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La politica senza etica fa soffrire la democrazia e mette a rischio tutti

A proposito di Trump, Salvini, Craxi... L’arte di governo, ovvero la politica, per corrispondere alla sua ragion d’essere deve corrispondere alle leggi

L'impeachment di Trump nell'illustrazione di Antonella Martino

Vi sarà sempre un governante o un parlamento che violeranno principi etici per convenienza politica (meglio: per convenienza di bottega, alias di partito), ma nessuno si sognerà di dire che ciò non comporti un danno al sistema democratico, così come nessuno potrà sostenere che la “verità politica” in quel caso corrisponda alla “verità” e quindi al fondamentale rispetto dei diritti umani

Il momento critico dei nostri sistemi di democrazia liberale è risultato anche dell’abbassamento della soglia etica della politica. La procedura di impeachment verso Trump negli Usa così come il procedimento giudiziario che in Italia sembra destinato ad essere avviato contro Salvini, ne sono esempi significativi. In ambedue i casi, all’origine dei gravi vulnus al regolare funzionamento del sistema politico,  stanno comportamenti che si collocano al di fuori dell’etica pubblica. Le due vicende spingono ad aprire, ancora una volta, la riflessione sul rapporto tra politica ed etica. Visto che si è nel ventennale della morte “in esilio” di Bettino Craxi, non sarà male richiamare che proprio sull’errata interpretazione di quel rapporto, il grande uomo politico costruì la sua rovina personale e politica, contribuendo a trascinare nel baratro un glorioso partito, quello Socialista, che neppure il fascismo era riuscito a battere.

La politica contemporanea, purtroppo per tutti noi, tende a dimenticare che la sua investitura ad agire, quando esercitata in regime democratico, proviene esclusivamente dal popolo e dalle leggi che questo si dà. Di proprio, la politica non possiede nulla, e non è quindi dotata di capacità “interpretative” dei poteri che ha in affidamento, ma solo “amministrative”: deve essere buon esecutore della volontà popolare. Sfido chiunque a sostenere che questa contenga l’autorizzazione a mentire, corrompere, arricchirsi vendendo favori, o a praticare altri comportamenti non etici che la politica nei fatti quotidianamente ritiene di poter adottare.

Vi è certo una contraddizione di natura tra etica e politica. La prima, riguardo agli atti dovuti non prevede eccezioni, compromessi, astensioni o omissioni: l’osservanza del precetto spetta, senza compromessi. La politica invece, e il diritto quando ad essa si allinea, convive con compromessi ed illeciti. Quando è realista, e lo è quasi sempre, fa tenere allo stato la barra sul cosiddetto interesse nazionale (che poi altro non diventa, nella pratica quotidiana, se non l’interesse del ceto di  governo) non certo sulla primazia dell’etica.

Si obietterà che il popolo, confermando con il voto un politico, ne appoggia e approva l’operato: ciò anche quando conferma il politico corrotto e corruttore. Succede che il popolo mantenga al potere chi non merita, ma questo non significa che ne condivida i comportamenti: inoltre non è sempre ben informato, e può essere esso stesso corrotto, ad esempio dalla demagogia. Resta il fatto che l’arte di  governo, ovvero la politica, per corrispondere alla sua ragion d’essere deve corrispondere alle leggi, non solo a quelle positive ma alla legge naturale e alla prassi tramandata dai padri fondatori (mos maiorum).

Vi sarà sempre un governante o un parlamento che violeranno principi etici per convenienza politica (meglio: per convenienza di bottega, alias di partito), ma nessuno si sognerà di dire che ciò non comporti un danno al sistema democratico, così come nessuno potrà sostenere che la “verità politica” in quel caso corrisponda alla “verità”. La maggioranza che sosteneva il  governo Berlusconi affermò in parlamento nel 2010, costruendo una delle più vergognose pagine della repubblica, che la fanciulla marocchina fermata dalla polizia, intima del presidente del consiglio, fosse egiziana e nipote dell’allora presidente Mubarak, e questo contribuì alla momentanea soluzione del caso, non certo a mutare nazionalità e famiglia alla vezzosa. Il senato statunitense sceglierà di non impeach Trump, con decisione altrettanto riprovevole sul piano etico, ma non per questo tono e contenuto della richiesta di Trump al presidente ucraino, all’origine del caso, diverranno meno riprovevoli.

Una manifestazione a Londra di protesta contro l’abuso dei diritti umani dei migranti negli Stati Uniti (Immagine ripresa da Amnesty International)

Andando a dimensioni della questione notevolmente più serie, non è che siccome il Salvini di turno diventa ministro di qualcosa e fa approvare leggi che dichiarino la diseguaglianza tra esseri umani in base al colore della pelle o alla religione professata, venga a cessare la cogenza, morale e insieme giuridica, del diritto all’uguaglianza tra esseri umani. I diritti dell’uomo, così come il diritto umanitario, il diritto riguardante i minori e la riduzione in schiavitù non sono merce di scambio per nessun politico al mondo, appartenendo al genere umano nella sua interezza e natura, non a questa o quella maggioranza che si imponga con la forza o con il voto.

Il delegato della Virginia Thomas Jefferson ben scrisse nella dichiarazione unanime d’indipendenza delle 13 colonie “In Congress”, quel fatidico 4 luglio 1776:

“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by the Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.”

Per i nascenti Stati Uniti d’America, non c’era governo o potere costituito che potesse alterare le “verità di per sé evidenti”, e “i diritti inalienabili”. Nella contemporaneità, ribadiranno quei concetti la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, così come, qualche anno dopo, la Convenzione Europea sui Diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa e, nel 2000, la carta di Nizza sui Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

La politica dovrà prima o poi convincersi che senza il rispetto pieno dei diritti naturali, definiti dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” della rivoluzione francese come “inalienabili e sacri”, senza il ritorno ai comportamenti etici dei padri fondatori, la democrazia contemporanea è condannata a deperire e ad estinguersi, portando alle estreme conseguenze un processo già iniziato. O qual altro timore annuncia, per stare all’attualità, la marcia silenziosa dei giorni scorsi, degli uomini di legge europei convenuti in Polonia per fermare la legge del governo di Varsavia contro l’autonomia della locale magistratura dal potere politico? Sui rischi in corso servono altri segnali dopo il ruolo che nel Mediterraneo hanno assunto democrature come quella russa e turca con il benign neglect o peggio degli Stati Uniti? E non sono segnali di rischio sullo scadere dei valori etici negli stati, anche l’uscita statunitense dalla Corte Penale Internazionale, la sterilizzazione della capacità a giudicare dell’Organizzazione Mondiale del Commercio voluta da Washington, la programmata uscita dagli accordi sul riscaldamento climatico della potenza tutelare del sistema democratico liberale contemporaneo?

Eleonoire Roosevelt con in mano la Dichiarazione Universale per i Diritti Umani, nel novembre 1949 (Foto ONU)

Il fatto è che non sempre l’antropologia degli stati (definibile attraverso la valutazione di una molteplicità di fattori che includono la forza economica, la tipizzazione culturale e religiosa dei cittadini, la posizione geografica, il rapporto con scienza e saperi, l’ideologia propugnata e le scelte sui diritti civili, il livello di armamento, le relazioni internazionali e il rispetto delle minoranze nazionali, e così via) si allinea sui valori che difendono l’uomo, anzi. Se mettiamo sulla retta della storia l’evoluzione del modello stato, come sistema che organizza le società umane in base al principio di un potere che le riassuma e  controlli rispetto a un dato fine (essenzialmente sopravvivenza e sviluppo), e analizziamo, lungo i millenni, i mezzi che lo stato ha utilizzato per garantire l’ottenimento di detto fine, collocando su due colonne rispettivamente le azioni eticamente accettabili e inaccettabili, vedremmo, senza stupore credo, quanto più alta risulti la colonna dei misfatti. Si accumulerebbero in quella colonna la montagna dei cadaveri delle guerre di rapina e delle repressioni interne a carattere ideologico religioso o politico, le sofferenze inflitte ai ceti meno favoriti in termini sociali e di reddito, gli effetti delle leggi ingiuste e oppressive, il furto continuato della ricchezza prodotta dal popolo attraverso tassazioni ingiuste e non eque. In quella colonna troverebbero posto i gulag, i campi di rieducazione, le torture, la chiusura violenta di giornali scuole luoghi di culto, e ogni altra forma di sadismo di stato realizzato dai ceti di governo nel corso della storia.

La contemporaneità si promette la cancellazione, dalla storia, della colonna delle infamie, così da fissare le condizioni per l’unicum legale che, è auspicato dagli internazionalisti idealisti, metta a sistema universale il comportamento etico degli stati attraverso la crescita di ruolo delle organizzazioni internazionali. Per ora non possiamo non vedere che prosegue l’accumulo di armi di distruzione di massa e che, anzi, nella stagione politica apertasi nella seconda metà dello scorso decennio, è ripresa, tra le potenze, con l’aggiunta della Cina, la corsa al riarmo, all’occupazione di territori, alla reciproca minaccia, mentre il crimine organizzato, spesso appoggiato da élite di potere statale, prospera e uccide più degli stessi stati. Se è vero che gli stati (gli esseri umani?) sono dentro un’evoluzione tesa alla pacificazione globale e alla collaborazione, in linea con i principi del diritto naturale e dell’etica, il cammino verso l’obiettivo fissato dai principi etici risulta rallentato.

Il fatto è che gli stati non accettano di abbattere la prerogativa di fondo che hanno attribuito alla propria natura, ovvero che la legittimità dei propri comportamenti derivi esclusivamente dalle leggi positive e dal recinto della carta costituzionale. Non è che l’affermazione sia erronea; peccato che sia parziale, perché è inaccettabile che gli stati prescindano dalla sfera “ultra”-positivista. L’esperienza umana non è tutta inclusa nel cerchio descritto dagli stati e dal loro reciproco relazionarsi. Le costituzioni, le leggi, le convenzioni internazionali non saranno mai in grado di coprire ogni e qualunque spazio espresso dalla vita umana sul pianeta. Sono eventi della storia, appartenendo a regimi politici che si esprimono nella storia e con la storia mutano in altro da essi diverso. Non può non tenersi conto che altre radici, precedenti alle costituzioni e alle leggi, sono al fondo della  convivenza associata, ed è una giusta quanto dovuta pretesa che ad esse gli stati guardino per l’opportuna loro valorizzazione.

Qui trova rilevanza ogni ragionamento sul diritto naturale e, per i credenti, sui principi etici scritti nel cuore dell’uomo. Gli stati, in quanto formati da esseri umani e per gli esseri umani, non possono accantonare una questione tanto centrale. È la persona, non lo stato a collocarsi al centro della storia: per questo sono rilevanti i sistemi giuridici di sussidiarietà, così come le dichiarazioni delle costituzioni che accettano il principio che la persona vada considerata dagli stati non come strumento per la gloria del princeps, ma come fine ultimo della ragione dello stato ad esistere e ad operare, e limite della stessa. Per questo bene fa la Grundgesetz germanica del 1949 a inscrivere al suo incipit “la dignità umana è inviolabile”; e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Ue a ribadire quelle parole; e la costituzione italiana del 1948 a concludere l’articolo 32 dedicato alla salute come fondamentale diritto dell’individuo (il primo del Titolo II – Rapporti Etico-Sociali), affermando che  “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

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