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Le sfide di oggi: per vincerle, serve una comprensione più profonda di ciò che accade

Dal clima ai conflitti, passando per le diseguaglianze economiche, per invertire la rotta serve comprendere i meccanismi con cui le persone interpretano la realtà

Photo: Pete Linforth ? Pixabay

Per promuovere modi di sentire e pensare innovativi, capaci di antagonizzare l’"anomia", è necessario una comprensione dei meccanismi profondi (in parte interni alla testa degli individui, in parte operanti al livello dell’interazione sociale) che organizzano il modo con cui le persone interpretano la realtà.

I sintomi dei problemi che le nostre società sono chiamate ad affrontare sono evidenti. Solo coloro che hanno interesse ad ignorarli possono trovare non preoccupanti fenomeni quali il progressivo peggioramento delle condizioni ambientali, l’inasprirsi della conflittualità geopolitica, la crescente disuguaglianza economica, l’indebolimento delle istituzioni sovrannazionali, la proliferazione dei conflitti armati locali, l’esplosione di guerre commerciali, la prospettiva di una nuova stagione di corsa agli armamenti nucleari.

Queste sfide globali hanno effetti diretti e concreti. Da un lato, esse determinano il peggioramento delle condizioni di vita di ampi segmenti della popolazione – meno salute, meno lavoro, meno protezione sociale, meno sicurezza. Dall’altro, generano un clima socio-psicologico di incertezza, instabilità, che a sua volta alimenta sentimenti di sfiducia nei confronti del futuro e della società, radicamento difensivo nell’identità, fatalismo, opportunismo, polarizzazione e frammentazione sociale, razzismo – vale a dire, tutto quell’insieme di fenomeni soggettivi e sociali che accompagnano e sostanziano ciò che i sociologi definiscono “anomia”.   

Non è difficile, tanto per gli esperti che per la gente comune, riconoscere il legame reciproco e ricorsivo tra le criticità politiche ed economiche –ciò cui generalmente si fa riferimento con espressioni quali “fattori strutturali” o “materiali” – e l’anomia che sta impossessandosi delle società europee e più in generale del mondo occidentale. La globalizzazione ha cambiato in profondità le regole del gioco: l’economia si è deterritorializzata, affrancandosi così dalla sfera politica, dunque dai vincoli sociali e istituzionali che gli Stati sono in grado di esercitare all’interno dei propri territori. In conseguenza di ciò, la generazione del valore economico è diventata sempre più autoreferenziale: un fine in e per se stesso, cui la vita sociale e politica è chiamata ad assoggettarsi. In ciò, la globalizzazione (o meglio, la globalizzazione perseguita dal neoliberismo) è riuscita ad operare il totale rovesciamento del primato della finalità sociale dell’economia, vale a dire della fondamentale visione democratica e liberale forgiata e praticata nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale. Tale rovesciamento ha generato una frattura profonda tra i “vincitori” e “perdenti” della globalizzazione, che inevitabilmente genera una reazione soggettiva altrettanto drammatica. Per un numero crescente di persone, la globalizzazione significa perdita di qualsiasi prospettiva di miglioramento delle condizioni di vita per sé e per i propri figli; significa incertezza, incapacità di progettare il futuro, bassi salari e lavori precari, minore protezione sociale; significa vivere in periferie degradate, insicure, in contesti di reciproca chiusura, quando non di ostilità, tra comunità locali e stranieri. Si consideri l’immigrazione, una delle principali conseguenze, diretta e indiretta, delle dinamiche della globalizzazione: in miei precedenti articoli su questa rubrica ho sostenuto la necessità di politiche migratorie inclusive, non solo per ragioni umanitarie, ma anche e soprattutto perché non vi è alternativa al governo di un processo globale di tal genere. Un recente documento dell’Associazione Italiana di Psicologia offre argomenti scientificamente fondati a sostegno di tale tesi. D’altra parte, condividere tale tesi non  significa che uno debba negare ideologicamente l’impatto critico che i processi migratori producono sulle società ospitanti – in termini di pressione sul sistema del welfare, di dumping potenziale a livello di mercato del lavoro, di conflittualità socio-culturale – e, soprattutto, non riconoscere che tale impatto si esercita in maniera prevalente sulle fasce meno protette e più svantaggiate della popolazione. Un paio di settimane fa i residenti di una borgata alla periferia di Roma hanno aspramente protestato contro l’assegnazione di un alloggio popolare ad una famiglia Rom. La mia sensibilità universalistica, democratica e politically correct – come quella di molti altri, ovviamente – è rimasta fortemente turbata e indignata da una simile manifestazione di chiusura all’alterità, sintomo di un atteggiamento di chiusura identitaria difensiva: ciò che il mio gruppo di ricerca ha definito “nemicalizzazione dell’alterità”.  Tuttavia, va tenuto in contro il fatto che a differenza di chi scrive e di molti altri che sostengono ideali universalistici, tra quelli che protestavano c’erano alcuni per i quali l’assegnazione di un alloggio alla famiglia Rom ha voluto dire ridurre ulteriormente la possibilità di avere un tetto per sé e la propria famiglia.

Che simili “fattori strutturali” possano innescare sentimenti anomici – ansia, rabbia, sfiducia, fatalismo – sembra tanto ovvio quanto inevitabile. Ed è ragionevole pensare che a valere sia anche la direzione opposta: in ultima analisi, anomia significa deterioramento della qualità dei legami tra le persone e tra le persone e le istituzioni (il cosiddetto capitale sociale orizzontale verticale), e dunque indebolimento della regolazione politica dei processi sociali ed economici. Giusto per fare un esempio della paradossale reciprocità tra incertezza ed anomia, si consideri quanto segue: l’incertezza innesca come meccanismo difensivo atteggiamenti negativi verso gli stranieri; tuttavia, una volta che tali atteggiamenti sono tradotti in azioni aggressive, tali azioni – per il semplice fatto di essere state messe in atto, prima ed indipendentemente dalla reazione che inducono – contribuiscono a connotare il gruppo altro cui sono indirizzate come un nemico. E ciò non può che far aumentare la percezione di minaccia incombente, che a sua volta alimenta ulteriormente l’incertezza, in un circolo vizioso che può avere esiti disastrosi.

Come rompere tale circolo vizioso non è chiaro. L’idea che esso possa essere invertito semplicemente (!) migliorando le condizioni strutturali riflette una confusione tra ciò che è necessario e ciò che è sufficiente. Il fatto che l’effetto B (anomia) sia dovuta alla causa A (i fattori strutturali) non implica che l’eliminazione di A porti alla neutralizzazione di B. Per esempio, una persona può prendersi l’influenza a causa del freddo cui si è esposta; tuttavia, una volta che l’influenza è insorta, per curarla non basta evitare il freddo.

Foto di Mystic Art Design da Pixabay.

L’asimmetria tra cause ed effetti – vale a dire, il fatto che una volta che un effetto sia stato innescato non è sufficiente eliminare la sua causa per cancellarlo – è ancora più cogente nel caso di fenomeni complessi come sono quelli che vedono per protagonisti gli esseri umani. Infatti, i modi attraverso i quali le persone danno senso al loro mondo – l’anomia è uno di questi modi – seguono regole e traiettorie proprie. I fattori strutturali innescano e alimentano l’attività umana di dare senso alla propria vita, ma non determinano la forma che tale attività assume. Ciò significa che per promuovere modi di sentire e pensare innovativi, capaci di antagonizzare l’anomia, è necessario una comprensione dei meccanismi profondi (in parte interni alla testa degli individui, in parte operanti al livello dell’interazione sociale) che organizzano il modo con cui le persone interpretano la realtà.

La psicologia sociale e culturale offre un rilevante contributo in tale direzione. In questa sede mi limito a focalizzarmi su un meccanismo generale, evidenziato in modi diversi da svariate teorie e ricerche: quanto più le persone percepiscono minacciati i significati di base a fondamento delle loro vite (valori, visioni del mondo, modi di vivere), tanto più sono spinti a difenderli attraverso il ricorso a interpretazioni emozionali e generalizzate di ciò che accade, elaborate indipendentemente dalla loro coerenza con i fatti. In altri termini, maggiore è l’incertezza individuale e sociale, maggiore è la tendenza delle persone ad essere influenzate da motivazioni identitarie (cioè, la motivazione a punteggiare il senso del proprio sé individuale e sociale) piuttosto che dall’interesse a produrre rappresentazioni valide della realtà.

Si può rintracciare il potere di tali modi generalizzati ed emozionali di sentire, pensare e agire nella misura in cui si riconosce come all’aumento dell’incertezza tende inevitabilmente ad aumentare la propensione delle persone a trovare appetibili interpretazioni semplificate, che misconoscono la complessità delle circostanze e dei problemi – ad esempio, l’idea che i problemi dipendano da un’entità nemica, di volta in volta identificata nella classe politica, negli immigranti, negli Arabi, ecc. –  così come a dare credito ai profeti di tali interpretazioni (e.g. le forze populiste e sovraniste, i partiti di estrema destra, così come i propugnatori di credi fondamentalisti, ecc.).

In che modo la comprensione di tale meccanismo può aiutare a trovare soluzioni?

Tale comprensione porta ad indicare la necessità di due complementari strategie. Da un lato, l’anomia si contrasta riducendo l’incertezza. Per fare ciò serve tanto indebolire i fattori strutturali che la alimentano quanto introdurre meccanismi e strumenti che sostengano/promuovano la capacità delle persone di comprendere le dinamiche della globalizzazione. Infatti, ciò che innesca e alimenta l’anomia non è tanto la perdita di opportunità e risorse per sé, ma l’incapacità di comprendere, addirittura di rappresentarsi, perché ciò accade: in funzione di quali progetti e sistemi di interessi, attraverso la mediazione di quali processi. In altri termini, comprendere ciò che accade è la prima protezione dall’incertezza, la prima forma di capacitazione e potenziamento delle persone. Dall’altro lato, è necessario arricchire la dotazione di risorse culturali disponibili nell’ambiente sociale. Quanto più l’ambiente culturale rende disponibili risorse simboliche (vale a dire, i significati innovativi che sostanziano il capitale sociale) tanto più le persone sono in grado di sentire, pensare e agire in termini di civismo, rispetto e valorizzazione dell’alterità; in definitiva, in termini coerenti con la complessità della contemporaneità. In definitiva, l’ambiente culturale va considerato in modo simile all’ambiente fisico: così come sono necessarie politiche contro il cambiamento climatico e il deterioramento delle risorse ecologiche, allo stesso modo abbiamo urgenza di politiche di contrasto al depauperamento dell’ambiente culturale indotto dalla globalizzazione.

Il punto critico è che a differenza di quanto accade per l’ambiente fisico, la consapevolezza della rilevanza dell’ambiente culturale è alquanto bassa, sia tra le persone che a livello di istituzioni.

Come ho sostenuto in precedenti articoli, per fare un passo in avanti su questo terreno, è utile far riferimento ad una idea generale offerta dalle scienze sociali (psicologia, psicoanalisi, sociologia, antropologia, scienze politiche): le risorse culturali innovative sono il prodotto di incubatori sociali che ospitano ed alimentano modelli innovativi di relazione umana. Ciò significa che un significato culturale innovativo è prima e innanzitutto una forma di relazione umana, un modello di scambio sociale. Nella misura in cui tale forma è praticata, essa si distilla in un significato culturale. In questa prospettiva, istituzioni e agenzie che vogliono contrastare l’anomia dovrebbero provare ad immaginare forme innovative di relazione umana implicanti, incubanti e dunque promuoventi  una diversa visione del futuro. Si tratta certamente di una sfida particolarmente impegnativa ma, come ogni sfida, essa offre un’apertura su mondi possibili.

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