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Il mio 11 settembre, pieno di fumo e lacrime, resta fisso nel ricordo di quei genitori

La testimonianza della giornalista Luciana Capretti, allora corrispondente Rai, di quei giorni di terrore e dolore a New York

di Luciana Capretti

Un memoriale spontaneo di quei giorni per le vittime delle Torri Gemelle, su una rete di un parcheggio tra Greenwich e Seventh Avenues, a Manhattan (Foto di David Ilif)

Oggi 11 settembre. Sono passati già 18 anni. Tanti fra i miei colleghi giornalisti hanno raccontato: io c’ero…. ma per molti non è stato così, sono arrivati dopo, quando sono stati riaperti gli aeroporti, i ponti, le metro, le ferrovie. Perché tutto si è fermato a Nw York quell’11 settembre, come in un brutto incantesimo, sulla città tutta si è riversata quella nube di cenere, il grigio dello stupore annichilito, della paura, dell’incredulità, della fine.

Io c’ero veramente e c’era Stefano, e Anna Guaita, e insieme al telefono con l’Italia da quell’ufficio di Rai Corporation dove eravamo già arrivati per la nostra giornata di lavoro, abbiamo raccontato, scritto, fatto pezzi tv, radio, tutto in una concitazione schiacciata dall’orrore incomprensibile della strage. I miei figli a scuola, la scuola che io ho chiesto disperatamente che evacuassero perché accanto alle Nazioni unite, poteva essere un nuovo target, ad una preside e dei professori che non avevano visto la tv, non sapevano niente, stavano facendo lezione. I bambini che sono corsi a casa nostra a cercare riparo perché non potevano tornare a Queens, Brooklyn, Staten Island: tutte le comunicazioni con Manhattan erano chiuse. E quell’odore di morte, di bruciato che si è cominciato a respirare per la città. Per giorni e giorni con le finestre chiuse perché non entrasse in casa a ricordarci l’orrore. E poi con la macchina, la nostra targa stampa e i nostri tesserini che ci permettevano di passare fino ad un certo punto, siamo arrivati alle macerie. e ci siamo fermati, anche noi, a piangere.

Sulla strada del ritorno non una parola, lo stordimento di una città svuotata di macchine, lunghe file per donare il sangue davanti agli ospedali downtown, una processione mesta sul ponte di Brooklyn, per raggiungere casa. Cellulari interrotti. Cabine telefoniche con gente in attesa. Tutto grigio, bianco, immobile.

E il giorno dopo. Allora sono cominciati i racconti. Io c’ero. Ero al 78esimo piano e sono sceso giù di corsa scavalcando quelli seduti che non riuscivano a respirare, ero a prendere il caffé là sotto, se non ci fosse stata la fila sarei stato lì sopra anche io, ero dall’ottico a ritirare gli occhiali, i miei colleghi sono morti tutti.

No, non è morto, non può essere morto, ripetevano i parenti affollati all’Armory, gli occhi bagnati, la foto del “missing” fra le mani, lo troveranno, stiamo facendo ricerche negli ospedali, c’è ancora tanta confusione.

Sì lo troveranno assicuravo io, gli stringevo le mani e mi giravo. Con il mio microfono, la telecamera cui chiedevo di non indugiare sul dolore, il dolore è privato, ripetevo.

Ma il dolore è diventato insostenibile mesi dopo di fronte ad un padre e una madre. Erano al “pit”, lei distribuiva panini ai pompieri, lui lavorava con loro a rimuovere detriti. Lui pompiere in pensione, padre di un pompiere come lui John e di un poliziotto Joe, ferito tre volte “in the line of duty”. Tutti e due chiamati alle torri quella mattina. Saliti per far scendere e mettere in salvo gli altri, e travolti dal crollo. I signori Vigiano avevano la spilla con la foto dei figli sul petto. Cercavano fra le macerie qualsiasi cosa gli parlasse ancora di loro. Li ho abbracciati e ho pianto. Sono il mio 11 settembre.

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