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Le stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio: per non smarrire il senso di legalità

La ricorrenza delle stragi, con le "passerelle" dei politici, denunciano l'assenza di rigore civile e i limiti dello Stato alla criminalità di ogni tipo

Strage di Capaci © LANNINO & NACCARI / STUDIO CAMERA (Wikipedia)

Nella ricorrenza delle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della lotta alla mafia, i ricordi e le iniziative celebrative si accompagnano alle polemiche sulla “passerella” dei politici in cerca di esposizione mediatica. Quelle date continuano a denunciare l’assenza nel tessuto sociale del rigore civile e i limiti dello Stato nel contrasto alla criminalità di ogni tipo

Sono 27 anni dal giorno, il 23 maggio 1992, in cui la mafia compì la strage di Capaci provocando la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie, e degli uomini della scorta. Una data che idealmente si collega, nella coscienza di tutti, a quella, di poco successiva, del 19 luglio dello stesso anno, nella quale un altro attentato dinamitardo provocò a Palermo in via D’Amelio la morte del collega e amico Paolo Borsellino, e anche qui della sua scorta.

Due uomini dello Stato, due simboli della lotta alla mafia e della possibile rinascita del Paese contro il potere della criminalità organizzata.

Una ferita, le stragi di Capaci e Palermo, ancora da rimarginare per la lacerazione profonda inferta alla convivenza civile, e per il dolore arrecato a tante famiglie. Avvenimenti che hanno creato un solco profondo, uno spartiacque, segnando un prima e un dopo. Essi hanno reso ancor più evidente il radicale divario tra principi opposti: il giusto e l’ingiusto, l’insopportabile violenza esercitata da pochi sul tessuto sociale e il diritto di tutti a vivere nella legalità. Senza il ricatto del sopruso e della prepotenza, la minaccia delle ritorsioni.

La morte dei giudici che più hanno saputo lottare contro il crimine per la tenacia mostrata e l’intelligente ricerca di nuovi metodi di indagine, è stata tanto terribile nella sua abnormità e ingiustizia da provocare uno scossone nelle coscienze, un sussulto di sdegno e di reazione. Così, hanno trovato forza e coraggio in tanti, che ora mantengono vivo, nella giustizia, nella scuola, nelle attività economiche e commerciali, l’impegno a combattere la disonestà, le connivenze, vincendo la tentazione della rassegnazione e della viltà. 

Nella ricorrenza di questi fatti, a Palermo arriva “la nave della legalità”, una nave con 1500 studenti salpata da Civitavecchia, accolta da molti studenti e da cittadini qualunque, a significare il coinvolgimento dei giovani e l’importanza della educazione alla legalità. Il Presidente della Repubblica Mattarella ricorda le stragi e il sacrificio di quegli uomini, incoraggia che “la protervia della mafia sarà sconfitta” e constata che quegli eventi così tremendi sono stati comunque “motore di riscossa di civiltà”.

Il Presidente Sergio Mattarella a Civitavecchia,in occasione della cerimonia in occasione della partenza della “Nave della Legalità”.
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

E tuttavia questo è diventato persino un anniversario delle polemiche perché a tanti è parso che la politica ancora una volta fosse pronta più a partecipare ad una passerella mediatica che a ribadire il suo impegno concreto nella lotta alla mafia. Esposizione mediatica, paginate sui giornali, qualche selfie, e poi tutti a casa.

Nella giornata del ricordo non mancano le contestazioni nei confronti del ministro Salvini e in genere nei confronti del governo per una partecipazione (compatta) ritenuta solo di facciata, e molte sono le assenze significative o le critiche (da Claudio Fava presidente della commissione regionale antimafia al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, al governatore siciliano Nello Musumeci) che comprendono la sinistra e la destra.

Oltre le cerimonie, oltre gli annunci e le promesse. Una parola di chiarezza sui rapporti tra politica e mafia è l’obiettivo irrinunciabile di tutte quelle azioni giudiziarie, come i processi relativi alla trattativa Stato-mafia, che pur a distanza di tempo si propongono oggi di far luce su anni bui della Repubblica e su inammissibili connivenze tra pezzi dello Stato e il crimine sanguinario.

La pratica della legalità è l’impegno di quanti (associazioni laiche o religiose, insegnanti ed imprenditori, giornalisti e scrittori, cittadini qualunque), nel quotidiano, provano a prosciugare il terreno di coltura del crimine diffondendo il senso costruttivo dell’onestà.

La riscossa innestata da quelle stragi ha determinato risultati importanti ma non ancora decisivi, non solo per la vastità del fenomeno mafioso e la sua estensione anche in zone più ampie del territorio siciliano, ma per gli effetti devastanti determinati nel tempo dalla diffusione del virus dell’illegalità. Nella vita di tutti i giorni, nei comportamenti di esponenti politici o dell’amministrazione pubblica, o in quelli di noi tutti, comuni cittadini, un’assenza è lacerante rispetto all’aggressione criminale: il senso di legalità e l’azione coerente, costante dello Stato, ogni giorno, per dargli forza. Si chiami mafia, ndrangheta o camorra. Si chiami crimine organizzato, o delitto. Qualunque sia la minaccia, la risposta non può prescindere da un sussulto della coscienza, da un’affermazione dei valori del rigore e dell’onestà, in ogni campo.

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