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Trump termina lo shutdown (per ora), con l’asso dell’emergenza nazionale nella manica

Pur senza i fondi per il muro, il Presidente annuncia a sorpresa la riapertura del governo per 3 settimane, nel giorno dell'arresto-bomba di Roger Stone

Il presidente Donald Trump.

Donald Trump lo ha annunciato "con orgoglio", ringraziando i lavoratori "patrioti" non pagati da 35 giorni e descrivendo la riapertura del governo quasi come un successo della sua amministrazione. In realtà, il Presidente non ha ottenuto ancora alcuna concessione per il suo muro: non a caso, lo shutdown verrà soltanto sospeso fino al 15 febbraio. Dopodiché, se l'accordo ancora non sarà raggiunto, potrebbe farlo ricominciare o proclamare l'emergenza nazionale

Il presidente Donald Trump ha annunciato con “orgoglio” di aver raggiunto un accordo per riaprire il governo federale per tre settimane, mentre proseguono i negoziati con i democratici sulla messa in sicurezza del confine con il Messico. Trump ha dunque fatto repentina marcia indietro dopo un mese di stallo, e dopo il fallimento di tutti i precedenti tentativi di trattativa con l’opposizione, compreso il voto del Senato fissato per ieri.

Questa decisione permetterà dunque al Congresso di approvare il decreto spesa, non appena Trump apporrà la sua firma ufficiale al fine di ripristinare tutte le normali operazioni a capo del governo federale fino al prossimo 15 febbraio. Gli oltre 800mila dipendenti federali che sono stati costretti a lavorare gratis per 35 giorni ricominceranno dunque a essere pagati.

Nel suo discorso, Trump ha ringraziato il patriottismo dei lavoratori americani, che, ha affermato, hanno tenuto duro per il proprio Paese “senza lamentarsi”. “Siete degli incredibili patrioti”, ha detto. “Molti di voi hanno sofferto molto più di chiunque altro le vostre famiglie possano conoscere o capire”. Il Presidente ha cercato di descrivere la fine, o perlomeno la sospensione, dello shutdown come un successo della propria amministrazione. In realtà, il piano per la riapertura del governo non include i fondi per cui Trump ha combattuto alacremente, e corrisponde pressoché allo stesso tipo di accordo che il Presidente aveva rifiutato alla fine di dicembre: durante l’impasse, insomma, il Commander-in-Chief non ha strappato alcuna concessione concreta. Allo stesso tempo, Trump ha specificato che, se entro il 15 febbraio, non si sarà raggiunto alcun accordo, sarà pronto a riprendere lo shutdown o, persino, a dichiarare lo stato di emergenza.

L’annuncio è giunto proprio il giorno dell’arresto, da parte dell’FBI, di Roger Stone, già consulente di Trump e a lungo suo amico e sostenitore. Tempistica che potrebbe non essere casuale, visto che ben si presta, come altre volte accaduto, a distrarre l’attenzione da una notizia per lui particolarmente scomoda. Ma il “cessate-il-fuoco” potrebbe giocare a suo favore anche per quanto riguarda il braccio di ferro con la speaker della Camera sul suo discorso sullo stato dell’Unione. Inizialmente programmato per martedì, Pelosi aveva poi “bandito” Trump dalla “House” fino a che il governo federale non sarebbe stato riaperto.

Ad ogni modo, questa decisione rappresenta una vera e propria resa da parte del Presidente che aveva fatto dei fondi per il muro la sua condizione non negoziabile per terminare lo shutdown. Qualche ora fa, gli effetti di questo provvedimento avevano cominciato a pesare gravemente sul traffico aereo sopra la città di New York, con una serie di ritardi registrati all’aeroporto di La Guardia a causa di “problemi al personale”. Lo stesso direttore dell’FBI si era infuriato perché i suoi agenti non erano stati pagati, e molti dipendenti della agenzia delle entrate si erano dati malati. E intanto, i sondaggi mostravano il gradimento di Trump in picchiata, con la maggioranza degli americani che lo riteneva direttamente responsabile dell’impasse. Resta da capire se nelle prossime tre settimane repubblicani e democratici riusciranno a mettersi d’accordo sulla questione del muro. Altrimenti, la chiusura potrebbe proseguire, o, addirittura, il Presidente potrebbe decidere, come più volte minacciato, di ricorrere alla proclamazione dello stato d’emergenza.

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