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Aqua Granda nella bella Venezia, con l’Italia del dolce far nulla sempre più brutta

L'acqua alta a Venezia è un fenomeno difficile da combattere, ma non impossibile da fermare: in Olanda ci sono riusciti, in Italia solo sprechi e accuse

L'alluvione di Venezia del 1966 (da Wikipedia)

“Come scrissi in tempi lontani, e come ormai mi sono stancato di ripetere, Venezia non aveva, per restare Venezia, che una scelta: mettersi sotto la sovranità ed il patronato dell’Onu per riceverne il trattamento, che certamente le sarebbe stato accordato, dovuto al più prezioso diadema di una civiltà non italiana, quale la Serenissima mai fu né mai si sentì, ma europea e cristiana, intesa unicamente alla conservazione di se stessa, quale tutto il mondo civile la vorrebbe”. Indro Montanelli

A sentire che la Basilica di San Marco, e probabilmente altri tesori di memoria e di cultura inestimabili, hanno subito danni forse irreparabili; che molte centinaia di botteghe di Venezia, molte migliaia di suoi abitanti sono stati sommersi, inermi e impotenti, come se non nel XXI secolo vivessero, ma nel XII o nel V, lo scoramento è tale che persino un’idea a metà fra paradosso e bizzarrìa, come quella che Indro Montanelli manifestó nel 1996, potrebbe sembrare ragionevole.

Peggio se si pensa a quanto hanno saputo fare altri popoli, come, è noto, l’olandese, che hanno nella loro storia un’analoga, plurisecolare vicissitudine di lotta con l’acqua, e la sua potenza incurante di umane debolezze.

Nel 1953 ebbero la Watersnoodramp, la “Grande Alluvione”, e 1836 morti. Anche lì risultó fatale un incrocio di maree e di gravi perturbazioni atmosferiche. E di gracili difese umane. Così fu varato il Piano Delta, opera vasta e complessa, il cui cuore è costituito dall’Oosterscheldekering (Diga della Schelda Orientale), estesa per circa 9 Km, e che è considerata una sorta di Ottava Meraviglia del Mondo. 

Ma fu consegnata nel 1986, dopo un’altra vasta inondazione (nel 1976), e l’intero sistema fu concluso solo nel 1997, quasi 45 anni dopo quel disastro. 

Questo per dire che non ci sono soluzioni facili; né si può sostenere che affidarsi agli “altri” ci esimerebbe dal fare i conti con le nostre “criticità di sistema”. Perché ognuno ha le sue (oltre alla citata del 1976, ci furono altre due inondazioni, nel 1993 e nel 1995). Tutto sta a vedere come reagisce “il sistema”, e se un “sistema” vi sia.

E torniamo a Venezia. E all’Italia.

Con un esempio, quanto alle criticità.

Nel Giugno del 2014, l’allora Sindaco Giorgio Orsoni, del PD, fu messo agli arresti domiciliari, con l’accusa di aver ricevuto illecitamente denaro. Dopo poco si dimise. 

Aveva sempre ammesso le transazioni, ma a fini politici, cioè per finanziare il partito. Il quale, preventivamente e malamente, lo volle ad ogni buon conto scaricare (curó “la pratica”, in nome del Partito e di Renzi, l’On. Serracchiani: “abbiamo maturato la convinzione che non vi siano le condizioni perché prosegua nel suo mandato di sindaco di Venezia”; ma il Sottosegretario Lotti, per non lasciare dubbi sulla paternità della decisione, aggiunse: “non fa parte del PD”). 

L’accusa riguardava il MOSE. Pur di riottenere la libertà, Orsoni si piegò a chiedere un patteggiamento: ma il GIP lo ritenne troppo mite, e si andò a processo. Assolto dall’accusa di cd “finanziamento in bianco” e qualificate le transazioni sempre ammesse come illecito finanziamento al partito, fu riconosciuta la prescrizione per le restanti imputazioni.

“È stata buttata per aria una città”, fu il laconico ma dolente commento dell’ex Sindaco.

Qui è la nostra “criticità di sistema”. Non negli ingegneri che non abbiamo: perché li abbiamo; non nelle risorse, che pur fra maggiori o minori angustie, non sono mancate. La Repubblica non riesce ad agire perché l’azione amministrativa è ritenuta presuntivamente “impura”: viene  passata ad un setaccio, di fatto terroristico, tenuto e governato (per così dire) dall’Apparato Inquisitorio.

MOSE o non MOSE. È l’era della “Spazzacorrotti”, immonda traduzione legislativa dell’inesausto e bieco “il più pulito ha la rogna”.

“È stata buttata per aria una città”.

È di assoluta evidenza che l’incombere del “rischio penale” determina una selezione inversa della classe dirigente: dove il rischio è la devastazione personale, nella reputazione, nella libertà, nel patrimonio, è inevitabile che il rapporto costi/benefici subisca un’aberrazione; e che alla dimensione politica sempre più si accostino avventurieri, impostori di ogni risma, incapaci e con nulla da perdere. 

Di grado in grado, dal follower al piano istituzionale, il furore demagogico, l’invettiva manichea, attinge alle “scoperte” giudiziarie, e queste si sostengono all’urlo, alla seduzione tribunizia, fino a conseguire la somma di simili addendi.

Abbiamo visto Toninelli. Abbiamo visto e vediamo Di Maio, Bonafede. Vedremo di nuovo Salvini e i suoi tweet, e i suoi “buttiamo via la chiave”, e, punto di convergenza Lega-M5S-PD, l’ “imputato perenne”, di prossima vigenza.

Quando Orsoni fu arrestato, Pietro Fassino, scandí: “è una persona corretta”. Fu un guizzo di dignità politica, ma ormai, in termini storico-politici, era fuori tempo massimo.

Anche grazie alle scelte della sua generazione politica, il metodo è quello del “buttare in aria” una città, una regione, un’intera Repubblica.

E poi piangere perché piove.

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