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Primo maggio 2019: per i lavoratori poco da festeggiare, semmai è una giornata di lutto

Ogni anno, nel mondo, quasi tre milioni di persone muoiono sul posto di lavoro mentre gli incidenti coinvolgono 374milioni di soggetti

Altro che festa: dati e statistiche, tra Italia, Stati Uniti e nel mondo, che rendono questo primo maggio del 2019 una giornata di lutto

Il primo maggio è festa nazionale in Italia. La Festa dei Lavoratori, una ricorrenza celebrata in molti paesi del mondo, per ricordare tutte le lotte per i diritti dei lavoratori. Diritti che, a dire il vero, mai come oggi sembrano essere a rischio. In Italia come in molti altri paesi, legati tutti da una bramosia di produrre di più a costi sempre più bassi. Anche a costo di correre seri rischi per la salute e la vita stessa dei lavoratori.

Solo in Italia, nel 2018, gli incidenti sul lavoro sono stati circa 641mila. Lo scorso anno, almeno il 3,8% dei lavoratori ha subito un incidente su lavoro (l’84,6% degli incidenti si sono verificati durante l’attività lavorativa, il 15,4% si è verificato nel tragitto casa-lavoro). Ma non basta: un numero enorme di questi “incidenti” ha avuto conseguenze letali: i morti sono stati 1.133 (786 sul posto di lavoro), ogni 1.000 infortuni 1,8 hanno comportato la morte del lavoratore. Una situazione tra l’altro in netto peggioramento rispetto allo scorso anno (lo dimostra il fatto che sono 5.828 in più le denunce di infortuni e i decessi sono aumentati di oltre il 10%). I dati, elaborati dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro sulla base dei dati Inail, non lasciano dubbi su quale sia il livello della sicurezza nel paese: é al Sud che è maggiore l’incidenza degli infortuni in occasione di lavoro con esito mortale, “probabilmente”, dicono gli esperti, “per la scarsa attenzione alle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro e per la maggiore concentrazione delle occasioni di lavoro nei settori a rischio (agricoltura e costruzioni)”.  “Il maggior numero di infortuni mortali di lavoratori si registra nella provincia di Crotone (6,3 ogni mille) e, a seguire, nelle province di Isernia (5,9‰) e Campobasso (4,7‰)”.

Di alcuni casi, poi, si parla da anni e forse è per questo motivo che i dati non fanno più notizia: il numero di tumori sul lavoro non sorprende nessuno. Specie a Taranto, la provincia con il maggior numero di tumori determinati da malattie professionali, dove tra i lavoratori impiegati nello stabilimento ex Ilva di Taranto, i casi di cancro sono il 500% in più rispetto alla media della popolazione generale della città, non impiegata nello stabilimento, secondo i dati dell’Osservatorio nazionale amianto (Ona). Si stima che in Puglia siano “circa 5.000 i morti causati o con-causati dall’esposizione all’amianto nel periodo 1993/2015”. Circa 220 l’anno. E questo parlando delle sole patologie asbesto correlate. Ma di questo nella “Festa” dei Lavoratori non si deve parlare.

A leggere questi dati pare che si sia ben poco da festeggiare.

Tanto più che questi numeri pare proprio non siano un caso isolato, ma, al contrario, un esempio di un problema ormai diffuso e generalizzato in tutto il mondo. Solo pochi giorni fa, durante lo spoglio delle urne dopo le elezioni del 17 aprile in Indonesia, almeno 296 gli scrutatori sono morti per sfinimento dovuto all’enorme mole di lavoro e alle condizioni ambientali (e 2.151 le persone ammalate per aver aver lavorato negli oltre 800mila seggi), come ha confermato la stessa Commissione elettorale. La stessa che ha comunicato che risarcirà le famiglie dei lavoratori morti con 36milioni di rupie, poco più di 2.200 euro, equivalenti a un anno al salario minimo, secondo il Nikkei Asian Review. 296 lavoratori morti per cosa? Per un lavoro occasionale e un compenso mensile forfettario di 35 dollari (31 euro), molto al di sotto della soglia prevista dalle Nazioni Unite per la definizione di povertà estrema. Sì perché nessuno ha fatto caso al fatto che questi lavoratori morti per e a causa del lavoro, venivano sfruttati in condizioni inimmaginabili per pochi centesimi al giorno.

Ma di loro nelle piazze d’Italia e nei discorsi dei leader mondiali o dei capi dei sindacati non c’è traccia.

Così come nessuno ha parlato del numero di lavoratori morti ogni anno negli Stati Uniti d’America. Anche nel paese più “sviluppato” e paladino dei diritti umani del pianeta, la situazione è terribile. A confermarlo è l’edizione 2019 di “Death on the Job: The Toll of Neglect”, il rapporto sullo stato di sicurezza e protezione della salute per i lavoratori americani presentato per il 28esimo  anno dall’AFL-CIO. Quasi 50 anni fa, nel 1970, il Congresso promulgò la Legge sulla Sicurezza sul Lavoro, promettendo ai lavoratori di questo paese il diritto a un lavoro sicuro. Eppure, ancora nel 2017, negli USA sono stati quasi 3,5 milioni i lavoratori (in tutti i settori, tra cui governo statale e locale), che hanno riportato traumi e malattie legate al lavoro (dei quali 2,8 milioni nell’industria privata). Ma gli esperti affermano che, a causa delle limitazioni dell’attuale sistema di segnalazione degli infortuni, i dati reali sarebbero sottostimati e che il loro numero effettivo sarebbe due o tre volte maggiore, ovvero tra 7,0 e 10,5 milioni di ferite e malattie all’anno. Con un costo stimato tra 250 e 330 miliardi di dollari all’anno! Ma il dato più impressionante è quello sul numero di morti sul lavoro negli USA: 5.147 morti sul lavoro e 95mila morti per cause legate al lavoro solo in un anno (50mila dei quali legati a malattie professionali legate a esposizione e prodotti chimici), 275 lavoratori morti al giorno! Più degli americani morti nelle missioni di pace o nelle guerre di potere consentite da tutti i presidenti americani che si sono succeduti negli ultimi anni.    

La verità è che, in barba alle promesse, alle dichiarazioni di questo o quel sindacato o associazione di lavoratori e, soprattutto, in barba ai festeggiamenti per il primo maggio, ogni anno, nel mondo, quasi tre milioni di persone muoiono sul posto di lavoro mentre gli incidenti sono almeno 374milioni di soggetti. Ma la cosa più grave è che come hanno confermato gli esperti dell’Ilo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, quasi tutti questi infortuni sarebbero largamente evitabili. Invece, di “lavoro” si continua a morire.

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