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Marzo 2040: Cara Paola ti scrivo… Una lettera a me stessa a vent’anni dal Coronavirus

Il nuovo virus “Covid -19” all’inizio fu chiamato “Coronavirus”, ricordi? E come nell'emergenza si vedevano le persone per quello che realmente sono lo ricordi?

Cara Paola,

Oggi è il 10 marzo 2040 e tu sei una sopravvissuta.

Esattamente venti anni fa, ti sei tuo malgrado trovata a fronteggiare una emergenza sanitaria impossibile da prevedere.

Non l’hai mai voluta chiamare “pandemia” o “nuova pestilenza” o “castigo divino” – come la chiamava il predicatore con la tipica “s” romagnola su Radio Maria.

Forse perché sei sempre stata una inguaribile ottimista, chissà o forse perché non hai mai creduto nell’Apocalisse di San Giovanni.

So comunque che ti sei comportata come pensavi fosse più giusto fare: cercando di non farti affossare dal panico attorno e molto probabilmente cercando di svolgere – in modo più cauto – la tua vita.

Ti ci vedo nel bel mezzo della bufera sanitaria, mediatica e religiosa, barcamenarti per restare nel tuo baricentro.

D’altronde sei nata “bilancia”: restare nel mezzo delle cose e mediarle  era scritto nel tuo tema natale; ma lasciamo perdere l’astrologia.

A questa veneranda età credi ancora negli oroscopi e nella tinta dei capelli  color corvo di Paolo Fox?

Penserai  adesso a quelle terribili settimane?

E quale ricordo sarà oggi -più vivido nella tua mente?

Ricapitoliamo.

Il nuovo virus “Covid -19” all’inizio fu chiamato “Coronavirus” – ricordi?

Un termine cheap che tutti cominciarono a masticare prima con disinteresse ed ilarità – poi con rassegnazione e paura.

Il carnevale veneziano con la mascherina per il Coronavirus (Illustrazione di Antonella Martino)

I primi meme col faccione di Fabrizio Corona (personaggio irrequieto e molesto a cui fu naturale affibbiare le sembianze di un virus); l’origine sconosciuta del virus col primo focolaio in una lontana città della Cina (Wuhan)  e da lì le più svariate ipotesi circa la sua genesi.

Fu un esperimento  sfuggito di mano o intenzionalmente prodotto da qualche scienziato pazzo cinese? Fu azzeccata  l’ipotesi del consumo di carne di pipistrello con la relativa trasmissione all’uomo?  O si trattò di  un attentato di natura terroristica?

Forse oggi a distanza di vent’anni, avremo attribuito le giuste responsabilità e paternità.

Di certo è che ci trovammo all’epoca totalmente impreparati ed inebetiti per un po’ di tempo  come pugili colpiti alla sprovvista.

Cara Paola ricorderai, seppur nella tragedia di quelle settimane, anche le ipotesi più comiche ed improbabili lette in rete?

Il web come saprai – nelle emergenze – fiorisce di esperti.

Erano belli e lontani quei tempi in cui il web annoverava centinaia di commenti sul Sanremo di quell’anno, sul rigore della partita della Juventus che non c’era – sulle vicende amorose di Clizia e Ciavarro al Gf vip o le scazzottate virtuali sulla politica italiana.

C’è stato un momento in cui sentisti persino la nostalgia dei talk show politici in tv e della cacciata per la ricerca di voti.

Purtroppo  però, ad un certo punto, tutta l’attenzione mediatica venne monopolizzata  dal “Covid 19” (il suo nome scientifico)  ed anche in internet e sui social si travasarono schiere di  “esperti”  che si erano appena presi una laurea in Medicina all’Università della vita.

Nel contempo apparvero – come novelle Guest stars – i virologi e gli epidemiologi su tutti i canali tv (fu un periodo di magra per i criminologi).

Persino Luciano Onder ebbe il suo momento di gloria  – dopo anni persi a sciorinare pillole di salute quotidiane che ormai non si filava più nessuno.

Nell’emergenza Paola ricorderai adesso che si vedono le persone  per quello che realmente sono, senza filtri o formalità sociali.

E tu sì, di  umanità varia ne hai vista tanta.

Hai visto persone scazzottarsi o, nella migliore delle ipotesi, litigare per pacchi di pasta, scatolette di tonno d’infimo ordine o barattoli di crauti in scatola che schifati sempre da tutti evidenziarono il disagio imperante.

Il cibo come mezzo di consolazione ad un equilibrio vitale precario?

La pancia piena come vessillo contro una carestia immaginata?

Empaticamente non potei biasimarli  con troppo sarcasmo.

Mi ricordai all’istante della  mia capacità di ridimensionare gli eventi  della mia vita con il cibo.

Tutto per me – o quasi – è sempre passato da lì.

Da bambina ad esempio mi sentivo coccolata dai fumi che uscivano dalla cucina di mia nonna paterna – piccolissima ma sempre accogliente.

Sui fuochi bolliva sempre qualcosa di buono; che fosse per “quelli di casa” o per gli altri che passavano a prendere qualcosa.

Ebbi rimembranze nitide.

Mia nonna paterna era una donna di chiesa, religiosissima, aiutava sempre tutti; mai una parola negativa o uno sguardo di disapprovazione.

Nel suo universo di pochi metri quadri, ogni tanto arrivava qualcuno che di casa non era a ritirare uno dei suoi fagotti solidali.

Il “fagotto” come lo chiamava lei – nonna Emilia –  era un insieme di cose buone e pronte da mangiare, avvolte in un cencio con le orecchie di coniglio.

Da lei ereditai  il codice alfabetico delle emozioni che passa unicamente  dal cibo preparato in silenzio.

La minestrina del buonricordo

Lei usava il fagotto; io usai il minestrone.

Col minestrone ho sempre detto in silenzio : “Ti voglio bene – quindi mangia queste verdure buone e stai su con la vita”.

Il minestrone era per i tempi quieti – la minestrina del “buon ricordo” -viceversa – era per quelli più complicati e contorti.

A questo punto – mia cara – ti sarai ricordata anche della quantità di “minestrine del buon ricordo” che hai preparato anni fa durante la segregazione da  corona virus – condividendo con altri – la medesima angoscia.

Senso di smarrimento – incredulità – sbigottimento; come dimenticare lo stato d’animo di quel periodo?

L’Italia ebbe uno dei momenti più cupi di tutta la sua storia democratica  – non avevi mai visto ciò che adesso ti sto ricordando: zone rosse (impossibili da raggiungere e da lasciare); persone che fuggono da queste – in barba agli accorati appelli a restare per evitare di contagiare gli altri; gente che –  nonostante il pericolo di contagio – ebbe persino il fegato di organizzare serate in pizzeria o nei ristoranti con lo scopo ingenuo e ridicolo di contrastare il covid-19 a suon di tranci di pizza e brindisi conviviali.

Ah, la mancanza naturale di consapevolezza del sé e del reale pericolo che deriva dalle nostre azioni – anche le più banali!

Si potrebbe anche aprire un  paragrafo  a parte – a voler essere pignoli.

Quanti saggi filosofici sono stati scritti su questo argomento?

Notti intere al ginnasio ed al liceo – col tazzine del caffè davanti – ad accecarsi sui testi di filosofia; per averci capito poi cosa?

Socrate, Platone, Aristotele per citare i più famosi.

Saggi generosi  decisi a regalarci qualche  dritta  per comprendere il nostro  io  interiore senza poi pensare che  – nel 2020 – saremmo miserabilmente  finiti a filosofeggiare per giornate intere sulla lite fra Morgan e Bugo sul palco del Festival di Sanremo – domandandoci quale fosse stato il  più folle fra i due.

Sant’Agostino soleva dire che “Gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e non pensano a se stessi” ed io adesso – a distanza di anni – non posso che concordare con lui.

Ci pensammo al “bene comune” – inteso come individualità ed azione personale che si ripercuote sulla società?

Ci pensarono tutti coloro che sottovalutarono il problema o semplicemente se ne infischiarono sentendosi eterni ed immuni?

Se fu un esperimento sociologico – non so.

Qualche dubbio ancora e tutt’oggi io lo conservo.

Servì a qualcosa il Covid 19?

Forse sì: a guardarci dentro come esseri umani  ed a scoprirci fragili come bicchieri di cristallo nonostante  secoli di  scoperte tecnologiche e spaziali.

Forse ancora più piccoli ed indifesi  di quel infinitesimale virus  che ci tenne in ostaggio delle nostre paure per un bel pò.

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