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Riforma sul copyright: correttivo necessario o attacco alla libertà della rete?

Con 348 sì, 274 no e 34 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva la nuova direttiva sul copyright nel mercato unico digitale

foto geralt / PIxabay

Sin dal primo momento, sono state tre le questioni spinose contenute nella nuova norma: il diritto concesso agli editori di pubblicazioni giornalistiche di ricevere un compenso ogni qual volta i loro articoli vengono pubblicati online; l'imposizione ad alcune piattaforme on line (come, ad esempio, Youtube) di dotarsi di misure destinate a controllare i contenuti inseriti dagli utenti per tutelare il diritto d'autore; e la creazione di una nuova eccezione sul copyright per consentire l'utilizzo di tecniche di 'text and data mining' (fino ad ora l'esplorazione e la lavorazione di grandi quantità di dati, al fine di modificare alcune tendenze poteva violare le leggi sul copyright ma solo in alcuni Paesi)

Con 348 voti a favore, 274 contro e 34 astensioni, il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria, ha approvato in via definitiva la nuova direttiva sul copyright nel mercato unico digitale. Si tratta di quello che molti hanno definito un traguardo: a questo risultato si è giunti dopo tre anni di discussioni e negoziati che hanno visto anche diversi colpi di scena.  Solo a Settembre 2018 si era avuta la prima approvazione del testo definitivo, ma l’iter valutativo è stato completato solo ieri.

A confermare le lunghe diatribe su questo tema che hanno animanto i parlamentari di Strasburgo fino allo scorso anno, anche il ristretto limite di consensi con cui la norma è passata. E solo dopo non pochi emendamenti il Parlamento U.E. ha proceduto ad approvarlo.

La direttiva sul copyright vigente nell’Unione Europea e risalente al 2001, in realtà, era da molti considerata non più sufficiente a tutelare  il diritto d’autore. E molti, se non tutti, erano d’accordo sulla necessità di aggiornarla, ma partendo da punti di vista completamente differenti sul come farlo, soprattutto in relazione ad alcuni articoli della direttiva ritenuti troppo vaghi e che potrebbero lasciare spazio a interpretazioni.

Sin dal primo momento, sono state tre le questioni spinose contenute nella nuova norma: il diritto concesso agli editori di pubblicazioni giornalistiche di ricevere un compenso ogni qual volta i loro articoli vengono pubblicati online; l’imposizione ad alcune piattaforme on line (come, ad esempio, Youtube) di dotarsi di misure destinate a controllare i contenuti inseriti dagli utenti per tutelare il diritto d’autore; e la creazione di una nuova eccezione sul copyright per consentire l’utilizzo di tecniche di ‘text and data mining’ (fino ad ora l’esplorazione e la lavorazione di grandi quantità di dati, al fine di modificare alcune tendenze poteva violare le leggi sul copyright ma solo in alcuni Paesi).

L’articolo che mira a regolamentare il rapporto tra le piattaforme online – in primis, Google, Facebook e poche altre – e gli editori è una materia spinosa dato che se, da un lato, è vero che spesso sui social network e sui motori di ricerca circolano troppo liberamente contenuti coperti dal diritto d’autore e senza che gli autori stessi o gli editori ricevano alcuna forma di compenso (quello che in gergo viene definito ‘value gap’, o ammanco di valore), dall’altra, questi siti sostengono di aver fatto il possibile per tutelare gli interessi degli editori. Il punto focale è che secondo molti, buona parte del traffico che gira sulle pagine di questi grossi siti deriverebbe proprio da anteprime. Ora ogni stato membro dovrà dotarsi di norme per assicurarsi che gli editori ricevano compensi “consoni ed equi” per l’uso dei loro materiali da parte dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione”, cioè le aziende di Internet.

Altro punto oggetto di discussione è quello riguarda la libera circolazione dei contenuti: la direttiva approvata ieri prevede che siano le piattaforme online ad esercitare i controlli su ciò che viene caricato dagli utenti, per evitare la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d’autore. Ciò potrebbe avvenire costringendo i fornitori di servizi online a stipulare accordi con le case editrici, cinematografiche e discografiche e dotarsi di una licenza e di un software simile a “Content ID”, la tecnologia utilizzata da YouTube proprio per evitare che i video caricati possano violare il copyright. In realtà i parlamentari contrari alla direttiva sostengono che anche questi sistemi, che pure costano alle aziende come YouTube somme enormi, non sembrano funzionare come dovrebbero.

Molti pensano che, in realtà, la nuova direttiva potrebbe avere come obiettivo quello di limitare il potere delle grandi imprese del settore: lo dimostrerebbe il fatto che la nuova norma non comporta grosse variazioni per i comuni cittadini, che non dovrebbero subire alcuna limitazione o divieto essendo sempre possibile la condivisione di hyperlink per l’utente. Riportare frammenti di articoli di attualità (i cosiddetti “snippet”), infatti, è espressamente escluso dal campo di applicazione della nuova direttiva (a patto, però, che il testo sia “molto breve”). In definitiva sembra che la nuova norma sia destinata principalmente a fare in modo che sia limitata la possibilità che aziende come Google, Facebook e altre di favorire un numero inimmaginabile di utenze offrendo gratuitamente i loro prodotti a danno degli editori (e assumendo in questo modo una forma di controllo sul mercato). Alcuni paesi europei, in realtà, avevano già pensato di norme analoghe:  Spagna e Germania. E gli scontri con grandi aziende come Google News non erano mancati.

Wikipedia Italia, che pure dovrebbe essere esclusa da queste misure, ha oscurato le proprie pagine italiane in segno di protesta. Ma ha pensato di non far durare questa contestazione per più di un giorno: come già preannunciato da Wikimedia, l’associazione che sostiene l’enciclopedia libera, la manifestazione di disaccordo è durata 24 ore e già ieri le pagine del sito erano di nuovo attive e consultabili. Anche altre quattro versioni linguistiche di Wikipedia – in tedesco, slovacco, ceco e danese – erano già state oscurate il 21 marzo.

Uno dei relatori parlamentari, Axel Voss (EPP, DE), ha dichiarato: “Questo accordo è un passo importante per correggere una situazione che ha permesso a poche aziende di guadagnare ingenti somme di denaro senza remunerare adeguatamente le migliaia di creativi e giornalisti da cui dipendono. Allo stesso tempo, l’accordo contiene numerose disposizioni per garantire che Internet rimanga uno spazio di libera espressione”.

“Con il voto di oggi il Parlamento europeo dà il via libera definitivo alla nuova direttiva per la protezione del diritto d’autore. Questo Parlamento ha dimostrato la sua determinazione a proteggere e valorizzare l’inestimabile patrimonio di cultura e creatività europeo. La nostra Unione potrà così beneficiare di regole moderne ed eque per la tutela dei diritti d’autore per il più grande mercato digitale al mondo”, ha detto anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Che ha aggiunto: “Fino ad oggi i giganti del web hanno potuto beneficiare dei contenuti creati in Europa pagando tasse irrisorie, trasferendo ingenti guadagni negli Usa o in Cina. Con questa direttiva abbiamo riportato equità e fatto chiarezza, sottoponendo i giganti del web a regole analoghe a quelle a cui devono sottostare tutti gli altri attori economici. Abbiamo fornito ai detentori dei diritti d’autore gli strumenti per concludere accordi con le piattaforme digitali in modo da poter vedere riconosciuti i propri diritti sull’utilizzo del frutto della loro creatività. Abbiamo, inoltre, creato maggiore trasparenza e un meccanismo adeguato per la risoluzione delle controversie”.

Di parere compeltamente diverso Matteo Salvini che, già a Luglio scorso, su Twitter, aveva tuonato contro il Parlamento Europeo colpevole, secondo lui, di poter “imporre nuove barriere, filtri e restrizioni alla rete, cercando di imbavagliare noi, ma sopratutto voi! Viva Internet libero! E pieno supporto a #Wikipedia per l’azione di forza”.

Lo stesso aveva fatto Di Maio che, sempre a Luglio, in occasione della prima bocciatura della legge (poi ribaltata), su Facebook, aveva ribadito che “nessuno si deve permettere di silenziare la rete e distruggere le incredibili potenzialità che offre in termini di libertà d’espressione e sviluppo economico”. Obiettivo dichiarato dei due partiti alla guida del governo nazinale quello di far cancellare i due articoli  “più pericolosi della direttiva”. A distanza di pochi mesi, non solo questi articoli sono rimasti sulla proposta portata al parlamento europeo, ma l’approvazione da parte del Parlamento europeo suona come una sonora sconfitta per entrambi questi partiti i cui eurodeputati hanno votato compatti contro la direttiva europea sul copyright. A favore della riforma hanno votato invece Forza Italia, buona parte del Pd (solo 3 contrari, Brando Benifei, Renata Briano e Daniele Viotti) e gli eurodeputati italiani di Ecr. Tra gli altri contrari Elly Schlein e Sergio Cofferati (S&D), Marco Affronte (Verdi) Eleonora Forenza e Barbara Spinelli (Gue). L’ex M5S Giulia Moi risulta tra gli astenuti.

Resta ora da vedere cosa faranno in Italia i partiti che hanno votatao contro e che sono al governo. Se da un lato è pur vero che l’accordo approvato dal Parlamento deve essere ancora formalmente approvato dal Consiglio dei Ministri UE, dall’altro questo passaggio è dato praticamente per scontato. La nuova legge, quindi, dovrebbe entrare in vigore entro due anni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale UE. Resta da vedere quindi come il governo italiano attuerà questa direttiva sul territorio nazionale, dopo aver votato contro a Strasburgo.

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