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Deportati dagli USA, abusati o uccisi in El Salvador: l’altra faccia della “sicurezza”

La denuncia di Human Rights Watch, all'indomani del discorso sullo stato dell'Unione in cui Trump rivendica i risultati delle proprie politiche migratorie

© UNHCR/Diana Diaz A young internally displaced man stands by the road on the outskirts of San Salvador in El Salvador.

L’organizzazione ha identificato 138 casi di salvadoregni uccisi dopo essere stati deportati dagli USA dal 2013 al 2019, quindi già da prima che il tycoon newyorkese, che ha fatto della lotta all’immigrazione la propria bandiera, sedesse nell’Ufficio Ovale. Eppure, il report sottolinea che, in un periodo in cui “politiche sempre più restrittive sull’immigrazione e l’asilo prendono piede negli Stati Uniti, questa situazione, per i salvadoregni e per gli altri migranti, è destinata solo a peggiorare”. Anche perché, aggiunge il documento, “le autorità americane chiudono gli occhi di fronte agli abusi che i salvadoregni subiscono dopo il loro ritorno”

“Il governo americano ha deportato persone che hanno poi subito abusi e violenze o persino incontrato la morte in El Salvador”. La scioccante denuncia dell’organizzazione non governativa “Human Rights Watch” giunge a poche ore dal discorso sullo stato dell’Unione di Donald Trump, in cui il Presidente, tra le altre cose, si è vantato dei risultati ottenuti dalla sua Amministrazione in tema di immigrazione. “Prima che entrassi in carica, se qualcuno si presentava illegalmente al nostro confine meridionale e veniva arrestato, veniva semplicemente rilasciato e ammesso nel nostro Paese, per poi non essere mai più visto”, ha detto Trump martedì. “La mia Amministrazione ha messo fine a questa pratica di ‘cattura e rilascio’. Chi entra illegalmente viene prontamente allontanato”.

Al netto del puntuale esercizio di fact-checking esercitato da alcuni media americani, che hanno sottolineato come molti migranti aspettino fino a tre anni prima che un giudice stabilisca se saranno deportati, il concetto è stato ribadito nella nota pubblicata proprio martedì sul sito della Casa Bianca: “Il Presidente Trump”, si legge, “continua a difendere i confini americani da immigrazione incontrollata, pericolosi criminali e droghe letali”. E ancora: “Il Presidente ha concluso storici accordi di cooperazione con i Governi di Messico, Honduras, El Salvador e Guatemala per controllare i flussi migratori”. In questo contesto, l’esplosivo report di “Human Rights Watch” porta alla luce alcuni degli inquietanti “effetti collaterali” delle deportazioni, specialmente in riferimento alle migrazioni dal Centro America.

L’organizzazione ha infatti identificato 138 casi di salvadoregni uccisi dopo essere stati deportati dagli USA dal 2013 al 2019, quindi già da prima che il tycoon newyorkese, che ha fatto della lotta all’immigrazione la propria bandiera, sedesse nell’Ufficio Ovale. Eppure, il report sottolinea che, in un periodo in cui “politiche sempre più restrittive sull’immigrazione e l’asilo prendono piede negli Stati Uniti, questa situazione, per i salvadoregni e per gli altri migranti, è destinata solo a peggiorare”. Anche perché, aggiunge il documento, “le autorità americane chiudono gli occhi di fronte agli abusi che i salvadoregni subiscono dopo il loro ritorno”.

Il team di “Human Right Watch” ha inoltre individuato più di 70 casi in cui le persone deportate, al loro ritorno in patria, sono state vittime di violenze sessuali e torture, perpetrate spesso dalle gang, o sono scomparse nel nulla. In molti degli oltre 200 casi considerati, prosegue il rapporto, “abbiamo individuato un chiaro legame tra l’uccisione o l’aggressione subita dal deportato e il motivo che lo aveva spinto in prima battuta a lasciare El Salvador”. Un quadro che rischia di profilare una violazione della legge internazionale e in particolare del principio del non-refoulement, sancito dalla Convenzione di Ginevra, che proibisce il respingimento, la deportazione o il trasferimento di migranti verso territori in cui la loro vita o la loro libertà sarebbero minacciate.

Le testimonianze raccolte sono strazianti. C’è Javier B., scappato dal Paese a 17 anni nel 2010 per sfuggire al reclutamento di una gang e a un destino segnato nel violentissimo quartiere in cui è nato e cresciuto. Già sua madre, Jennifer B., era scappata negli States. Nel marzo 2017,  l’allora 23enne Javier è stato deportato dopo che l’asilo gli era stato negato. Quattro giorni dopo, è stato ucciso dalla gang Mara Salvatrucha, nella casa della nonna, con la quale abitava. Ci sono i cugini Walter T. e Gaspar T., fuggiti nel 2013, a 16 e 17 anni, dalla brutalità delle gang, e deportati nel 2019. La polizia salvadoregna li ha picchiati e detenuti per tre giorni, senza ragione e senza mandato, accusandoli di associazione illecita. E ancora, c’è la storia di Angelina N., fuggita a vent’anni nel 2014 dagli abusi perpetrati dal padre di sua figlia e dal membro di una gang. Colta mentre attraversava illegalmente la frontiera degli USA e respinta in El Salvador, al suo ritorno è tornata a quell’inferno quotidiano di violenze sessuali, abusi e minacce.

Storie come queste sono drammaticamente comuni nelle 117 pagine del rapporto di “Human Rights Watch”. Tra i deportati intervistati dall’organizzazione, ci sono anche persone che hanno vissuto a lungo negli USA, e che, una volta espulsi, sono diventate facili prede di abusi ed estorsioni nel loro Paese. Sono 1 milione e 200 mila i salvadoregni attualmente residenti negli Stati Uniti, ma privi di cittadinanza americana. E secondo il rapporto, particolarmente a rischio sarebbero i circa 900mila che sono privi di documenti o dispongono solo di un permesso temporaneo. Per loro, “la minaccia della deportazione è in crescita a causa di alcuni cambiamenti apportati dall’amministrazione Trump” nella politica migratoria a stelle e strisce, afferma il report. Tra questi, le misure tese a scoraggiare le richieste d’asilo, come la separazione dei bambini dai loro genitori al confine, il prolungamento della detenzione amministrativa, l’imposizione di costi e tasse sul diritto di chiedere protezione, l’estensione da 180 giorni a un anno del periodo in cui non è consentito lavorare dopo la compilazione di una domanda d’asilo, o l’obbligo per i richiedenti di attendere il responso in Messico, spesso in condizioni di pericolo.

Tra il 2012 e il 2017, il numero annuale di richieste d’asilo negli USA da parte di persone originarie di El Salvador è cresciuto del 1000%, passando da 5600 a più di 60mila. Nel 2018, proprio ai salvadoregni apparteneva il numero più alto di richieste di protezione internazionale in sospeso negli States, 101mila. Dati che testimoniano il continuo peggioramento delle condizioni di violenza e abuso dei diritti umani nel Paese del Centro America che, ricorda “Human Rights Watch”, ha uno dei tassi di omicidi, violenze sessuali e scomparse tra i più alti al mondo.

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