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“L’identità non è di sinistra”? Per allargare lo sguardo, una politica del significato

Di norma si affronta la domanda di identità in tre modi: assecondandola, neutralizzandola, o trasformandola in categoria politica

A passport, symbol of identity (Pixabay).

L'intero quadro interpretativo che ruota intorno la domanda di identità prende in considerazione solo una parte del problema. Si concentra sugli effetti, ma è cieca quanto alle loro cause. In altri termini, considera la domanda di identità come il problema ultimo, piuttosto che il suo sintomo; si comporta come se il problema fosse curare la febbre, piuttosto che l’infezione sottostante che la alimenta

In miei precedenti articoli mi unisco a coloro che considerano il rilievo assunto dai bisogni di identità come il nucleo dell’attuale crisi socio-politica. Le persone sentono la propria identità assediata da nemici esterni e reagiscono con sentimenti (es. rabbia contro l’élite), atteggiamenti (es. xenofobia) e preferenze politiche (sostegno a partiti sovranisti, di estrema destra e populisti), che stanno creando un clima sociale e politico tale da minacciare non solo la tenuta dell’Unione europea ma l’esistenza stessa della democrazia.

In generale, le forze politiche tradizionali e le istituzioni hanno affrontato la domanda d’identità in tre modi. In alcuni casi, hanno cercato di assecondarla, come se la soluzione fosse di competere con le forze populiste e di estrema destra nel rispondere alla domanda d’identità con più ordine e muri più alti. Coloro che criticano l’attuale politica migratoria del Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini non dovrebbero dimenticare che il suo predecessore, Marco Minniti – nominato da un governo di centrosinistra – adottò una strategia che, sebbene non così arrogante e propagandista, condivideva la stessa visione fondamentale dei fenomeni migratori come questione di sicurezza nazionale. Ancora, il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer – la cui richiesta di inasprire la politica migratoria di quel paese ha recentemente portato il governo Merkel sull’orlo di una drammatica crisi politica – non è l’esponente di un movimento di estrema destra, ma il leader del partito cristiano sociale bavarese.

Un secondo modo per affrontare la domanda d’identità è pensare che vada neutralizzata, in quanto patologia da cui la società deve essere salvata, in nome degli ideali propri dell’universalismo. Le narrazioni proposte dalla sinistra sono spesso, più o meno implicitamente, basate su questo punto di vista, secondo il quale le persone che esprimono domande identitarie sono in errore, ingenue e/o vittime della propaganda. In breve, si assume che più debole è la domanda d’identità, maggiore il progresso della società. Una brillante presentazione di questa prospettiva può essere trovata in un recente pamphlet  di Mark Lilla – The Once And Future Liberal, non a caso pubblicato nella traduzione italiana con il titolo: “L’identità non è di sinistra”. Il dibattito sulle fake news – e in particolare l’argomento secondo il quale il loro successo sia dovuto all’ignoranza e all’ingenuità della gente – è un ulteriore esempio paradigmatico di questa visione.

Un terzo modo di affrontare la domanda d’identità consiste nel legittimarla/valorizzarla, attraverso la sua trasformazione in categoria politica. Il gruppo portatore d’identità è visto come rappresentativo e portatore di un interesse politico; così facendo, l’identità acquista il significato di una domanda politica di riconoscimento. Le politiche per il riconoscimento dei diritti civili delle persone LGBTQ sono paradigmatiche di tale approccio – ad esempio, essere lesbiche diventa il progetto politico di modificare l’assetto politico-istituzionale in modo che tenga in conto questa forma identaria; così facendo, una dimensione di vita privata, che riguarda le emozioni e il desiderio, diventa una categoria dell’agire politico. Il multiculturalismo è un altro esempio di questo approccio, con la sua istanza di ridisegnare la sfera istituzionale e politica in modo che sia rispettosa delle specificità delle identità etnoculturali.

Questi tre modi di affrontare l’identità sono molto diversi tra loro, eppure condividono uno stesso insuccesso. Cercare di competere con la capacità delle forze politiche populiste, di estrema destra, sovraniste di assecondare le ansie identitarie (primo approccio) non neutralizza queste ultime; al contrario, agevola il lavoro delle forze politiche anti-sistema, perché contribuisce a mettere il tema identitario al centro dell’agenda politica, dando quindi la chiave dello scenario politico a coloro che sono attualmente gli interpreti politici più efficaci di tale tema.

Coloro che sventolano la bandiera dei diritti umani e dell’universalismo (secondo approccio) sembrano essere radicalmente alternativi a coloro che assecondano la domanda di identità; tuttavia condividono con essi la logica semplificata di focalizzare un aspetto della complessità, eliminando il resto. In tal modo, un universalismo astratto e utopico diventa il miglior alleato dell’identitarismo: chiunque chiamato a scegliere tra l’alternativa secca: “identità sì/no”, è difficile che vada sulla seconda opzione; ciò per il semplice fatto che ogni persona fa esperienza di sé come soggetto portatore di identità. La retorica della completa eliminazione dei confini – senza se e senza ma – non può quindi che trasformare anche la persona più aperta in un difensore delle barriere.

Il terzo approccio ha cercato di evitare le insidie ​​cui vanno incontro le altre due strategie. Tuttavia, i risultati non sembrano così diversi. Si prenda il multiculturalismo e più in generale la politica del corretto politicamente. Tali approcci sono visti come forme progressiste, ispirate da valori di tolleranza e democrazia; tuttavia, è sempre più evidente che, piuttosto che assimilare le identità (civili e/o etniche) al respiro universalistico della democrazia liberale, essi hanno prodotto l’effetto paradossale di consolidare la chiusura delle soggettività particolari, di rafforzare le distanze e le barriere che le separano – la logica del multiculturalismo mina la diversità, per usare le parole di Kenan Malink, uno dei suoi critici. In ultima analisi, l’ambizione di rendere la politica capace di “assorbire” l’identità ha portato all’effetto contrario di permettere alle identità di riprodursi attraverso la loro capacità di plasmare la sfera politico-istituzionale.

È possibile identificare un aspetto comune alla base delle tre modalità richiamate sopra: tutte danno l’identità per scontata – vale a dire, la considerano più o meno implicitamente uno stato di fatto che definisce il perimetro del problema e le possibili soluzioni. Più specificamente, il quadro interpretativo alla base delle tre modalità può essere riassunto come segue. I fattori materiali, sociali ed economici (e.g. disuguaglianza economica, disoccupazione, pressione migratoria, terrorismo) innescano manifestazioni culturali reattive e dirompenti (ansia, sfiducia, xenofobia) che a loro volta alimentano le preferenze per i partiti politici anti-sistema che fanno leva su queste motivazioni. Pertanto, queste manifestazioni culturali devono essere in qualche modo affrontate e arginate, per evitare che alimentino le forze anti-sistema.

Questo quadro interpretativo prende in considerazione solo una parte del problema. Si concentra sugli effetti, ma è cieca quanto alle loro cause. In altri termini, considera la domanda di identità come il problema ultimo, piuttosto che il suo sintomo; si comporta come se il problema fosse curare la febbre, piuttosto che l’infezione sottostante che la alimenta.

In realtà, va dato atto che l’infezione non è per nulla facile da diagnosticare e ancor meno da curare. Tuttavia, riconoscerla è estremamente necessario, se si vogliono individuare misure efficaci contro la deriva antropologica che sta cambiando profondamente la società occidentale. Gli scienziati sociali e politici stanno cercando di sviluppare una visione più dettagliata della complessa interazione reciproca tra fattori materiali, culturali e politici; tuttavia, mentre c’è un accordo generale su ciò che sta accadendo, perché stia accadendo e come contrastarlo sono interrogativi che attendono ancora risposta.

Un modo possibile di rispondere è riconoscere che gli sconvolgimenti socio-economici hanno fatto qualcosa in più che causare un peggioramento delle condizioni di vita materiale per ampi segmenti della società – i cosiddetti “perdenti della globalizzazione”. Più radicalmente, la globalizzazione ha reso il mondo così complesso e opaco che praticamente nessuno è oggi in grado di “afferrarlo”, tanto cognitivamente che pragmaticamente. Oggigiorno, il mondo va oltre la capacità delle persone di rappresentarselo e riconoscerlo come parte della propria vita soggettiva. Di conseguenza, molte persone sentono la sfera locale della propria vita (e.g. la famiglia, gli amici, le relazioni sul posto di lavoro)  – quindi i legami identitari ad essa associati – come l’unico ancoraggio concreto che dà significato alla loro esperienza. Allo stesso tempo, il flusso confuso di eventi e processi che non possono essere compresi dall’interno della sfera locale è collocato in un unico contenitore generalizzato, vissuto come “la minaccia che viene dall’esterno”.

Questa lettura permette di cogliere il bisogno che la domanda d’identità cerca di soddisfare: le persone hanno necessità di dare senso alla propria esperienza. Poiché nessun altro mezzo si presta a ciò, è al legame identitario che viene assegnata questa funzione. Pertanto, se vogliamo ridurre la rilevanza della domanda d’identità, abbiamo bisogno di politiche che forniscano alle persone le condizioni e risorse necessarie per soddisfare il bisogno fondamentale di dare senso ad un mondo divenuto estremamente complesso e opaco. Ciò significa che le istituzioni devono, da un lato, rendere il mondo meno incomprensibile e, dall’altro, promuovere strumenti e azioni che potenzino la capacità delle persone di comprendere la realtà che li circonda.

Per concludere, vorrei fare un breve esempio di tale strategia. Attualmente, in Italia c’è un intenso dibattito sull’introduzione del reddito di cittadinanza. Chi è a favore sottolinea il contributo decisivo che la misura potrà dare alla lotta contro la povertà; i contrari sostengono che scoraggerà la gente dall’entrare nel mercato del lavoro e faciliterà l’economia illegale. Tuttavia, entrambi questi punti di vista presumono che la cultura – cioè il modo di pensare e agire delle persone – sia uno stato di cose predefinito e fisso in cui la misura verrà calata. La mia precedente discussione suggerisce una visione diversa: il reddito di cittadinanza dovrebbe essere visto come un modo di attuare una politica di sviluppo culturale finalizzata a contrastare le condizioni che rendono l’identità l’unico ancoraggio possibile. Secondo questa visione, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere concepito come un dispositivo socio-istituzionale attraverso il quale le persone possono fare un’esperienza significativa del fatto che il mondo non si esaurisce nei legami locali ma è fatta anche di relazioni potenzialmente positive con il sistema istituzionale più ampio. Tale obiettivo potrebbe essere ad esempio perseguito ancorando il reddito di cittadinanza alla fornitura (da parte dei beneficiari) di servizi per la promozione di beni comuni (ad esempio, attività volte a potenziare i servizi sanitari, l’istruzione e la protezione ambientale). In tal modo, il reddito di cittadinanza potrebbe funzionare come un ambiente sociale e istituzionale in cui le persone possano riconoscere che c’è qualcosa di sensato anche oltre il legame identitario, qualcosa che funziona come risorsa che contribuisce a rendere la vita meno incerta e più sotto controllo. Questa è la sfida posta dalla domanda d’identità: abbiamo bisogno di un nuovo corso politico che permetta alle persone di percepire le istituzioni come risorse vitali per la propria vita.

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