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La “controllocrazia” cinese spinta al massimo per battere il coronavirus: e poi?

Wuhan è un “formicaio” di undici milioni di abitanti. Una città ora posta, letteralmente, sotto sequestro. Lo scenario da incubo in Cina al di là del virus

Quasi tutti con la mascherina all'aereoporto internazionale di Chengdu Shuangliu, Cina (UN News/Jing Zhang)

L’allarme lo lancia il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong; per la collocazione geografica, e per Il pubblico a cui si rivolge, è particolarmente sensibile alle problematiche dell’epidemia del coronavirus. Le questioni sanitarie e non solo.

E’ questo “non solo”, su cui conviene riflettere. Prima una constatazione: il regime cinese ha saputo creare una colossale rete di sorveglianza di massa, tra le più efficienti e capillari; un Big Brother capace di monitorare le attività di un buon miliardo e mezzo di persone.

Un controllo che si sviluppa a partire dalle attività più semplici, “normali”: la spesa pagata con carta di credito o una funzione del telefono cellulare; la prenotazione un biglietto di treno; il registrarsi in ospedale per andare in visita a un congiunto o un amico; un semplice scambio di SMS… Il “grande occhio” registra, connette, cataloga, scheda: da quando ci si alza dal letto fino a quando ci si corica, tutto tracciato.

Per quello che riguarda il coronavirus, gli esperti avvertono (non c’è ragione di dubitarne) che si tratta di un virus pericoloso: “Non sappiamo esattamente quanto, ma certamente lo è. Si tratta di un problema che bisogna affrontare con fermezza, con decisione e con la guida dei dati scientifici”.

Niente da obiettare; e niente da eccepire quando ci si dice che al momento ci sono solo due strumenti per combattere il virus e limitarne il contagio: diagnosticare i casi, e isolarli: “Dobbiamo isolare le persone che sono infette o che possono essere infette. Non c’è altra strada”.

C’è tuttavia un aspetto che da considerare; l’hanno battezzato con un termine che fa venire l’orticaria: “controllocrazia”. I problemi vanno al di là della pur grave epidemia: indubbiamente da una parte ci sono gli oltre 1.300 decessi, le decine di migliaia di contagiati, tutti i rischi connessi. Dall’altra ci sono i limiti (e i rischi) dell’emergenza, i controlli, le limitazioni. Un qualcosa già visto (e destinato fatalmente a moltiplicarsi) all’indomani dell’11 settembre e la tragedia delle Twin Towers: gli Stati Uniti e il mondo chiedono sicurezza; in cambio cedono consistenti porzioni di riservatezza, disposti a invasivi controlli e rinunce di personale libertà.

Si prenda la città di Wuhan: un “formicaio” di undici milioni di abitanti. Una città posta, letteralmente, sotto sequestro, e questo è il meno. L’epidemia cade in occasione del Capodanno cinese, festività nel corso delle quali, per tradizione, ci si sposta; almeno cinque milioni di abitanti di quel “formicaio”, si sono mossi.

Le autorità cinesi assicurano che sono state in grado di monitorarle, di “tracciarle”; cinque milioni di persone, individuate attraverso le reti dei cellulari. A Shantou, nella provincia del Guangdong, usati i droni per individuare chi non indossa le mascherine.  In nome dell’emergenza, beninteso; comunque uno scenario da incubo.

Il regime assicura, grazie alla tecnologia di riconoscimento facciale, di poter identificare un cittadino in pochi secondi con una precisione superiore al 99,9 per cento. Sempre il regime garantisce che le città cinesi sono tra le più sicure al mondo, e che le autorità, grazie alla tecnologia hanno risolto la totalità dei casi di omicidio commessi durante e dopo il 2015. Si faccia pure la doverosa tara, essendo appunto un regime che esalta sé stesso. Come sia il problema della “controllocrazia” resta tutto.

Il primo caso di coronavirus appare a Wuhan il 1 dicembre 2019; a metà mese le autorità dispongono di prove sufficienti per sapere che il virus è in grado di colpire gli esseri umani. Per evidenti ragioni di “regime” l’epidemia non viene riconosciuta fino al 20 gennaio, quando ormai la situazione è incontrollabile; e ora quello che si sa (si spera, almeno).

Se questa vicenda insegnerà qualcosa ai satrapi di Pechino sarà quella di ulteriormente rafforzare la “controllocrazia”. Con il “pretesto” dell’emergenza, facendo leva su comprensibili timori e paure, sarà più facile, stringere le maglie, intensificare più di quanto già non siano, controlli e sorveglianza.

Come ben ci ricorda Leonardo Sciascia, da sempre la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini.

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