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I dieci anni “in rosso” di Trump imprenditore nell’inchiesta del New York Times

Lo scoop rivela che l'attuale Presidente, a causa delle cospicue perdite, non pagò tasse per 8 anni, e getta un'ombra sulla sua carriera nell'immobiliare

Foto di StudioLabs da Pixabay

L’inchiesta smonta la convinzione, piuttosto diffusa, che la carriera di Donald Trump avesse raggiunto un picco verso la fine degli anni Ottanta, quando l’imprenditore, in effetti, pubblicò il suo libro “The Art of the Deal” , che contribuì a renderlo una celebrità. In effetti, secondo il Times, le perdite cominciarono ben prima del biennio 1990-91, visto che, già nel 1985, il futuro Commander in Chief dichiarò perdite da 46,1 milioni di dollari relative alle attività dei suoi casino, hotel e ad altri affari. Quindi, all’inizio degli anni Novanta, le perdite arrivarono a toccare l'astronomica cifra di 517,6 milioni di dollari, circostanza che consentì a Trump di non pagare tasse per ben 8 dei 10 anni analizzati. In effetti, secondo il Times i maggiori guadagni per Trump, in quel periodo, arrivarono non dal campo immobiliare ma dal mercato azionario

Il New York Times torna a occuparsi della situazione fiscale del Presidente, a poche ore da quando il segretario del Tesoro, Steve Mnuchin, ha confermato la decisione di non consegnare le dichiarazioni dei redditi del Commander-in-Chief, richiesta che, si è giustificato, mancherebbe di un “legittimo scopo legislativo”. Secondo i Democratici al Congresso, invece, richiedere tali documenti rientra nei propri poteri. Ad ogni modo, il nuovo scoop del New York Times segue quello che, lo scorso ottobre, svelò “schemi fiscali sospetti” del milionario newyorkese, che avrebbe ricevuto la bellezza di 413 miliardi di dollari dall’impero immobiliare del padre. Due inchieste, la prima lunga ben 15mila parole e l’ultima 4000, che contribuiscono a smantellare il ritratto di imprenditore di successo, uomo di affari perennemente sulla cresta dell’onda e, come direbbero i latini, “faber fortunae suae” (artefice della propria fortuna) che Trump ha sempre amato attribuirsi. E invece, dallo scrupoloso lavoro dei giornalisti del Times – tra cui Susanne Craig, vincitrice del Pulitzer la scorsa settimana –, emerge una realtà un po’ diversa.

Una realtà fatta di cospicue perdite, del valore di 1,7 miliardi di dollari, dichiarate al fisco dal 1897 al 1994, perdite tali che avrebbero permesso all’imprenditore di non pagare tasse per tutto quel periodo, cioè ben 8 anni. Una bomba che Trump, in alcuni tweet, ha provato a disinnescare, affermando che, negli anni Ottanta e Novanta, gli imprenditori edili “avevano diritto ad accedere a massicci ammortamenti e deprezzamenti”, che avrebbero “mostrato perdite e perdite fiscali in quasi tutti i casi”.

Argomentazione che il Times ha contestato, spiegando di aver potuto verificare che, anno dopo anno, “Trump ha perso più soldi praticamente di qualsiasi altro contribuente in America”, grazie alla comparazione effettuata con i campionamenti e le informazioni fornite annualmente dall’Internal Revenue Service a proposito dei contribuenti ad alto reddito.

L’inchiesta smonta anche la convinzione, piuttosto diffusa, che la carriera di Donald Trump avesse raggiunto un picco verso la fine degli anni Ottanta, quando l’imprenditore, in effetti, pubblicò il suo libro “The Art of the Deal” , che contribuì a renderlo una celebrità. In effetti, secondo il Times, le perdite cominciarono ben prima del biennio 1990-91, visto che, già nel 1985, il futuro Commander in Chief dichiarò perdite da 46,1 milioni di dollari relative alle attività dei suoi casino, hotel e ad altri affari. Quindi, all’inizio degli anni Novanta, le perdite arrivarono a toccare l’astronomica cifra di 517,6 milioni di dollari, circostanza che consentì a Trump di non pagare tasse per ben 8 dei 10 anni analizzati. In effetti, secondo il Times i maggiori guadagni per Trump, in quel periodo, arrivarono non dal campo immobiliare ma dal mercato azionario.

Uno scoop che giunge in ore bollenti per la presidenza Trump, sia sul fronte interno che esterno. Notizia fresca, il Presidente ha deciso di invocare il proprio privilegio esecutivo per evitare che la versione non emendata e completa del rapporto di Robert Mueller sul “Russiagate” finisse nelle mani del Congresso. Intanto, come conseguenza del pugno duro da sempre usato dall’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran, Teheran ha annunciato un parziale ritiro del suo Paese dall’accordo sul nucleare – dopo quello totale degli USA –, accordo che fu grande successo della presidenza Obama. Il tutto, mentre il segretario di Stato Mike Pompeo si trovava in Iraq, dopo che l’intelligence avrebbe rivelato la sete di vendetta delle Guardie della Rivoluzione iraniane, dichiarate organizzazione terroristica da Trump un mese fa, nei confronti delle truppe americane in Iraq e in Kuwait.

Non solo: per la prima volta, una Corte d’Appello del Nono distretto – solitamente severa nei confronti delle decisioni presidenziali in materia di immigrazione – gli ha dato ragione, riconoscendogli il diritto di tenere al di là del confine con il Messico i richiedenti asilo. E due sondaggi, uno di Gallup e un altro  di Nbc/WSJournal, attesterebbero che, nonostante gli scoop giornalisti, il rapporto Mueller, il braccio di ferro con i democratici e quant’altro, il gradimento per Trump sarebbe al 46%, tra i più alti di sempre. Sul risultato, peserebbe molto il pubblico, sempre più folto e convinto, di Fox News, emittente palesemente favorevole al Presidente, che lo sosterrebbe al 73%. In questo quadro, insomma, ci si chiede quale effetto a medio termine avrà l’ultima, pur validissima inchiesta del Times, e se non rischierà, come accaduto per tutta la vicenda Mueller e la stessa campagna elettorale, di avvalorare l’idea di una persecuzione mediatica e, in ultima istanza, di fare il gioco del Presidente.

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