci di vivere nella totale clandestinità. Così mamma, papà e io prendemmo a uscire incautamente molte, troppe volte dal nostro rifugio.

Credo quindi che sia stata una spiata a provocare in tempi e luoghi diversi l’arresto mio e di tutti i miei.

 

* * *

 

A metà del vicino Ponte alle Grazie l’abbracciai forte forte: «Allora, ciao mamma!».

«Nedo mio, mi raccomando, stai attento!».

«Non aver paura mamma, ci vediamo stasera!».

Era una luminosa mattina di febbraio. Ci eravamo alzati prima del solito e insieme eravamo usciti dal nostro rifugio. In strada, per dieci minuti, avevamo parlato di diversi argomenti. Non ricordo se papà rimase a casa quel mattino. Penso di sì.

Dopo l’abbraccio, lessi negli occhi commossi di mamma un velo, una tensione strana che non le avevo ancora visto. Aveva forse un presentimento.

Su quel ponte ricordo di aver dato un’occhiata fuggevole all’acqua arcigna dell’Arno che scorreva come sempre, come se nulla stesse accadendo a noi e al mondo.

Mamma andò a far spesa nel suo vecchio quartiere, io mi diressi invece nel centro della città. Eravamo usciti dal nostro nascondiglio senza misurare il rischio che correvamo a farci vedere in giro.

Dopo circa un’ora dall’abbraccio con mamma venni arrestato nella centralissima via Cavour. Sentii la canna di una pistola premuta su un fianco: «Tu sei Nedo Fiano, sei ebreo.  Vieni con me senza parlare e senza tentare la fuga». Era un poliziotto in borghese. Ho ubbidito. Volevo piangere e gridare, ma tacqui. Era il 6 febbraio 1944, l’inverno non allentava ancora la sua morsa, ma la primavera cominciava a far capolino. La gente in strada era quella di sempre, fatta soprattutto di donne, bambini e militari. Nessuno si accorse del mio arresto, del fatto che in quel momento avevo perduto la libertà.

Venni condotto al commissariato e da lì, dopo poche ore, al Carcere delle Murate. Ero lacerato dal pensiero che mamma si sarebbe disperata a non vedermi rientrare quella sera. Povera mamma!

 

Passaggio tratto dal libro A5405 – Il coraggio di vivere

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