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Ramy e quella cittadinanza “regalata”: un precedente pericoloso?

La narrazione dei fatti è stata stravolta ad hoc. Ma lo ius soli non è argomento di discussione

Ramy Shehata con il compagno Adam El Hamami ospiti a Che tempo che fa di Fabio Fazio (screenshot YouTube).

Regalare la cittadinanza italiana a Ramy sarebbe un grave errore, un passo falso del governo, e costituirebbe un precedente pericoloso. La prontezza di riflessi del ragazzo, di cui nessuno ha intenzione di minimizzare le gesta, non può bastare. Diventare italiani non dovrebbe essere una ricompensa, ma il lieto fine di un iter in cui ci si è dimostrati culturalmente pronti e adeguatamente integrati. Ramy ora torni a essere ragazzo, lasci i riflettori ai maggiorenni. L’età della cittadinanza arriverà in un battibaleno

Forse sì, forse no: nel dubbio, non si parla d’altro e il governo sembra spaccarsi ancora, nonostante qualche debole punto di sutura qui e lì. Il ripetente tredicenne Ramy Shehata, uno dei coraggiosi ragazzini del pullman dirottato e dato alle fiamme nel milanese una settimana fa, non è italiano ma egiziano, come italiano non è (ancora) il suo giovane compagno di classe di origine marocchina, Adam. Ma sfortunata è l’Italia che ha bisogno di eroi, possibilmente idonei all’instancabile propaganda immigrazionista degli intellettuali di sinistra.

Del bambino biondo suo malgrado, primo intervistato di quel giorno da cani, non c’è più traccia: vaporizzato. Nicolò? No, Nicolò è un moretto occhialuto. Forse Riccardo, Ricky, per esclusione. Adam è una comparsa, mentre Ramy, con quel fare un po’ alla Mamhood e lo sguardo adulto e spavaldo, spopola. Il Corriere della Sera lo descrive timido. E alla faccia! Alla sua età pochi sfiderebbero in tenzone un ministro della Repubblica che li ospita calorosamente. Matteo Salvini, in partenza ragionevole, sta ora cedendo. È come un figlio, dice. Di certo li accomuna una discreta faccia tosta di fronte alle telecamere.

In un italiano molto incerto nonostante i diciott’anni in Italia, il babbo di Ramy chiede che la cittadinanza venga estesa alla famiglia del ragazzo, salvo poi fare marcia indietro e attribuire la richiesta alla pressione di alcuni giornalisti. Il clamore mediatico intorno allo ius soli non giova alla causa, né a chi lo invoca né a chi continua a non volerlo.

Lo ius soli, per i più distratti, è l’espressione giuridica latina che indica il diritto alla cittadinanza del paese di residenza acquisito alla nascita. In Nord America, nascere in suolo statunitense garantisce la cittadinanza americana. Lo stesso vale in Canada. In Italia, nascere da genitori senegalesi, coreani o finlandesi a Roma o Bolzano non concede lo status di italiani. In nessun paese europeo vige lo ius soli incondizionato; la Francia prevede quello temperato, ovvero a determinate condizioni. L’Italia è invece, per posizione geografica sciagurata e punto di confluenza nel Mediterraneo, lo stato che elargisce più cittadinanze agli immigrati. Nonostante lo ius sanguinis, l’Italia concede comunque la cittadinanza ai nati da genitori ignoti, ai nati da genitori apolidi e ai nati da genitori che non possono trasmettere la propria cittadinanza alla prole. Casi rarissimi, ma eccezioni previste dalla legge.

Regalare la cittadinanza italiana a Ramy sarebbe un grave errore, un passo falso del governo, e costituirebbe un precedente pericoloso. La prontezza di riflessi del ragazzo, di cui nessuno ha intenzione di minimizzare le gesta, non può bastare. Diventare italiani non dovrebbe essere una ricompensa, ma il lieto fine di un iter in cui ci si è dimostrati culturalmente pronti e adeguatamente integrati. Ramy ora torni a essere ragazzo, lasci i riflettori ai maggiorenni. L’età della cittadinanza arriverà in un battibaleno.

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