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Trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino: che messaggio continua a dare al mondo?

I muri, ovunque vengano costruiti, sono sempre segni di una disfatta, perché testimoniano l’impossibilità del dialogo e la conseguente opzione di separazione

New York, 8 novembre 2019: Il Segretario Generale dell'ONU Antonio Guterres, il giorno prima dell'anniversario della caduta del Muro di Berlino, davanti ad un suo pezzo che fu dato in regalo alle Nazioni Unite dal governo della Germania federale nel 2002. (UN Photo/Mark Garten)

I muri nella storia creano sempre ghetti, impongono l’invalicabile: un’impostura, visto che nella natura umana l’invalicabile non esiste

Ri-pubblichiamo, con l’aggiunta di una postfazione, il ricordo della caduta del Muro di Berlino scritto dal Prof. Luigi Troiani cinque anni fa su La Voce di New York.

E’ giusto, opportuno e doveroso festeggiare il venticinquennale della caduta del Mauer.  Ne conservo gelosamente un pezzo in casa di quell’orrore in cemento armato, grazie alla generosità di un amico che all’epoca partecipò in prima linea allo smantellamento del mostro, e volle poi premiare il mio amore per la libertà con un graditissimo dono. Quando lo guardo disprezzandolo quanto posso, penso sempre che pretendeva di essere eterno e durò solo 28 anni: oggi siamo a 25, fra tre anni il “non muro”, il muro infranto, sarà durato più del suo predecessore.

Cosa ha significato il Mauer per noi giovani europei dell’epoca? La prepotenza di un regime politico, certo. La divisione di una città meravigliosa, tramutata nel luogo col più alto numero di suicidi in Europa, i Vopos assassini e i loro maledetti cani azzannanti, gli omicidi dei ragazzi che cercavano libertà in occidente. Ma soprattutto la stupidità di una burocrazia che non aveva altro modo per evitare che la gente si riversasse tutta “di là” abbandonando al loro destino i pazzi sadici che ritenevano che il comunismo si potesse imporre con la forza.

E per i tedeschi dell’epoca, cosa ha significato? Il castigo più alto per i decenni di follia al seguito di Hitler, certo. E l’infilarsi in uno dei loro Sonderwege (Sentieri speciali) conoscendone luogo e data di inizio, Berlino settore sovietico agosto 1961, e ignorando tutto sulla fine. E il terrore che il castigo non terminasse mai, nonostante la sapiente tela che da Adenauer a Brandt a Kohl i leader della Germania federale tessevano con Mosca e Washington (e Parigi) per arrivare ad una riunificazione di Berlino (e della Germania) che non spaventasse nessuno.

E la fine del muro, cosa ha significato per noi, cresciuti divenendo uomini in compagnia di quel mostro silente eppure urlante nel mezzo del nostro caro vecchio continente. E cosa per i tedeschi, abbandonati al loro destino diviso, lì nella pancia della miccia nucleare sovieto-americana sempre pronta ad esplodere?

Soprattutto la fine dello scandalo e dell’ingiustizia. I muri, ovunque vengano costruiti,  in cemento o altri materiali, (ce ne sono tuttora a Cipro, nel Sahara, al confine statunitense con il Messico, in Israele) sono sempre segni di una disfatta, perché testimoniano l’impossibilità del dialogo e la conseguente opzione di separazione, perché servono ad escludere gli altri così come ad obbligare i propri a non andare là dove vorrebbero. I muri nella storia creano sempre ghetti, impongono l’invalicabile: un’impostura, visto che nella natura umana l’invalicabile non esiste.

Poi certo, significa anche un’altra Germania, una Rft che senza muro si è ricostituita in patria e nazione potente, si è tranquillizzata, ha accettato di rinunciare al marco e si è messa un po’ alla volta alla testa dell’Europa che prova ad essere unita …

Novembre 1989: la folla sul Muro di Berlino davanti alla porta di Brandeburgo

Novembre 1989: la folla sul Muro di Berlino davanti alla porta di Brandeburgo

Di un viaggio di lavoro a Berlino, negli anni della divisione, ricordo due cose: l’orrore del muro incombente, e le fermate della metropolitana sotto Berlino ovest, chiuse e ancora con le indicazioni nella grafia gotica dell’era nazista. Di un viaggio di conoscenza a Berlino poco dopo il ritorno della capitale nel luogo del destino tedesco, ricordo il cantiere aperto della ricostruzione, i tavoli festosi di bar e ristoranti, il ritornare alla vita e ai colori della parte orientale, la più bella della città, lasciata in lacrime e cocci dal regime comunista.

In mezzo, il ricordo di come poté accadere che le frontiere tra le due Germanie venissero aperte come oggi, venticinque anni fa. Qualche giorno prima, il 4 novembre un’imponente manifestazione aveva portato in Alexanderplatz (est) un milione di persone al grido di “Siamo il popolo!”. Il rombo di massa che avrebbe contribuito alla caduta del muro, aveva iniziato a farsi sentire alla fine di agosto quando, alla frontiera ungherese, gruppi di “Ossi” (“Orientali” così i tedeschi dell’ovest chiamavano i concittadini dell’altra Germania) in Trabant malsicure e cariche di masserizie, avevano preso a transitare attraverso l’Austria verso la Germania federale.  Le ambasciate dell’allora Repubblica federale si andarono riempiendo, in paesi ancora a dominazione sovietica, di rifugiati e richiedenti aiuto.

Il 6 ottobre, in occasione del quarantesimo anniversario della Ddr, Gorbaciov aveva visitato Berlino est, cercando di convincere il governo comunista a scegliere la via delle riforme, già adottate in Urss. Il popolo degli “Ossi” berlinesi chiese in quell’occasione a Gorbaciov di restituire loro la libertà. Ai giornalisti che domandavano notizie, l’allora capo sovietico rispose “Chi arriva troppo tardi è punito dalla vita”. Così sarebbe accaduto: quando le autorità consentono il libero transito dei cittadini berlinesi, sono le 23.15 del 9 novembre; al varco di Bornholmer Strasse la breccia che viene spalancata nel muro genera un flusso inarrestabile di gente che canta e balla, con il mondo esterrefatto davanti ai televisori già dal pomeriggio, ad occhi umidi di fronte alla storia.

Comincia, quella notte, un altro mondo. L’ex capitale del Reich era stata trasformata dai sovietici in velenoso confine psichico tra due concezioni di civiltà e di vita. Con la caduta in pezzi del muro, se ne va nella pattumiera della storia lo sfregio dell’uomo e della politica imposto all’Europa dal comunismo. Kennedy, nel discorso al Muro del 1963 aveva colto perfettamente la questione, legame, ancorando la sua retorica d’occasione ai principi di libertà e democrazia consegnati alla potenza americana dalle tradizioni del Senato antico romano, e dalle lezioni di Bruto e Catone.

 

Postfazione 

Gli Stati Uniti nacquero per essere un’Europa migliore, più rispettosa dell’individuo e delle sue libertà a cominciare da quelle di professare religioni e filosofie. Finché ci sarà un presidente della nazione americana che potrà in piena onestà personale e politica pronunciare, come John Kennedy, di essere un berlinese, e un borgomastro di Berlino come Willy Brandt ad abbracciarlo, il legame transatlantico sarà garanzia che quelle libertà americane delle origini saranno preservate e messe a disposizione dell’umanità. Oggi è l’Europa, con le istituzioni dell’Ue, a battersi, meglio dell’America, per quelle libertà, benché lo faccia in modo confuso e disarmato. Grave è che l’attuale presidente degli Stati Uniti sia contro quelle istituzioni e si adoperi per farle crollare. Il comunismo sovietico fu un incidente della storia e come tale implose su se stesso. Non così il nazionalismo e il sotteso fascismo che sono una malattia perpetua dei popoli. Il male che il nazionalismo tedesco seppe fare ai  tedeschi e agli altri popoli sia sempre di monito. 

 

 

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