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A 41 anni dai “cento passi”, che cosa ci racconteresti, oggi, Peppino?

Che cosa direbbe Peppino Impastato della mafia di oggi, che muove i propri interessi con traffici illeciti, corruzione, diseguaglianza sociale dilagante?

Peppino Impastato.

Oggi racconterebbe questo Peppino, magari prendendo in mano la costituzione italiana e riaccendendo quei vecchi microfoni di Radio Aut, impolverati di rivoluzione studentesca, di 78 e voglia di cambiamento reciterebbe ad alta voce il primo articolo “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” per fare ricordare a tutti che il lavoro fatto dai padri costituenti è sacro...

Nel 1978, la radio trasmetteva in onde medie i brani di Renato Zero e Patty Pravo, che dominavano nelle hit parade e riempivano gli scaffali dei negozi. Alan Sorrenti pubblicava ‘Figli delle Stelle’ e Antonello Venditti era al primo posto delle classifiche nazionali con il singolo ‘Sotto il segno dei pesci’. Anche a Cinisi, nel piccolo comune di Palermo, i cittadini amavano ascoltare la radio e tra un brano e l’altro, tra un bicchiere di cedrata e un buon sigaro di importazione americana acceso a metà, ascoltavano anche e soprattutto Radio Aut, una radio libera fondata nel 1977 da Giuseppe Impastato, conosciuto da tutti come Peppino.

Gli abitanti di Cinisi a Terrasini, ogni venerdì sera, potevano ascoltare la trasmissione “Onda Pazza a Mafiopoli”, trasmissione in cui venivano raccontati con satira e spiccata ironia, le vicissitudini della politica locale e del potere mafioso che in quegli anni attanagliava quell’area della Sicilia. Sulle tv nazionali trasmettevano programmi come ‘Portobello’ e i ragazzi si recavano in discoteca per ballare le travolgenti note di ‘Stayin’ Alive’ dei Bee Gees con la brillantina tra i capelli e i pantaloni attillati.

Il giovane Peppino Impastato, invece,  rompeva i rapporti con il padre Luigi, uomo vicino al capomafia di Cinisi e Terrasini Gaetano Badalamenti, che gestiva il traffico internazionale di droga dall’aeroporto di Punta Raisi. Peppino era nato in una famiglia mafiosa, il padre era il cognato di Don Cesare Manzella, vecchio boss della Cinisi post bellica. Manzella era stato ucciso in un attentato con una Giulietta imbottita di tritolo. Ma Peppino era diverso da quella famiglia, voleva respirare un’aria pura e respingeva fortemente il marciume che lo circondava sin dalla più tenera età.

Nel 1965, il padre lo caccia di casa, lui va via e si dedica anima e corpo alle attività socio-politico-culturali; fonda il giornale L’Idea Socialista e aderisce al PSIUP. L’Italia di quegli anni è in continuo mutamento. La Rai riempiva i propri palinsesti con il cartone animato giapponese Goldrake, Sandro Pertini veniva eletto Presidente della Repubblica Italiana. Nel mese di maggio veniva approvata la legge Basaglia, e venivano aboliti i manicomi, contemporaneamente veniva approvata la tanto discussa legge 194/78. Dibattiti che si rincorrevano tra le pagine dei giornali e le tv, e si contrapponevano con la trepidante attesa che si era innestata nelle piazze, tra i tavolini dei bar e nei circoli di quartiere per i campionato mondiale di calcio che nel mese di giugno di sarebbe disputati in Argentina, vinti dai padroni di casa con l’Italia piazzata al quarto posto. Un’onda di cambiamento e freschezza che travolge anche Cinisi, e spinge i giovani a credere nel futuro e nel cambiamento.

Peppino, insieme ai suoi amici, fonda il gruppo “Musica e Cultura” e attraverso i microfoni di Radio Aut denuncia il traffico di droga, le malefatte dell’amministrazione e parla di quella mafia che pone il veto in quelle piccole strade di provincia. Attraverso le parole raccontava ciò che accadeva sotto ai suoi occhi, riuscendo ad abbattere i muri di silenzio che la mafia aveva innalzato nel corso degli anni. Un silenzio impenetrabile che costruiva le proprie radici nella quotidianità, attraverso il rumore delle serrande in legno abbassate, i tacchi delle scarpe sui cocci in pietra e gli sguardi impenetrabili che riuscivano a comunicare tutto e niente.

Peppino, nella sua radio, raccontava la mafia che si muoveva in penombra e che costruiva il proprio impero con gli appalti, la droga e il malaffare. Una piccola radio che ben presto diventa un vero e proprio megafono di denuncia sociale. Si dedica anche all’attività politica, candidandosi alla lista Democrazia Proletaria delle elezioni provinciali ma non saprà mai l’esito di quelle votazioni perché verrà assassinato brutalmente nella notte tra l’8 e il 9 maggio. Viene inscenato un finto suicidio con del tritolo sotto il corpo, posizionato sui binari. Peppino quella notte non si era suicidato perché stanco della politica e della vita, come voleva far credere qualcuno. I suoi amici e la sua famiglia questo lo sapevano benissimo, ne erano certi, conoscevano le sue ambizioni, i suoi progetti e quello sguardo costantemente volto al futuro.

No, Peppino non si era ammazzato quella notte e gli amici di sempre, con le pietre sporche di sangue tra le mani raccolte sul luogo del delitto, lo hanno urlato a gran voce. Peppino era stato assassinato e tutti sapevano il nome del responsabile: Gaetano Badalamenti, condannato all’ergastolo nel 2002. Quel giorno nessuna radio parlerà del giovane Don Chisciotte di Cinisi che combatteva la mafia con le unghie e con i denti, nessuna radio quel giorno trasmetterà i brani dei Bee Gees o di John Paul Young per i giovani spensierati. Nessuna prima pagina verrà titolata per il giovane Peppino Impastato. Nessuna. Quello stesso giorno le radio di tutta Italia raccontano un’altra pagina di cronaca nera ancora avvolta da una fitta cortina di mistero. A Roma, in Via Cartani, veniva ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana. Il suo corpo si trovava all’interno di una Renault 4, vicino la sede del Partito Comunista Italiano. Una vicenda che inizia il 16 marzo 1978, quando l’autovettura di Moro viene bloccata dalle Brigate Rosse in Via Fani. Nell’agguato morirono i Carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i poliziotti che si trovavano nell’auto di scorta Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

Oggi i microfoni di Radio Aut sono spenti, i volumi del mixer abbassati e le cuffie piene di polvere riposte dentro uno scatolone colmo di scartoffie, sotto una tonnellata di dischi e bandiere. Le strade di Cinisi sono rimaste le stesse invece, con le serrande in legno a metà, piene gli alberi che potrebbero raccontare la storia di tanti valorosi giovani che hanno lottato per la libertà e sono morti nel silenzio. La mafia ha cambiato volto nel corso del tempo, spogliandosi totalmente dalla retorica cavalleresca post bellica che caratterizzava i boss locali che, tornati dagli Stati Uniti arricchiti, si mostravano benefattori, sfoggiando grossi cappelli, occhiali da sole e parallelamente si dedicavano al contrabbando di sigarette o al traffico di eroina. Dopo le stragi del ’92, in cui persero la vita il Giudice Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, l’immediata reazione dello Stato ha portato alla cattura del sanguinario boss di cosa nostra  Salvatore Riina, avvenuta nel gennaio del 1993 ad opera dei Carabinieri del ROS. Da quel momento in poi la mafia ha radicalmente cambiato registro.

“Nun fare scruscio” (non fare rumore) era il comandamento imposto dal successore di Riina, il boss Bernardo Provenzano. Una silenzio che ha macinato miliardi attraverso un sistema arcaico ma efficace: i pizzini. Provenzano, Lo Piccolo, prima di essere arrestati, hanno gestito fiumi di denaro attraverso metodi arcaici di comunicazione, entrando così nel mondo degli appalti, della politica e del business. Chissà come sarebbe stata la carriera politica di Peppino Impastato dopo le elezioni del 1978, chissà cosa avrebbe raccontato di questa nuova mafia che, in Sicilia, non spara più, che non è più a cento passi da casa, ma indossa giacca, cravatta e simbolicamente un colletto bianco. Forse oggi Peppino non parlerebbe di Gaetano Badalamenti, da lui soprannominato “Tano seduto”, ma racconterebbe la mafia di oggi che muove i propri interessi con i traffici illeciti, la corruzione, il clientelismo, la diseguaglianza sociale dilagante.

Oggi racconterebbe questo Peppino, magari prendendo in mano la costituzione italiana e riaccendendo quei vecchi microfoni di Radio Aut, impolverati di rivoluzione studentesca, di 78 e voglia di cambiamento reciterebbe ad alta voce il primo articolo “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” per fare ricordare a tutti che il lavoro fatto dai padri costituenti è sacro. Inviolabile. Peppino, se fosse ancora in vita, si opporrebbe drasticamente al rigurgito fascista che sta ammorbando il bel paese, e cercherebbe di far capire a tutti che la nostra Repubblica democratica ci insegna che ogni cittadino è uguale in uno Stato di diritto, senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione, politica, condizioni sociali e personali. Sicuramente riunirebbe ancora una volta gli amici del circolo Musica e Cultura, richiamando a raccolta tutti i cittadini della Provincia e forse della regione, spiegando loro che la Sicilia è una terra d’accoglienza, baciata dal mare con gli occhi puntati verso l’Africa con una mano sempre tesa verso un mare limpido ma spesso impetuoso che può essere un grido d’aiuto verso popoli che hanno bisogno.

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione a rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”, questo diceva Peppino e forse lo direbbe anche oggi.

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