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Quando con Tommaso Buscetta ci facevamo le spaghettate “alla carrettiera”

Esce il film sul grande "pentito" di mafia, ma io non lo vedrò: Don Masino mi raccontò già tutto di lui a Palermo...

Pierfrancesco Savino nei panni di Tommaso Buscetta nel film "Il traditore".

Oggi, mi sento di dire con tutta onestà che in Buscetta apprezzai il suo modo di esprimersi, pacato e mai una parola fuori posto. Notai, senza bisogno che ne parlasse, la sofferenza nell'aver perso i figli, il fratello, il genero e altri parenti, tanti parenti. Ma non si sentiva vinto, almeno non lo palesava...

Erano trascorsi 10 anni, ma alla fine ci siamo incontrati. Conoscevo Tommaso Buscetta – la cui storia sbarca a Cannes con “Il Traditore” di Marco Bellocchio – soltanto dai freddi faldoni della Squadra mobile di Palermo, dove prestavo servizio. All’epoca, inizio anni ottanta, quando era iniziata la mattanza voluta da Totò Riina, per conquistare manu militare l’intera Cosa nostra, Tommaso Buscetta non era più a Palermo. Io, intervenni con la mia pattuglia, negli omicidi di Salvatore Inzerillo, Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. In quegli anni, a Palermo si sparava più che a Beirut. Un giorno, giunse l’allarme di sparatoria in viale delle Alpi ed io con la mia pattuglia, non ero tanto lontano. Con la sirena accesa ci fiondammo con l’auto civetta in direzione del luogo della sparatoria, ma perdemmo tempo prezioso a causa di un camion che stava facendo manovra.

Giungemmo e recandoci in uno scantinato adibito a vetreria, vedemmo due cadaveri crivellati di colpi. Uno era il fratello di Tommaso Buscetta, Vincenzo e l’altro il nipote. Fu anche ucciso il genero all’interno di una pizzeria (non ero di turno) e nel frattempo il gruppo dei “viddani” capeggiati da Riina, fece sparire, col metodo della lupara bianca, due figli di Tommaso Buscetta. Ma nel corso di attività investigativa, la mia sezione diretta da Ninni Cassarà, monitorava alcune telefonate di Buscetta, che dal Brasile erano dirette a un’utenza palermitana. Tommaso Buscetta, nelle conversazioni usava il nome fittizio di “Roberto”.

Quindi lo avevamo identificato. Poi decise di pentirsi e fu estradato in Italia. In quell’occasione non fui interessato a Buscetta, anche perché ero impegnato in altre attività investigative, riconducibili a Totuccio Contorno e a un gruppo di killer ben definiti. Siamo nel 1991, nel nostro Paese per volontà del dottor Giovanni Falcone, viene istituita la DIA – Direzione investigativa antimafia –. Vengo chiamato a farne parte e mi trasferisco a Roma. Ed ecco il mio primo incontro con Tommaso Buscetta, che avvenne con una spaghettata alla “carrettiera”, ovvero aglio, olio, prezzemolo e peperoncino. Successe che il direttore della DIA, mi chiese di accompagnarlo a far visita a una persona e quando entrai nell’appartamento, con mia grande sorpresa vidi Tommaso Buscetta. All’inizio non fu un incontro sereno, perché nel momento in cui Buscetta venne a conoscenza del mio luogo di nascita, Palermo, si mostrò molto turbato. Poi si rasserenò con le  parole del Direttore: “l’ispettore Pippo Giordano è un uomo di mia fiducia, anzi la verrà a trovare spesso”.

Qualche giorno dopo, partecipai agli interrogatori di Buscetta, compiuti dai procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, dottori Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato, Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli. Terminate incombenze giudiziarie, iniziai a frequentare Buscetta, andandolo a trovare nel luogo dove era tenuto nascosto. Ebbi modo di fare conoscenza e ci raccontammo le nostre “storie”. Quasi subito, tra noi due si creò una sintonia comunicativa, parlavamo la “stessa” lingua ed apprezzò le mie conoscenze dei vari componenti di Cosa nostra palermitana. Gli raccontai il sopralluogo che feci da suo fratello e suo nipote. Poi, lasciò l’Italia e non lo rividi più. Oggi, mi sento di dire con tutta onestà che in Buscetta apprezzai il suo modo di esprimersi, pacato e mai una parola fuori posto. Notai, senza bisogno che ne parlasse, la sofferenza nell’aver perso i figli, il fratello, il genero e altri parenti, tanti parenti. Ma non si sentiva vinto, almeno non lo palesava. Conobbi tanti uomini d’onore, sia quand’ero ragazzo che quando entrai in Polizia e Tommaso Buscetta era diverso, mi ricordava gli uomini d’onore che conobbi da bambino: uomini seriosi che parlavano poco. Uomini che parlavano solo con gli occhi e che ogni loro gesto era mutuato dall’arcaico codice d’onore non scritto. Tommaso Buscetta, ci consegnò le chiavi per aprire i portoni di Cosa nostra. Tommaso Buscetta ci svelò fatti che giammai avremmo scoperto. Buscetta, decapitò il gotha di Cosa nostra, ma pagò un duro prezzo.

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