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La vicenda di Carolina Girasole e la giustizia che è davvero bendata

L'ex sindaco antimafia di Isola di Caporizzuto, era stata accusata di reati gravissimi e infamanti. Dopo anni assolta con formula piena

Carolina Girasole (Immagine da Youtube)

«È, spero, la fine di un incubo. Sono stati cinque anni e mezzo di vero calvario perché l’accusa era inaccettabile. Non solo io non avevo fatto quello che mi si addebitava, ma avevo fatto esattamente il contrario», dice Carolina Girasole.

Assolta Carolina Girasole, sindaco di Isola di Capo Rizzuto. Succede. Succede che politici, anche accusati di reati gravi e infamanti, siano assolti, perché le accuse risultano infondate. Succede, insomma, che chi fa politica qualche volta sia una persona perbene. E’ quello che succede a Carolina Girasole: il presidente della Corte d’Appello legge la sentenza, e conferma in toto quella del primo grado: piena assoluzione  da tutti i reati per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste. Di più e di meglio non si può dire. Assolto anche il marito Franco Pugliese. Girasole, sempre in prima fila nella lotta alla ’ndrangheta, era accusata di essere stata eletta con i voti della cosca Arena e di turbativa d’asta per la gestione dei beni confiscati al clan. Per questo il 3 dicembre 2013 finisce agli arresti domiciliari, vi rimane per ben 168 giorni. Il 22 settembre 2015 la prima assoluzione con formula piena, con una bocciatura su tutta la linea dell’accusa, in quanto «del tutto infondata». Ora la Corte d’appello conferma quella sentenza, smonta ancora una volta le accuse scaturite dall’inchiesta della Dda di Catanzaro, sfociata nell’operazione “Insula” con la quale furono arrestate tredici persone.

«È, spero, la fine di un incubo. Sono stati cinque anni e mezzo di vero calvario perché l’accusa era inaccettabile. Non solo io non avevo fatto quello che mi si addebitava, ma avevo fatto esattamente il contrario», dice Carolina Girasole.

Aggiunge: «La mia vita, quella della mia famiglia e soprattutto gli atti che ho prodotto da amministratore erano assolutamente opposti a quello che l’accusa stava cercando di provare. Tutta la mia attività amministrativa dimostrava esattamente che non c’era alcun rapporto con la cosca. Questa è stata l’assoluta ingiustizia. Non è possibile che la mia vita sia stata distrutta in questa maniera. Appena sono stata arrestata ci sono stati giornalisti famosi che mi hanno condannato e distrutto a priori, senza il minimo accenno a un dubbio. Spero che ora questi signori un esame di coscienza se lo facciano».

giustizia lentaNon è possibile…Mi hanno condannato e distrutto a mezzo stampa…, dice Carolina Girasole. E’ invece è possibile, accade; e non passa giorno senza che qualcuno non sia condannato, linciato e distrutto a mezzo stampa.

Gli avvocati difensori aggiungono: «C’è stato un accanimento inspiegabile da parte dell’accusa, hanno portato collaboratori di giustizia, hanno cercato documenti che però non hanno aggiunto niente. Vedremo che se ora ricorreranno in cassazione, ma ci vorrà coraggio dopo due assoluzioni…».

Nella memoria difensiva di oltre 130 pagine si sono ricostruiti tutti gli atti dell’amministrazione guidata dalla Girasole: alcuni erano spariti, e sono stati i legali a ritrovarli;, altri erano stati interpretati in modo totalmente opposto. Al solito, il contenuto di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali era stato totalmente stravolto, leggendovi parole e nomi che non c’erano.

A lettori dotati di buona memoria il nome di Carolina Girasole dirà qualcosa. Proprio su “La Voce di New York” ce ne siamo occupati, il 26 settembre 2015. Già allora appariva chiaro quello che ora i giudici dell’Appello hanno sancito.

Ecco il testo dell’articolo di allora:

“Che cosa significa che “il fatto non sussiste”? Significa che il fatto, il reato, di cui si viene accusati, non c’è, non lo si è commesso; l’accusa è infondata e l’accusato è innocente. Siamo d’accordo che significa questo? Bene. E siamo anche d’accordo che purtroppo può accadere. Capita, è capitato, di essere accusati, e l’accusa si rivela inconsistente. Può insomma capitare quello che è capitato a Carolina Girasole, ex sindaco di Capo Rizzuto.

Capita che  un clan della ‘ndrangheta calabrese, quello che fa capo al boss Nicola Arena, nel 2008 decida di dirottare i suoi voti su un candidato; meglio: una candidata. Secondo l’accusa, un migliaio di preferenze; che “sono state decisive”, sostiene sempre l’accusa, per farla diventare sindaco. Voti chiesti in “maniera esplicita” da Francesco Pugliese, marito di Carolina Girasole. Un sostegno poi restituito “non per un fatto economico, ma in segno di riconoscenza”. Così il sindaco, che è anche un simbolo della lotta antimafia paga il suo debito chiudendo un occhio e consentendo che gli Arena raccogliessero i prodotti coltivati sui cento ettari di terreno che gli erano stati confiscati e che erano stati assegnati al comune di Isola Capo Rizzuto.

Su questo si fonda l’accusa di corruzione elettorale aggravata su la Girasole e il marito, come “gridano” tutti i giornali e i notiziari radio-televisivi. Dalle indagini emerge in particolare l’atteggiamento mantenuto dal sindaco Girasole con riferimento alla gestione dei terreni confiscati alla cosca Arena. Raccontano tutto, i giornali: particolari, contenuto di brogliacci di intercettazioni, verbali di inchiesta e interrogatori. Capita.

Capita ora che si stabilisca che “il fatto non sussiste”; non sussiste il fatto, ma l’arresto, e tutto il resto, c’è stato, eccome… Assolta Carolina Girasole. Innocente anche il marito Francesco Pugliese.

Tutto bene? Come si fa a dirlo? La bufera scoppia il 3 dicembre del 2013. Fino a quel momento Caterina Girasole è considerata un’icona antimafia, nel mirino dei clan per le sue battaglie. Poi l’inchiesta “Insula” che  ipotizza nei suoi confronti la corruzione elettorale, voti in cambio di voti, accuse che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso alla corruzione elettorale, dalla turbativa d’asta all’usura, passando per il favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. Una tempesta giudiziaria che si chiude con l’assoluzione in primo grado. Vedremo se ci sarà un appello. Intanto dall’inizio della vicenda sono trascorsi due anni. Due anni per sapere (e neppure in modo definitivo) se un’amministratrice impegnata contro la mafia calabrese, da quella stessa mafia è sostenuta; se è collusa, o se al contrario si è trovata al centro di un qualcosa che va capito, che bisogna spiegare come sia potuto accadere. Due anni per sapere, in primo grado, se Caterina Girasole è colpevole o innocente. Assolta o condannata che sia, il verdetto arriva troppo tardi. Il problema è questo, l’irragionevole durata dei processi”.

Resta l’amarezza. Per l’accaduto che ogni giorno accade, perché tantissimi sono i casi simili a quello di Carolina Girasole. Resta l’amarezza perché gli anni passano, governi, maggioranze e politici si succedono. Ma appena varchi la soglia di un palazzo di Giustizia ti accorgi che la famosa Dea è davvero bendata, e nulla sembra cambiare mai.

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