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Bombe sull’Iran, anzi no: Trump e una guerra sfiorata, non ancora sventata

Il Presidente ha raccontato di aver fermato, 10 minuti prima, l'attacco ordinato in risposta all'abbattimento di un drone USA da parte di Teheran

Flickr, image by Donkey Hotey

Alcune ore dopo la diffusione della notizia relativa alla retromarcia presidenziale sull'attacco ordinato contro tre target iraniani, Trump ha spiegato la motivazione della sua decisione con una serie di tweet: l'attacco, cioè, avrebbe provocato 150 morti e non sarebbe stato proporzionato all'abbattimento di un drone senza pilota né personale. Una spiegazione che, tuttavia, non convince del tutto il New York Times...

È rimbalzata su tutti i giornali internazionali la notizia secondo cui, giovedì notte, il mondo ha letteralmente sfiorato una guerra tra Stati Uniti e Iran. Come da ricostruzione del New York Times e della stampa americana, infatti, il Presidente Donald Trump sarebbe stato pronto a sganciare un attacco a seguito dell’abbattimento, da parte di un missile terra-aria iraniano, di un drone statunitense da 130 milioni di dollari, drone che, secondo l’Iran, sorvolava acque territoriali e dunque violava il proprio spazio aereo, ma che, secondo Washington, volava su acque internazionali al largo del Golfo dell’Oman. La mossa iraniana aveva provocato l’ira del Commander-in-Chief, che pure, nella prima apparizione pubblica dopo l’abbattimento del drone, sembrava disposto a cercare un modo di evitare l’escalation. In effetti, anziché puntare esplicitamente il dito sui leader di Teheran, il tycoon aveva addossato la responsabilità a “qualche stupido” che, aveva detto, ha commesso “un grande errore”. Ma aveva anche puntualizzato che l’episodio avrebbe avuto conseguenze ben più gravi se il veicolo colpito non fosse stato un drone, ma fosse stato condotto da un pilota.

Eppure, secondo il quotidiano della Grande Mela, il Presidente avrebbe, nella notte, dato il via libera a bombardare target iraniani come risposta alla mossa di Teheran. Una strategia che avrebbe fin da subito diviso i consiglieri del Presidente, con il Segretario di Stato Mike Pompeo, il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton e il direttore della CIA Gina Haspel a favore della rappresaglia militare, e gli ufficiali del Pentagono più cauti e preoccupati di evitare una escalation con l’Iran. Secondo il Times, anche i leader del Congresso sarebbero stati convocati e aggiornati nella Situation Room. I democratici, in particolare, avrebbero tentato di dissuadere Trump dall’intraprendere un’azione del genere. La speaker della Camera Nancy Pelosi avrebbe definito la situazione “pericolosa”: “Abbiamo a che fare con un Paese che è un attore negativo nella regione. Non nutriamo illusioni a proposito dell’Iran in termini di trasferimento di tecnologia per i missili balistici, in merito alle sue alleanze regionali e così via”.

La prima ricostruzione del quotidiano, tuttavia, poco diceva del motivo per cui il Presidente abbia rapidamente fatto marcia indietro, dopo aver ordinato l’attacco. Attacco che, peraltro, avrebbe confermato la reputazione che Trump ha provato a costruirsi nel tempo, cioè quella di un Commander-in-Chief che, se viene sfidato, risponde con decisione: si pensi ai 59 missili da crociera Tomahawk sganciati dagli USA contro una base aerea in Siria dopo uno degli attacchi chimici di cui fu accusato il regime di Assad. D’altra parte, il pugno duro sull’Iran da sempre mostrato dal Presidente sembrerebbe sconfessare un corollario di quel manifesto per l'”America First” che prometteva di rifuggire dalle “guerre senza fine” e da quell'”umanitarismo bellico” che a lungo hanno caratterizzato la politica estera americana.

Qualche ora dopo la diffusione della notizia, Trump ha specificato in una serie di tweet – che di fatto hanno confermato la ricostruzione della stampa – le motivazioni che lo hanno spinto a cambiare idea sull’attacco: “Il presidente Obama ha firmato un accordo assolutamente terribile con l’Iran, concedendogli 150 miliardi di dollari, più 1,8 miliardi in contanti”, ha ricordato il tycoon. “Io”, ha proseguito, “ho messo fine a quell’accordo, che non era stato neppure ratificato dal Congresso, e ho imposto forti sanzioni”. “Lunedì hanno abbattuto un drone che sorvolava acque internazionali. Ieri notte eravamo pronti a rispondere su 3 fronti diversi, quando ho domandato quante persone sarebbero morte. Un Generale mi ha risposto 150. 10 minuti prima del bombardamento”, ha quindi chiarito Trump , “l’ho bloccato, non era proporzionato all’abbattimento di un drone senza pilota e senza personale”.

Il tycoon, però, ha anche lanciato un avvertimento a Teheran: “Non ho fretta, il nostro esercito è rinnovato, nuovo e pronto, di gran lunga il migliore del mondo. Le sanzioni sono pungenti, e altre sono state aggiunte ieri notte. L’Iran non potrà MAI avere armi nucleari, non contro gli Stati Uniti, né contro il resto del mondo!”.

A proposito del retroscena raccontato dal Presidente, però, il Times fa notare che, di norma, le informazioni relative al numero di possibili vittime collaterali di un bombardamento vengono fornite non certo alla fine del processo decisionale, ma all’inizio. L’ordine trumpiano di abortire l’operazione militare, a favore di un approccio ancora più restrittivo sulle sanzioni, sarebbe, piuttosto, in linea con la strategia caldeggiata da alcuni consiglieri di alto livello. Lo stesso Pompeo, secondo fonti interne all’amministrazione citate dal quotidiano della Grande Mela, pur avendo sostenuto l’opportunità di una qualche risposta militare chirurgica,  avrebbe anche ricordato a Trump l’efficacia a lungo termine delle sanzioni.

Ma l’inversione a U del Presidente avrebbe anche scontentato i “falchi” conservatori favorevoli a un approccio ancora più deciso nei confronti di Teheran. Non è un caso che Liz Cheney, deputata del Wyoming, presidentessa della Conferenza Repubblicana e uno dei membri più in vista del partito alla Camera, abbia paragonato il comportamento di Trump all’indecisione mostrata dall’ex presidente Obama in occasione degli attacchi chimici in Siria del 2013.

Critiche sono giunte anche dal fronte democratico, che ha interpretato la vicenda come dimostrazione dell’inabilità del Presidente a prendere decisioni “ferme” nel corso di una crisi che avrebbe potuto portare a un vero proprio confronto militare. La candidata alla nomination democratica Elizabeth Warren, ad esempio, ha ricordato la promessa elettorale di Trump “di riportare le nostre truppe a casa”. “Al contrario”, ha osservato, “si è tirato fuori da un accordo che stava funzionando e ha cominciato a istigare un nuovo conflitto non necessario. Non c’è giustifiazione per una ulteriore escalation di questa crisi: dobbiamo allontanarci dall’orlo di un abisso di guerra”, ha dichiarato. Posizione condivisa anche da un altro candidato alla nomination dem, Bernie Sanders, secondo cui “non saranno i figli dei milionari a andare a morire in una guerra con l’Iran. Saranno i figli della classe lavoratrice. Dobbiamo lavorare per risolvere questa crisi con l’Iran diplomaticamente, non andando a combattere”.

 

 

 

 

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