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Diritti fondamentali, questi sconosciuti: in 6 Paesi su 10 sono limitati

Il rapporto "People Power Under Attack 2018" ha valutato e analizzato come vengono rispettate le libertà fondamentali nei 196 paesi del mondo

geralt / Pixabay

Il risultato è sconfortante e sotto molti punti di vista sorprendente: in quasi sei paesi su dieci le libertà fondamentali dell'associazione delle persone, l'assemblea pacifica e l'espressione sono seriamente limitate. Spesso le attività civiche più comuni vengono vietate o limitate con varie forme di censura, i giornalisti sono vittime di attacchi e i difensori dei diritti umani vittime di norme inspiegabili

Non passa giorno senza che si parli di diritti civili, ma la verità è che nella maggior parte dei paesi del pianeta, questi diritti non sono interamente salvaguardati e tutelati. È quanto emerge da un rapporto dal titolo People Power Under Attack 2018, realizzato da CIVICUS, che ha valutato e analizzato come vengono rispettate le libertà fondamentali nei 196 paesi del mondo. Una ricerca condotta da oltre venti associazioni internazionali che hanno catalogato e registrato oltre 1.400 aggiornamenti e dati che sono poi stati analizzati da People Power Under Attack 2018.

Basandosi su una metodologia che ha combinato numerosi dati, tra cui le libertà di associazione, la possibilità di riunione pacifica e la libertà di espressione, alla fine, ad ognuno dei 196 paesi è stato assegnato un giudizio come chiuso, represso, vincolato, limitato o aperto. 

Il risultato è sconfortante e sotto molti punti di vista sorprendente: in quasi sei paesi su dieci le libertà fondamentali dell’associazione delle persone, l’assemblea pacifica e l’espressione sono seriamente limitate. Spesso le attività civiche più comuni vengono vietate o limitate con varie forme di censura, i giornalisti sono vittime di attacchi e i difensori dei diritti umani vittime di norme inspiegabili. “Questi dati sono un segnale d’allarme” ha detto Cathal Gilbert, responsabile della ricerca presso CIVICUS. “Vista la portata del problema, i leader globali devono prendere molto sul serio la protezione delle libertà civili”. In tutto il mondo, sono stati tantissimi i tentativi “per sopprimere e limitare le critiche da parte di coloro che osano sfidare le persone al potere”. Tornano immediatamente alla memoria (solo per restare in Europa) le immagini del processo in questo momento in corso sui leader della Catalogna. O a quello che, ormai da mesi, avviene in Francia con i “gilet gialli”.   

Secondo i ricercatori, oggi, solo 280 milioni di persone vivono in paesi “aperti” al dialogo civile. Un altro miliardo vive in paesi dove queste libertà sono “limitate”. L’aspetto più preoccupante è che il resto della popolazione mondiale, oltre sei miliardi di persone, vive in paesi dove la libertà di dialogo democratico è vietata o limitata o ristretta. Oggi lo stesso concetto di società civile e le libertà fondamentali che ne conseguono sono sotto attacco in 111 paesi su 196. E con un peggioramento rispetto all’anno precedente (i cui risultati erano stati pubblicati a marzo 2018 e parlavano di 109 paesi su 196). Ciò significa che le forme di repressione si stanno diffondendo. Ma significa anche che, in tutte le parti del mondo, esistono chiari sintomi di una crisi diffusa per la società civile: solo il 4% della popolazione mondiale vive nei paesi in cui i governi rispettano adeguatamente le libertà di associazione e la possibilità di “riunione pacifica”.

Ciò nonostante, alcuni paesi (sette) hanno mostrato dei miglioramenti. In Etiopia, ad esempio, dopo anni di disordini popolari e la severa repressione di tutte le forme di dissenso, il 2018 ha mostrato che è in atto un cambiamento in positivo: il nuovo primo ministro Abiy Ahmed ha rilasciato prigionieri politici, alleviato le restrizioni sulla comunicazione elettronica e ha portato avanti importanti misure verso la riforma di alcune leggi tra le più repressive del paese. Stessa cosa in Gambia e in Ecuador dove i cambi al vertice hanno portato ad un miglioramento nel rispetto delle libertà fondamentali.

Miglioramenti si sono verificati, oltre che in Etiopia, anche in Gambia e in Ecuador, e poi in Somalia, in Lituania e in Canada (con gli ultimi due paesi che sono entrati a pieno titolo nel novero dei paesi “liberi”).

Per contro, si sono dovuti registrare anche dei peggioramenti. Alcuni quasi scontati, come  Papua New Guinea o Senegal, Gabon e Kuwait. Altri, al contrario, sorprendenti, come in Austria e in Italia. Secondo i ricercatori sono ben 13 i paesi dell’UE che si sono classificati come aventi uno spazio civico ancora ristretto o limitato. Segno di una crescente volontà di alcuni governi di imporre restrizioni alla cosiddetta attività “politica” delle ONG. Il rapporto cita esempi di tutto ciò in Ungheria e in Polonia che hanno imposto restrizioni e hanno anche limitano le operazioni delle ONG che forniscono sostegno ai migranti. Altri paesi, come Francia, Italia, Spagna e Regno Unito, invece, avrebbero ridotto pesantemente lo spazio per le ONG. Fenomeni, questi, che sono stati accompagnati da misure restrittive a livello transfrontaliero. Non è un caso  se le sospensioni degli accordi di Schengen ormai non si contano più.

Un vero peccato, specie considerando che, da sempre, l’Unione europea ha posto alla base dei propri accordi, il rispetto diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto. Ora, l’UE, se da un lato rimane la regione del mondo con la maggior percentuale dei paesi aperti e non annovera nessun paese classificato come “limitato” o “chiuso”, dall’altro, mostra che esistono ampi spazi di miglioramento. Ma soprattutto, che le promesse fatte all’atto della creazione dell’UE sono ancora ben lungi dall’essere state mantenute.

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