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Terrore a San Donato Milanese e quel bus sul quale saremmo potuti essere tutti

Riflessioni sulla strage sventata alle porte di Milano, in un'Italia dove il concetto di legalità sbiadisce

Su quell'autobus in fiamme, in fondo, ci sarebbe potuto essere il figlio di chiunque. Così come chiunque sarebbe potuto finire su un gommone in mezzo al mare, se fosse nato nel lato sbagliato del mondo

Lo scheletro di un bus in fiamme alla periferia di Milano. Decine di ragazzini, ostaggi per 40 minuti di puro terrore, in fuga lungo la provinciale. È l’immagine potente di una mancata strage, quella che sarebbe potuta costare la vita a 51 studenti e ai loro accompagnatori. Siamo nei pressi di San Donato Milanese, comune a sud-est del capoluogo meneghino, capolinea della linea gialla della metropolitana: una serie di complessi residenziali, la cui vita ruota intorno agli uffici del centro direzionale dell’Eni. Difficile immaginarlo sfondo di un evento simile. L’autista che devia dal percorso tracciato è Ouesseynou Sy, uomo di origini senegalesi che, dopo essersi lasciato dietro la palestra di Crema, annuncia di volere andare verso l’aeroporto di Linate. Poche ore dopo, l’opinione pubblica apprende che lo stesso ha una condanna sospesa per violenza sessuale e un precedente per guida in stato d’ebbrezza. Eppure, trasportava ogni giorno ragazzini che genitori ignari affidavano alla scuola.

Rahmi Ousseynou Sy

Nessun colpo di testa, ma l’atto premeditato di una persona che, a suo dire, voleva “fermare le morti di bambini nel Mediterraneo”. E per farlo aveva pianificato un gesto “eclatante”, che è riuscito a documentare con tanto di video inviato agli amici in Senegal, prima che i carabinieri ne interrompessero la corsa. Aveva comprato le fascette da elettricista, con cui aveva ordinato agli accompagnatori di legare i polsi dei piccoli passeggeri, obbligati prima a depositare i cellulari sul fondo del mezzo. Agitava un coltello da cucina e si era premunito di una tanica di 10 litri di benzina con cui aveva già cosparso l’autobus. Ma, ha riferito poi agli inquirenti, non aveva intenzione di uccidere nessuno, a dispetto dei suoi proclami sul pullman. “Sentivo le voci dei bambini morti in mare che dicevano ‘fai qualcosa di eclatante per noi, ma non fare del male a questi bambini”.

Non si sa in quale modo pensava di poterci riuscire, ma avrebbe voluto prendere un aereo “da solo”, “per tornare in Africa e usare i ragazzini come scudo”. Voleva mandare un messaggio: africani, non partite per l’Europa. Non voleva che altri squali dilaniassero i corpi di altri bambini, di altre donne incinte e auspicava, anzi, che le destre trionfassero nel Vecchio Continente.

Tanti gli elementi che arricchiscono questa storia. Dalla prontezza dei carabinieri al sangue freddo di chi, costretto a legare i ragazzini, lo fa in maniera blanda man mano si avvicina verso le ultime file di sedili, per dare loro la possibilità di liberarsi, fino alla disobbedienza eroica del 12enne che, divincolandosi, afferra il cellulare e compone il 112, dando istruzioni puntuali e permettendo che lui e i suoi compagni vengano salvati.

C’è poi la politica che interviene. Matteo Salvini si scaglia contro l’attentatore senegalese pregiudicato e contro chi ha permesso che operasse come autista, plaudendo al lavoro delle forze dell’ordine. Luigi Di Maio risponde positivamente al padre del ragazzino-eroe che chiede la cittadinanza per il figlio, il quale si scopre essere di origine egiziana, ma non cittadino italiano, benché nato in Italia nel 2005: per me è un sì, dichiara il vicepremier. Nulla in contrario, gli fa eco il ministro dell’Interno: vaglieremo le carte e ci esprimeremo al riguardo, se naturalmente sarà tolta la cittadinanza all’attentatore. Nel mezzo, dichiarazioni d’ogni genere, compresa quella di Trump Jr. che ironizza chiedendosi come mai una nazione possa non volere accogliere soggetti come Ouesseynou Sy. Attentatore che, sottolineano gli inquirenti, non aveva mai dato segni di radicalizzazione o vicinanza ad ambienti d’estremismo islamico. Nessun legame con l’Isis a oggi, insomma quello che si direbbe un lupo solitario. Uno dei tanti ormai.

Che, non importa il colore della pelle, la fede o la provenienza. Non importa se vicino alle sedi del potere, nel pieno centro di una grande metropoli o in un’anonima periferia, possono agire in qualsiasi momento. Con qualsiasi motivazione, senza necessariamente una forte ideologia a guidarli. Tutto ciò in un clima apparentemente impazzito. Dove le vittime sono quasi sempre innocenti, magari colpevoli di appartenere a un’etnia, a un credo, a una nazione. Oppure i soggetti perfetti per diventare simbolo di qualcos’altro. Un pullman carico di bambini da incendiare, per centinaia di barconi lasciati affondare nel Mediterraneo di morte.

Su quell’autobus, in fondo, ci sarebbe potuto essere il figlio di chiunque. Così come chiunque sarebbe potuto finire su un gommone in mezzo al mare, se fosse nato nel lato sbagliato del mondo. È avvenuto, avviene, e probabilmente continuerà ad avvenire. Nonostante le misure antiterrorismo, le segnalazioni, i respingimenti, i confini tracciati o rivisti.

Cosa fare dunque, mentre l’odio si alimenta come benzina sul fuoco? Chiudersi al mondo? Costruire nuovi muri? Sarà questo che ci terrà al riparo nei nostri letti? Servirà forse a placare la paura o il sospetto che il nostro vicino di casa, un bianco cattolico del luogo o un immigrato musulmano nero di terza generazione possa trasformarsi nella prossima ‘scheggia impazzita’ della società?

Nel frattempo, il concetto di legalità sbiadisce, in Paesi che del sovranismo fanno la loro bandiera, che si riempiono la bocca del “volere popolare”, proprio nel cuore di quell’Europa dei popoli che rimane utopia. Paesi come l’Italia, dove bisogna quasi sempre attendere il dramma perché si agisca secondo le regole e si facciano i dovuti controlli e dove, per essere riconosciuti serve (proprio malgrado o meno) diventare degli eroi.

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