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Il prezzo troppo alto pagato per liberarci da Daesh

Sacrosanta la lotta al sedicente Stato Islamico; ma è bene conoscerne anche gli "effetti collaterali": in primis 1.257 morti civili accertate

U.S. Marines deployed in support of Combined Joint Task Force- Operation Inherent Resolve pose with Iraqi service members in Iraq. (U.S. Marine Corps photo by Capt. Christian Lopez )

La Coalizione anti-Daesh fa sapere che nelle operazioni battezzate “Inherent Resolve” in Irak e Siria contro il Califfato 1.257 civili sono stati «involontariamente uccisi» durante gli attacchi; è ragionevole credere che in realtà siano molti di più. La stessa Coalizione parla di 34.038 attacchi condotti tra l’agosto 2014 e il febbraio 2019; il rapporto “attacchi” “civili uccisi” fa dunque credere che la cifra relativa alle vittime sia di molto sottostimata

Sacrosanta, la lotta al Daesh, l’organizzazione jihadista salafita che dal 2017 opera in Siria e in Irak, e che fa capo a quel criminale tagliagole che risponde al nome di Abu Bakr al-Baghdadi. Sacrosanta al punto che, se una critica e un’obiezione si vuole fare, è che questa lotta è stata tardiva, con inspiegabili (o spiegabilissime) sacche di riluttanza; e senza quella determinazione e quella decisione che pur sarebbe stata necessaria e doverosa.

Al tempo stesso è bene conoscere quelli che con espressione “educata” e pudica, si definiscono “effetti collaterali”, e che altro non sono se non morti, violenze, danni, lutti a persone che non appartengono alle parti in lotta: sono “colpevoli” di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

La Coalizione anti-Daesh fa sapere che nelle operazioni battezzate “Inherent Resolve” in Irak e Siria contro il Califfato 1.257 civili sono stati «involontariamente uccisi» durante gli attacchi; è ragionevole credere che in realtà siano molti di più. La stessa Coalizione parla di 34.038 attacchi condotti tra l’agosto 2014 e il febbraio 2019; il rapporto “attacchi” “civili uccisi” fa dunque credere che la cifra relativa alle vittime sia di molto sottostimata. Non necessariamente per dolo; si sta parlando di regioni che definire “difficili” è usare un eufemismo. Ogni tipo di anagrafe è estremamente aleatoria; è dunque una “contabilità” non solo macabra: per forze di cose, imprecisa.

Oltretutto si parla di una regione vastissima: “Dall’inizio delle operazioni nel 2014”, riferisce una nota della Coalizione, “le forze associate hanno liberato quasi 110mila chilometri quadrati dal Daesh, eliminando il Califfato territoriale auto-proclamato e liberando 7,7 milioni di persone dall’oppressione”.

Qualche giorno fa i combattenti curdo-siniani e gli Stati Uniti hanno celebrato nell’est della Siria la vittoria militare contro il Daesh: la parola fine a una annosa guerra, costata la vita a decine di migliaia di civili e miliziani e che ha provocato un vero e proprio esodo tra Siria e Iraq. Forse un po’ troppo ottimisti: Daesh è ancora presente e operante nella valle dell’Eufrate; lo ricordano tutti i comandanti curdi: “Comincia ora una nuova fase della lotta al terrorismo”, dice il generale Mazlum Kobane, capo delle Forze democratiche siriane, guidate dai curdi e finanziate dagli Stati Uniti.

Per tornare alle vittime civili nella sola offensiva dello scorso 10 settembre da parte delle Forze democratiche siriane (FDS) per riconquistare Baghuz, ultima roccaforte del Daesh nella Siria nordorientale, più di 630 i civili uccisi.

Un altissimo, doloroso, sanguinoso prezzo pagato per liberarci del Daesh; e ancora non si sa con esattezza che fine ha fatto il “Califfo”  al-Baghdadi; e con lui i tanti ostaggi occidentali, da mesi, da anni sequestrati e tenuti prigionieri.

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