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Al tempo del coronavirus, la Storia 2.0 per provare a dare un senso a tutto questo

Esiste un modo moderno di analizzare la Storia di cui, forse, non siete al corrente. Provo a spiegarlo ma non per dibattere del mondo che fu ma di quello che sarà

History, illustration by Antonella Martino

L’informatore ammira da anni i libri di Yuval Noah Harari. La pausa imposta dal coronavirus è stata l’occasione per scrivere un articolo su Les Annales, la scuola storiografica di cui Harari è il prodotto, e per parlare di Storia con la S maiuscola, la Storia 2.0.

 

Il giorno di Natale dell’800 papa Leone III incoronò Carlo Magno Imperatore dei Romani, fondando quello che fu definito Impero carolingio”.

Se siete come me, quando eravate al liceo vi sarete sorbiti informazioni di questo tipo e avrete pensato: ma me ne fregasse qualcosa.

È così. Probabilmente le cose per i liceali italiani di oggi sono cambiate, ma la Storia per come la insegnavano a me a quei tempi non mi intrigava molto. Ripensandoci, alcuni decenni dopo, non avevo tutti i torti: la memorizzazione di avvenimenti tanto avulsi dalla realtà del mondo contemporaneo difficilmente avrebbe potuto risultare avvincente per quella giovane mente.

Yuval Noah Harari, storico israeliano, autore di best seller quali Sapiens e Homo Deus (source: Wikipedia)

Che la Storia fosse invece un argomento appassionante e fondamentale lo avrei scoperto molti anni dopo, e non per aver rispolverato il vecchio libro di storia dello scientifico, ma per aver letto quelli di uno storico moderno, Yuval Noah Harari, e per aver assistito alle lezioni di cui Stefano Villani, un amico professore universitario di storia qui in USA, ha fatto dono agli studenti liceali italofoni di DC (lezioni in cui io mi sono sfacciatamente imbucato l’autunno scorso). Quelle lezioni mi hanno permesso di capire cos’è veramente la Storia con la ‘S’ maiuscola e come essa sia lo strumento più potente che abbiamo per dare un senso al mondo in cui viviamo. 

Economia, geografia, sociologia, statistica, filosofia, linguistica… È lunga la lista di nomi con cui siamo soliti impacchettare le diverse dimensioni dello scibile umano. Ogni scienza ha un suo perimetro più o meno separato dagli altri. La Storia, pur senza la pretesa di essere scienza, riesce tuttavia a unire il tutto in un disegno coerente.

Com’è avvenuto il mio passaggio da un giudizio di sostanziale inutilità per una disciplina ad uno tanto lusinghiero? Oltre al prof. Harari, israeliano, c’entrano i francesi.

La scuola francese de Les Annales: la Storia 2.0 

Se avete letto qualche mio articolo, oramai saprete che un po’ tutto ciò che è umano può essere riletto (anzi, va riletto!) alla luce della narrazione, quel meccanismo psicologico che porta gli uomini a inquadrare tutto quello che fanno e pensano nella forma di storielle che gli fanno comodo (e, credetemi, nel dire questo non c’è giudizio o condanna morale da parte mia: è pura constatazione sul vero meccanismo che differenzia gli umani dagli altri animali).

Non stupisce quindi che la Storia insegnata in modo classico (ovvero come l’avevo conosciuta io al liceo) non sia da un certo punto di vista che la Storia 1.0: una disciplina di grande importanza frutto del lavoro di grandi menti che, tuttavia, non erano esenti da bias cognitivi e dalla mancanza di un approccio scientifico alla materia.

In particolare, la Storia 1.0 è stata soggetta alla “tirannia della narrazione”, l’insopprimibile tendenza umana a inquadrare tutto nei termini di racconto, indebolendo così la possibilità di gestire scientificamente la materia. La Storia 1.0 sono i racconti, spesso un po’ pompati, di comunità e popoli. Storia intesa a servire le necessità delle ragion di Stato ora di questa ora di quella nazione, quindi. Del resto è la natura umana: le storie di uomini e donne avvincono: re e regine, le crociate e le guerre, le gesta dei grandi condottieri. Tutte figure che si prestano ad essere romanzate e ad accendere le passioni (e, se quegl’individui oggi marcirebbero in galera come meritano i criminali quali, per lo più, in effetti erano, facciamo finta di niente… del resto mica vi aspettereste che uno normale avrebbe potuto aspirare a tanto successo e tanta fama. Una volta serviva essere gente senza scrupoli per ambire al top. E poi sarebbe assurdo giudicare col metro di oggi il comportamento degli uomini di secoli addietro).

Se quella è la Storia 1.0, di cosa tratta la Storia 2.0? In che modo l’approccio scientifico che nel XX secolo ha portato a rivedere da zero ogni disciplina di studio ha cambiato anche il modo in cui facciamo Storia?

Fernand Braudel, uno dei principali rappresentanti della scuola de Les Annales. (Source Wikipedia)

Ciò che chiamo Storia 2.0 è l’approccio creato dai francesi del gruppo Annales d’histoire économique et sociale, o semplicemente Les Annales. All’inizio del secolo scorso,  Lucien Febvre, Marc Bloch e Fernand Braudel furono protagonisti di un’epocale revisione del modo in cui gli storici guardano al passato. La Storia come la conoscevamo fino ad allora, la Storia 1.0, non veniva rinnegata, bensì veniva inquadrata come una delle storie possibili, all’interno di un framework che permetteva ora di analizzare molteplici “viste” sul passato riconoscendo il contributo di spinte diverse, non tutte di natura umana (anzi, prevalentemente non di natura umana)

Qual’è l’avvenimento principale degli anni ’20?

Se facessimo questa domanda a un maturando un po’ studioso dei giorni nostri, quello potrebbe rispondere “L’avvento del partito Fascista in Italia”. E non sbaglierebbe. Quello fu l’inizio di una fase della storia italiana che trascinò il paese in una guerra tragica e ignominiosa, e di cui gli italiani pagano ancora le conseguenze.

Se avessimo la possibilità di fare la stessa domanda a uno studente del 2120, però, non ci stupiremmo se quello rispondesse “l’invenzione della plastica”. Per lui la conoscenza di Mussolini sarà un aspetto minore di due secoli prima, ma l’invenzione che per cent’anni ci è sembrata una figata, ma che ha finito per inquinare terre, mari e persino il cibo che avremmo mangiato per cent’anni a venire sarà ben impressa nella sua mente.

Detta in altro modo, gli eventi umani che abbiamo sempre considerato come aspetti primari della Storia “classica” diventano secondari quando guardiamo la storia in un’ottica nuova, un’ottica di lungo periodo. Infatti è proprio il concetto di ‘lungo periodo’ (in francese longue durée) che sta alla base del modo di fare Storia della scuola francese de Les Annales

Braudel e compagni vedevano la storia come movimenti che dispiegano il loro effetti in modo tanto più profondo, quanto potente ed inesorabile. Per spiegarlo, conviene partire dall’analogia che tradizionalmente viene evocata per illustrare la Lunga Durata: il mare agitato.

Tutti possiamo vedere le onde e la schiuma sulla superficie del mare in tempesta, ma le dinamiche che portano a quella visione non si esauriscono certo lì. Sono le correnti sottostanti che non vediamo ad animare la superficie. E sotto queste correnti, altre correnti abissali, ancora più poderose delle prime, determinano quanto avviene sopra, secondo ritmi e oscillazioni tanto lente quanto poderose e inarrestabili.

Fuor di metafora, si tratta di uno schema a tre livelli:

  1. La corta durata o Storia degli avvenimenti (histoire événementielle): a livello più alto c’è la Storia tradizionale, quella degli eventi percepiti dagli uomini e più facilmente ricordati grazie alla narrazione. È la Storia 1.0. È in questo strato che operano i vari Giulio Cesare, i Papi, i Carlo Magno, i Napoleone, i Mussolini e gli Mao Tse Tung. Gli avvenimenti rapidi che si succedono numerosi nell’arco dell’esistenza dei singoli appartengono alla corta durata e così le politiche messe in atto da questi personaggi storici.
    Questo livello di “Storia come narrazione” potremmo definirlo “storia avvenimentale” provando a tradurre letteralmente dal francese.
  2. Il livello medio “congiunturale”:  questo è il livello dell’economia, dei cambiamenti sociali, delle religioni e delle ideologie. A questo livello non è Karl Marx che inventa il Comunismo, ma piuttosto l’onda lunga degli sconvolgimenti economici innescati dalla rivoluzione industriale che portano a cambiamenti profondi in Europa. C’era una posizione aperta come profeta dei lavoratori sfruttati e Marx l’ha occupata. Se non l’avesse fatto lui, l’avrebbe fatto qualcun altro. Allo stesso modo, non fu Hitler a scatenare la Seconda Guerra Mondiale: viste le dinamiche congiunturali dell’epoca in Germania, una guerra, per uno storico seguace del gruppo de Les Annales, ci sarebbe stata comunque.
  3. La lunga durata (longue durée): questo è il livello dell’ambiente e dei cambiamenti climatici, quello in cui occorre guardare per prima cosa le mappe geografiche per comprendere le dinamiche dell’evoluzione storica. Sono oscillazioni lente e profondissime che gli storici sanno vedere, senza tirarsi indietro se occorre servirsi di altre discipline scientifiche. È il livello delle glaciazioni che portano l’uomo a spostarsi. È l’uomo che passa dallo stato di cacciatore-raccoglitore a quello di coltivatore stanziale durante la rivoluzione agricola di 10,000 anni fa. A questo livello non c’è Colombo che scopre l’America, ma piuttosto l’impero ottomano che, impedendo il rapido accesso all’oriente delle spezie (se non a prezzo di esosissimi dazi) stimolò la ricerca di vie alternative per raggiungere le indie. Da questo punto di vista Colombo non era che un coglionazzo che, cercando una rotta alternativa per le Indie, aveva sbagliato completamente i conti, anche se alla fine gli era andata bene (en passant: anche lui era un criminale per gli standard di oggi, anche se Stefano, nelle sue lezioni, ci ha ripetutamente messo in guardia di non giudicare i personaggi del passato senza dare il giusto peso al contesto in cui operavano).

    Ça va sans dire che la lunga durata è il livello che più si presta ad un’analisi scientifica.

Vale forse la pena di precisare che i tre livelli non sono compartimenti stagni. Le tre “temporalità” sono collegate, interagiscono costantemente e si influenzano a vicenda.

Questo modello è uno strumento eccezionalmente utile per comprendere il passato e il presente dell’umanità (e forse perfino per lanciarsi a immaginare il futuro) ponendosi più in alto di ogni tipo di interpretazione dettata da religione, cultura o ideologia.
Ovviamente il fatto che si possa fare non implica che sia facile per tutti farlo: spogliarci delle convinzioni su cui abbiamo costruito la nostra identità non è esercizio per i deboli di cuore. Ma, se vogliamo, lo strumento ora c’è.

La corta durata è duttile alla narrazione e ben si presta a essere interpretata per costruire l’identità di popoli e nazioni ad uso e consumo di persone (la maggioranza) che non chiedono di meglio che avere valori e narrazioni collettivi in cui riconoscersi come comunità.

Alla media durata e, ancor di più, alla lunga durata, invece, delle narrazioni umane non frega nulla: esse descrivono la nascita e la morte di popoli, lingue, culture e confini nazionali con l’empatia di un biologo che osserva una colonia di germi al microscopio. Una visione spietata ma esaltante per chiunque metta una conoscenza vera della realtà (e non mediata) al primo posto.

Yuval Noah Harari

La copertina dell’edizione in lingua inglese di Sapiens. (source Wikipedia)

Alcuni anni fa, prima di conoscere Stefano e Les Annales, ho scoperto Yuval Noah Harari, autore di “Sapiens. Da animali a dèi: Breve storia dell’umanità”. È uno storico che stimo molto. Quando l’ho letto per la prima volta ho pensato: “ma se questa è storia, cos’era quella roba che mi insegnavano al liceo?”

Con la scoperta della lunga durata ho avuto finalmente la mia risposta: la storia che ci illustra  Harari si colloca nel solco della scuola de Les Annales che ci ha portato la Storia 2.0, l’unico modo di guardare il passato che ha un senso per chiunque abbia un’educazione di stampo scientifico nel XXI secolo. Come dissi a Stefano una volta: mi sembra che Harari faccia la storia nell’unico modo possibile dopo che Daniel Kahneman e Amos Tversky ci hanno spiegato i bias cognitivi. Devo ancora capire bene se lui è d’accordo con questa affermazione oppure no.

Ho fatto una domanda a Stefano. Se gli storici si occupano del passato, ha senso per uno storico provare a predire il futuro? Stefano mi ha risposto di no. La Storia non è una scienza. Ci dà gli strumenti per capire il passato magari anche un solo secondo dopo che il presente è avvenuto, ma la Storia si occupa del passato. Ci può aiutare ad analizzare il presente. Ma no, non ci può aiutare a predire cosa ancora non è accaduto.

Ma allora perché Harari ha scritto “Homo Deus: Breve storia del futuro”? Nessuno gli impedisce di farlo, mi ha detto Stefano, ma nel momento in cui Harari lo fa non lo fa da storico, ma più da filosofo. Il che non significa che non si possano dire cose interessanti…

Esercizio: analizzare il nostro periodo storico utilizzando Storia 2.0

Forti di questa comprensione di massima della Storia 2.0, si possono provare a identificare i fenomeni di corta, media e lunga durata in azione nel nostro tempo. 

I fenomeni di lunga durata

Probabilmente noi gente comune non abbiamo mai considerato alcuni dei fenomeni che sto per elencare in una prospettiva storica prima d’ora; eppure lo sono assolutamente se l’ottica è quella della lunga durata.

Cambiamento climatico

Anche se l’attenzione per il problema climatico è recente, esso ha assunto rapidamente dimensioni drammatiche. Detta in breve: ci stiamo allegramente fottendo l’unico pianeta che abbiamo. E il problema più grande è che ancora non abbiamo capito bene come cambiare strada. L’intera società globale è arrivata alla conclusione che il modo migliore per fare star bene i propri cittadini sia quello di tenerli occupati con una crescita illimitata. Come ho descritto in un mio articolo di qualche mese fa, le risorse del pianeta costituiscono un hard-limit. Il coronavirus sta imponendo lo stop di qualche settimana (o mese) alle aziende di tutto il pianeta. Questo minaccia seriamente di mandare a gambe all’aria l’economia mondiale.  Immaginiamo cosa potrebbe succedere se lo stop fosse totale e a tempo indeterminato. Impensabile giusto? Eppure ci dovremmo pensare. Speriamo di non farci trovare impreparati come sta accadendo col CoVid-19.

Globalizzazione

Ci sono molti motivi per prendersela con la globalizzazione, ma ce ne sono di ottimi anche per capire come mai si è arrivati ad un mondo in cui ognuno produce le cose che gli vengono meglio e poi le esporta un po’ dove gli pare. Detta in breve: grazie alla globalizzazione tutti lavorano in tutto il mondo e tutti hanno accesso a merci (e grazie a Internet anche a servizi) a prezzi contenuti. Difficile pensare di rinunciarci.

Internet

L’avvento di internet è recente, eppure non posso che vederlo come un fenomeno di lunga durata destinato a cambiare l’umanità per il resto dei giorni.

Raccontava Stefano che nel Medioevo una delle massime aspirazioni di un erudito era quella di poter copiare a mano i libri classici, rivenduti poi costosamente ai ricchi al prezzo di un palazzo. L’invenzione della stampa di Gutemberg cambiò le regole del gioco. Copiare non era più necessario, né lucrativo. Questo portò un nuovo impulso per gli studiosi: era meglio dedicarsi alle idee nuove piuttosto che dedicarsi a copiare all’infinito quelle vecchie. È un fenomeno di lunga durata che ha condizionato il mondo nei secoli a venire.

Se penso a Internet, mi appare ovvio che ci troviamo dinanzi ad un fenomeno di uguale importanza, o forse ancora maggiore. Sempre più i corsi di studio universitari non offrono più un sapere per una professione, ma piuttosto un meta-sapere che prepara il laureato a rintracciare, studiare ed applicare, in un secondo momento, un sapere costantemente in divenire. È pura utopia oggi pensare di trovare un buon lavoro forti solo di quello che si è imparato nel corso di studi anni prima. Parlando del campo mio, l’informatica, questo fenomeno è bestiale: a parte alcuni principi generali, in pochi anni cambia sempre un po’ tutto. Questa velocizzazione del sapere è stata introdotta con Internet e con la possibilità di trovare in pochi secondi dal proprio computer quello che avrebbe  richiesto spostamenti fisici e settimane di ricerca prima. 

Copertina della versione in lingua inglese di Homo Deus. (source Wikiepdia)

Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) ha portato a realizzare applicazioni che fino a pochi anni fa consideravamo fantascientifiche. Harari, in Homo Deus, vede la possibilità che un’intelligenza superiore alla nostra (intelligenza non biologica, ma questo è un dettaglio)  finisca per soggiogare l’umanità intera.

Di certo l’IA ha implicazioni di tutti i tipi. Alcune positive. Altre meno. Tra quelle positive la ricerca scientifica per la medicina. Tra quelle negative le applicazioni in campo militare. Tra i due tipi, un mondo di applicazioni di cui, al momento, non sappiamo dire se saranno positive o negative. 

Come vogliamo considerare l’applicazione dell’IA al mondo dell’automazione e alla possibilità di usare robot dove una volta servivano milioni di lavoratori umani? L’uomo non avrà più un lavoro. Anche ammesso che abbia ancora da mangiare, la sua narrazione ne uscirà a pezzi e con essa la sua ragione di vita e, in ultima analisi, la sua felicità.

Sorveglianza di massa 

All’intersezione tra internet, telecomunicazioni e l’IA ci sta la possibilità di un monitoraggio dettagliatissimo di ognuno di noi in tempo reale. Non potremo più fare nulla senza che il nostro cellulare, la nostra smart TV o il nostro orologio non facciano la spia, e un computer (forse del governo, forse no) non lo noti. Magari con quell’informazione il governo non ci farà niente. Oppure ci farà qualcosa per il nostro bene. O magari quello che farà lo farà per il bene della comunità, che potrebbe non coincidere esattamente con il nostro. O magari lo farà per l’interesse di chi ha il potere anche se quello racconta che lo fa per l’interesse della comunità e per il nostro. Insomma, avete capito dove sto andando a parare.

Alexander Nix, CEO di Cambridge Analytica. (source: Wikipedia)

E la segnalazione al servizio di sorveglianza dello Stato non è nemmeno l’unico problema. All’intersezione tra un internet pervasiva, l’IA, i social network e i bias cognitivi ci stanno realtà del tipo Cambridge Analytica, che, pur essendo private, hanno un impatto devastante sul processo democratico degli Stati

La possibilità di sorvegliare miliardi di persone con la tecnologia è allarmante ed opporsi sembra l’unica cosa ragionevole da fare. Eppure come farlo non è per niente ovvio. Per giunta, in questi giorni di CoVid 19, si parla di utilizzare quelle tecnologie per verificare che chi deve rimanere a casa in quarantena lo faccia. Lo permettiamo? La motivazione, la salute pubblica, è forte. Difficile ribellarsi ora, ma i governi rinunceranno a quel nuovo superpotere una volta che è passata la tempesta? Tutto indica che dalle scelte di oggi potrebbe scaturire un fenomeno di lunga durata che condizionerà la storia nei secoli a venire.

Automazione e scomparsa del lavoro di massa

Questo è un fenomeno che va a braccetto con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale. Ci sarà sempre meno bisogno dei lavoratori. Dagli operai in fabbrica, agli agricoltori, agli autisti di auto e TIR, ai camerieri milioni di posti di lavoro scompariranno a causa di  robot e IA. E non solo quei lavori che richiedono skill limitati: neppure avvocati, dottori, insegnanti, traduttori e altri impieghi che si basano sull’intelligenza o su di una notevole capacità empatica e creativa sono al sicuro dall’avanzata dell’automazione. L’impatto economico è solo una delle dimensioni del problema; il venir meno di una “narrazione di vita” per le persone è l’altra. Ammesso che in futuro si dia alla gente quanto gli serve per sopperire alle sue esigenze primarie (stipendio di cittadinanza?), quanti si sentiranno soddisfatti di vivere una vita che non assegna loro un ruolo nella società? Servirebbe una specie di rewiring della mente umana, ma il funzionamento del nostro cervello non può essere modificato come facciamo con i computer… o forse un giorno si potrà? Mah.

I soldi

Il denaro esiste da migliaia di anni e presentarlo come un fenomeno storico può sembrare buffo. Eppure, se facciamo un passo indietro e pensiamo al denaro come realtà ‘intersoggettiva’ (copyright Yuval Noah Harari), la cosa ci appare più chiara. Tolta aria, acqua, cibo e alcune altre cose, molto di ciò che ci appare concreto e oggettivo è in realtà sostenuto da narrazioni condivise: solo nel momento in cui tutti collettivamente accettiamo di crederci in quella cosa, la cosa esiste e ci appare concreta. Harari parla appunto di realtà intersoggettive. Per me i soldi sono l’esempio principe. Se vi chiedessi di scegliere tra ricevere un milione di euro e una mucca da latte, scegliereste sicuramente la prima opzione. 

Immaginate ora di essere naufraghi su di un’isola sperduta nel Pacifico. In quel caso, la scelta sarebbe ben diversa. Meglio una bella vaccona. I soldi porterebbero ben poco beneficio in un contesto in cui non ci siano altri umani disposti a credere anche loro che quei foglietti di carta abbiano effettivo valore e disposti a donarvi beni e servizi in cambio di essi. 

La vaccona invece…

Vacca da latte. (source: Wikipedia)

I soldi hanno quindi valore soltanto finché c’è uno Stato che garantisca il valore di quei soldi e una comunità che in quello Stato riponga ancora abbastanza fiducia. Non so per quanto tempo sia esistito il denaro, ma sicuramente non molto più di diecimila anni, ovvero l’età della rivoluzione agricola, probabilmente molto meno. Grazie al denaro si poteva dare valore alle cose e permettere all’economia di ‘scalare’ in modi che il baratto non avrebbe mai permesso. 

Ovviamente occorre che sia l’autorità statale a stampare i soldi e a garantirne il valore. Il che si portava (e ancora si porta!) dietro il rischio che gli Stati abusino della leva monetaria come soluzione di tutti i mali. Ma la Storia (anche quella 1.0) è piena di esempi in cui quel giocattolino può rompersi: se la gente non crede più al valore dei soldi, cominciano a succedere cose molte brutte, a partire dal collasso totale dell’economia di un paese.

L’economia mondiale ha già accumulato debiti per il 230% del suo PIL. Viviamo in un sistema in qualche modo ‘drogato’ in cui l’economia è cresciuta facendo affidamento a ricchezze virtuali, come se fosse un videogioco, con invenzioni buffe tipo i bitcoin che mostrano come questo sistema possa essere portato al parossismo. 

Un evento destabilizzante potrebbe farci perdere la fiducia che abbiamo nel denaro e con essa rischia di crollare l’economia mondiale per come la conosciamo. A quel punto anche tutte le teorie economiche che diamo per scontate potrebbero non applicarsi più.

L’improvvisa mancanza di valore del denaro da un giorno all’altro sarebbe catastrofica. Come si riuscirebbe a incentivare le persone a fare o a non fare qualcosa? Come far fronte alla fine dell’onda lunga del denaro? Abbiamo un modello alternativo a quello del capitalismo e del libero mercato per fare un upgrade senza troppi scossoni?

Sembra proprio di no. In questi giorni, il virus corona sta dando un buon esempio a tutti di cosa significhi affrontare un’emergenza che il sistema non è preparato a gestire.  Nel caso della scomparsa del valore del denaro verrebbe meno l’onda lunga che ha sostenuto tutte le società umane da migliaia di anni a questa parte. Un problema non da poco.

La sovrappopolazione e le migrazioni

Se le condizioni di vita in un luogo diventano difficili (e questo potrebbe succedere perché c’è troppa gente in un posto, a causa di guerre o epidemie, o a causa del cambiamento climatico), la gente si sposta. E lo fa disordinatamente. Queste sono dinamiche legate alla geografia, e quindi di lunga durata. I meccanismi per contenerli sono i confini degli Stati nazionali, che però sono fenomeni congiunturali (di durata media). La pressione dell’onda lunga sulle realtà congiunturali causa stravolgimenti e sfide non da poco. Non dico di più per non uscire dall’argomento principale di questo articolo con temi che scatenano forti emozioni, ma anche il concetto di “proprietà di un territorio” è un’onda lunga partita con la rivoluzione agricola che sta alla base degli Stato nazionali (realtà congiunturali). Se in un territorio ci sono troppe persone, e in un altro vicino ce ne sono troppo poche per difendere i confini, bad things happen.

La media durata: fenomeni congiunturali

Identificati i fenomeni di lunga durata, vediamo quelli congiunturali di durata media. Riprendiamo il discorso dal concetto di Stato e nazione, realtà congiunturali costantemente sotto la pressione di lunga durata delle migrazioni umane.

Stati e nazioni

Un po’ come i soldi, anche gli Stati sono convenzioni intersoggettive inesistenti in natura, ma prese per buone da abbastanza uomini da renderle vere in pratica. Non esiste un motivo naturale per cui il confine tra due paesi debba passare di lì, ma, più spesso che no, esistono secoli di cultura e guerre (durata medio-corta) che hanno stabilito la validità di quelle frontiere.

A fronte di relativamente pochi impegni per il cittadino (le tasse, principalmente), lo Stato offre vantaggi enormi, quali protezione dalla violenza, un sistema di leggi e la macchina amministrativa per farle rispettare, la moneta dello Stato per fare affari e far lavorare la gente, l’istruzione dei figli, le cure sanitarie, le pensioni quando si è anziani, l’accesso a un lavoro, le infrastrutture per permettere lo sviluppo economico e altro ancora. I cittadini ricevono molto dallo Stato e quasi nessuno ha interesse a demolirlo (neanche i populisti, al netto delle chiacchiere).

I fenomeni di lunga durata però picchiano duro sulle frontiere. Ci picchia sopra la globalizzazione, ma, come scritto sopra, anche la crescita della popolazione mondiale pone i confini nazionali sotto pressione.

Ovviamente non sto dicendo che le frontiere siano giuste o sbagliate, ma solo che per un motivo o per l’altro, le forza congiunturali e quelle di lunga durata sono in antitesi e questo porterà con buona probabilità degli sconvolgimenti: cambiamenti che potrebbero rispettare i diritti umani (altra realtà intersoggettiva)… piuttosto che no. E qui mi fermo.

Benito Mussolini e Adolf Hitler. (source: Wikipedia)

Le grandi ideologie del ‘900

Qualcuno potrebbe pensare che inquadrare le grandi ideologie del secolo scorso come fenomeni congiunturali significhi sminuirle e non dar loro il peso che meritano. Eppure mi appaiono assolutamente così nell’ottica della lunga durata. Esse non sono che un esempio di un’umanità che, nei secoli, fa ricerche sul modo migliore di organizzarsi andando per tentativi. Per i governi totalitari del ‘900, l’individuo non riceveva molto credito di riuscire, da solo, a fare del bene per sé e, soprattutto, per la collettività. Lo Stato, diretto da uno ‘illuminato’ o da pochi leader, avrebbe garantito il meglio per tutti.

Menzionare i campi di concentramento assorbe ogni altra considerazione sul Nazismo (e sulla sua sacrosanta e ignominiosa fine) che rimarrà, si spera, un esempio di quanto possano deragliare le cose quando vengono attivati i meccanismi di deindividuazione. Vale forse solo la pena di citare una cosa interessante detta da Harari, tanto più significativa provenendo da un israeliano di origine ebraica: la sconfitta del Nazismo ha portato ad una reazione contraria assoluta di difesa della vita umana, che a sua volta ha portato con sé aspetti parossistici. Il riferimento è, ad esempio, all’eutanasia e alla chiusura totale alla possibilità di dar fine ad una vita umana persino in quei casi in cui essa non ha più ragione di essere vissuta. In un’era in cui la tecnologia può tenere le persone in vita indefinitamente (per una qualche definizione tecnica della parola vita), potrebbe avere senso essere meno dogmatici in certe discussioni.

Per quanto riguarda il Marxismo, tenendo da parte il discorso sulle violazioni dei diritti delle persone che gli Stati totalitari più spesso che no si portano dietro, esso è stato il modello alternativo al Capitalismo più credibile. Per praticamente un secolo, Europa e Stati Uniti hanno avuto una paura fottuta che il Comunismo sarebbe dilagato mettendo fine non solo al libero mercato, ma anche alle libertà individuali.

Propaganda sovietica del socialismo (source: AIER https://www.aier.org/)

La mia opinione è che al modello socialista mancasse lo strumento principe per incentivare le persone: la possibilità di arricchirsi più degli altri ed un modello economico che determinasse il valore di merci e servizi autonomamente. Nessuno Stato socialista, per quanto ben organizzato, potrebbe decidere con cinque anni di anticipo su quali tecnologie e prodotti investire per tenere testa a paesi che hanno abbracciato il Capitale e il libero mercato come modello di sviluppo. A questo aggiungo, ovviamente, il problema sempre sottostimato dell’antitesi tra experiencing self e remembering self: ma voi ci vivreste veramente in un posto dove sono tutti uguali e se non sei abbastanza uguale lo Stato interviene a “ugualizzarvi”? Le economie di mercato, pur con le sue diseguaglianze, sono molto più divertenti.  Questo spiega da solo perché per i sistemi socialisti è finita come è finita. 

Statua di Adam Smith, che teorizzò del libero mercato. (source: Wikipedia)

Il Capitalismo liberale e la democrazia

Il modello basato su democrazia, libero mercato, libera circolazione di persone e merci, diritti dell’individuo e diritti umani è uscito vincitore dalle sfide del XX secolo. Metterlo in discussione potrebbe sembrarci assurdo, forse neppure concepibile.

Io stesso ideologicamente sono sempre stato un liberale pro libera impresa e pro libero mercato. Eppure sento che sarei anch’io lo zimbello delle narrazioni su cui talvolta ironizzo se non riconoscessi che anche quel modello è congiunturale. E, soprattutto, esso viene messo a dura prova dai fenomeni di lunga durata che ho elencato sopra.

Nei paesi democratici e occidentali abbiamo costantemente assunto che il processo democratico fosse il proxy infallibile di un modello decisionale destinato a produrre immancabilmente il meglio per un paese e per i suoi abitanti. I populismi hanno dimostrato che le cose non stanno propriamente così. Personalmente penso che i singoli scossoni populisti siano fenomeni di corta durata incoerenti tra loro, ma che la loro apparizione sia dovuta alle nuove dinamiche di lunga durata che hanno avuto origine in questi anni.

Discussioni ideologiche a parte, l’organizzazione sociale di una comunità va misurata nei termini di quanto benessere, nel senso ampio del termine, essa porta a tutti i suoi membri, o quantomeno alla stragrande maggioranza di loro. Se le differenze di ricchezza sono troppo ampie, pur assumendo che i bisogni primari siano soddisfatti, l’invidia porta a destabilizzare il sistema (ancora: dico questo come constatazione corroborata da esperimenti sulle scimmie; non c’è giudizio morale da parte mia).

L’economia di internet, quella che una volta chiamavamo allegramente new economy, piaceva molto all’inizio perché creava milioni di posti di lavoro. Adesso che alcune grosse aziende si prendono fette intere dell’economia mondiale (parlo di FB, Google e Amazon, ma anche di AirBnB e Uber) spingendo verso il basso il valore di merci e servizi di tutti gli altri, i conti non tornano più. In tutto il mondo si assiste a fenomeni di “drenaggio” della classe media, il che rende sempre più evidente la differenza tra ricchi e massa indistinta che deve sgobbare sempre più duramente per stipendi da sopravvivenza e poco più. Questo ha un effetto destabilizzante che, ovviamente, alimenta i vari populismi in giro per il mondo.

La corta durata

Offrire esempi di fenomeni attuali di corta durata non è complesso.

I clown populisti

Alla luce dei fenomeni di lunga e media durata delineati sopra, è immediato inquadrare i vari Trump, Boris Johnson, Bolsonaro, Grillo, Salvini e la lunga lista di pagliacci populisti come esempi di corta durata causati dal ribollire delle possenti correnti congiunturali e abissali che abbiamo descritto.

Milioni di persone in ogni paese hanno paura dell’ondata immigratoria (per motivi non necessariamente sbagliati, sia chiaro). Facile per un leader populista far leva su paure più o meno razionali invocando la chiusura dei confini e raccogliere così un consenso elettorale significativo.

Se le tasse sono alte, qualche narrazione buffa, propagata sull’onda dei social network, avrà successo alle elezioni con idee impraticabili su dove prendere i soldi.

Il welfare state non ci appare abbastanza sviluppato?  Stessa identica cosa: usciamo dall’Europa, così possiamo stamparci i soldi da soli e altre amenità. Narrazioni “di sinistra” questa volta, ma pur sempre narrazione populista.

Ognuno di noi

Siamo tutti fenomeni di breve durata davanti alla Storia. E mai come oggi rischiamo di vedere frustrati i nostri tentativi di dare un senso alla nostra esistenza. Fino a pochi anni fa scegliersi una delle narrazioni mainstream (e interpretare il mondo come ci faceva comodo forti di quella) era relativamente facile. Bastava essere cattolici, mussulmani, comunisti, fascisti, liberali e tanto bastava per inquadrare il nostro mondo in quella rappresentazione. Quegli schemi fanno riferimento a fenomeni congiunturali che hanno esaurito o stanno esaurendo la loro carica propulsiva: fanno acqua da tutte le parti ormai.

Prendiamo uno di sinistra che ha sempre visto lo sfruttamento operato dai “ricchi” sui lavoratori, e che quindi auspicava un’unione mondiale di lavoratori contro il furto del plusvalore. Con buona probabilità costui si è accorto che “il padrone” della piccola e media impresa italiana per cui lavora non fa tutti questi soldi e non si accaparra poi tutto quel plusvalore di cui ci parlava Marx. Ma anche il discorso della fratellanza dei lavoratori potrebbe non andare più tanto bene. L’arrivo di manodopera estera non gli sconfiffera per niente, e il fatto che in Polonia, in Brasile o in Cina facciano le stesse cose a prezzi più bassi non gli causa pensieri di solidale vicinanza al proletario sfruttato in quei paesi. Le narrazioni poste a difesa degli ultimi non vanno più tanto bene quando gli ultimi sono altri, non noi. 

Un po’ di ospitalità la si può ricercare nella destra sovranista (il famoso operaio che vota Lega, ad esempio), ma anche quello rischia di non essere un rifugio molto sicuro: l’automazione rischia di togliere il lavoro a tutti. Di colpo ci si accorge che c’è qualcosa di peggiore dello sfruttamento: percepire la propria sostanziale inutilità nella società che si profila in un futuro prossimo. C’è qualcosa di peggio dello sfruttamento: l’irrilevanza.
Questa situazione si traduce in voti che vanno ai politici populisti, personalità istrioniche e pagliaccesche incluse, anzi soprattutto quelle. Però voti mossi dalla paura e dalla disperazione, non dalla speranza.

Prendiamo un buon cattolico apostolico romano di quarant’anni fa: la morale sessuale corrente è totalmente in contrasto con l’insegnamento della Chiesa. L’onda lunga della liberazione sessuale si è fatta sentire anche in Vaticano e ha portato all’elezione di un Papa nuovo prima che il precedente si congedasse per cause naturali (la prassi seguita per secoli). Il nuovo pontefice ha caratteristiche interessanti e non casuali, come se avesse il vento della lunga durata in poppa: viene dal Sud-America (uno dei pochi posti dove ancora “ci credono”) ed è  mooolto permissivo per quanto concerne la morale sessuale, con uscite tipo “chi sono io per giudicare un omosessuale?” Oltre a essere in odore di santità, è anche in odore di essere un po’ socialista.

Ma se accettare la nuova morale sessuale è forse l’aspetto meno impegnativo, è la pretesa di volerci tutti fratelli e figli di uno stesso Dio creatore a far vacillare gli animi: milioni di persone vogliose di trasferirsi nei paesi occidentali, Italia in primis, mettono il richiamo alla fratellanza in contrasto diretto con la paura di essere invasi da culture estranee che potrebbero sopraffare un paese povero di energie giovani. A quel punto il buon cattolico potrebbe essere tentato da una narrazione in cui non siamo poi così fratelli. Non a caso, i populisti italiani realizzano la crasi tra razzismo e rivendicazione dei valori cristiani, un’acrobazia temeraria ma coronata da discreto successo elettorale.

Il capo politico della Lega, Matteo Salvini, bacia il crocifisso per testimoniare la sua fede profonda nei valori cristiani (source: YouTube).

Prendiamo anche un liberale, uno di quelli che ha sempre pensato che la libertà individuale e il libero mercato possano solo sorridere alla persona operosa e realizzare il suo successo personale in armonioso lockstep con il progresso della società intera. Anche la narrazione di costui affronta oggi parecchi problemini: intanto non abbiamo più terre da scoprire e sviluppare (ed è ancora troppo presto per pensare di colonizzare altri pianeti). Ma ora che l’IA riesce a fare i nostri lavori meglio di noi, solo i geni veri riusciranno ad avere un impiego degno di questo nome: gli altri rischiano di essere relegati al ruolo di consumatori, controllati in ogni loro movimento (e a breve persino in ogni loro pensiero!) e senza un contributo degno di questo nome da dare alla società. Insomma, anche per chi fino a ieri ha fatto coincidere il suo sistema di valori con una fede assoluta nel progresso scientifico, la narrazione vacilla.

…e il coronavirus?

Francamente non so come inquadrare questo periodo che viviamo in questi mesi come altro se non un evento della corta durata. Assumendo che l’economia mondiale davvero non collassi per colpa del virus (non credo), gli sconvolgimenti del CoVid 19, per quanto gravi, saranno solo un ricordo nella mente delle persone tra dieci o vent’anni.

Devo però confessare la sensazione di vedere una specie di prova generale negli eventi indotti dal virus corona: cosa fare quando davvero dovremo stoppare l’economia intera per salvare la vita di miliardi di persone? Oggi ce la dovremmo cavare con l’helicopter money, dando cioè soldi a chiunque ne faccia richiesta in modo che l’economia regga allo scossone. Però, se un giorno lo faremo per far fronte al cambiamento climatico senza alcuna prospettiva di tornare alla situazione precedente, allora anche regalare i soldi potrebbe rivelarsi una spada spuntata. Ad oggi un piano alternativo non sembra esserci.

Tiriamo le somme

 La storia è fatta di corsi e ricorsi. Chi non conosce la Storia è destinato a ripeterla.

Alle scuole medie sentivo dire frasi di questo tipo da professorini e tuttologi. La cosa allora non mi tornava. Oggi posso concludere che quest’idea che la storia si ripeta è una bella cazzata: troppe cose sono diverse, a partire dai fenomeni di lunga durata che ho elencato.

L’unica cosa che si può dire con certezza è che siamo ad un punto di snodo epocale. Non solo assistiamo alla fine di movimenti congiunturali che hanno definito i secoli passati, ma vediamo la nascita di tecnologie che hanno tutto l’aspetto di fenomeni di lunga durata in grado di influire sul futuro dell’umanità in modo drammatico.

Assumendo  che una guerra nucleare non ci riporti indietro di diecimila anni, occorrerà trovare una soluzione al problema climatico, ed occorrerà farlo velocemente per giunta. Se il pianeta ha le potenzialità per sostenere la vita di miliardi di persone, non le ha per sostenere una crescita economica secondo il modello attuale. Inoltre, occorrerà riprogrammare gli umani affinché la loro idea di felicità non passi più dallo sfruttamento abnorme delle risorse naturali. Questo si porta dietro la necessità di rivedere il sistema capitalistico o, quantomeno, di sperare che evolva per far fronte alle criticità che si sono fatte oramai innegabili.

Uno dei miei più grandi rammarichi è che, se tutto va sufficientemente bene, non saprò mai come questa pazza storia dell’umanità andrà a finire (se va male, vedrò qualche testata nucleare esplodere a poca distanza e, alcuni secondi prima di essere incenerito, avrò la mia risposta, e con me un po’ tutti).

Questo rammarico è parzialmente mitigato dalla scoperta della Storia 2.0, e di cosa racconta Harari come rappresentante di punta di quella scuola storiografica. L’analisi fatta dallo storico israeliano offre uno sguardo senza sconti alla storia dell’umanità per ricavare una visione del futuro che, con qualche probabilità, ci attende.

In Homo Deus, Harari tradisce la missione dello storico puro e si avventura a fare previsioni sul futuro. Anche lui vede un mondo in cui la nostra etica attuale, umanista e liberale, non basterà più, e ci parla delle minacce che, plausibilmente, il genere umano potrebbe trovarsi ad affrontare in un’ottica di lungo periodo: quando l’intelligenza artificiale acquisirà un’intelligenza superiore a quella umana (cosa praticamente scontata), essa avrà anche una coscienza? E grazie a questa coscienza,  si rivelerà anche benevola verso il genere umano?

Harari lì rischia di avventurarsi in un campo che confina con la fantascienza e preferisco non seguirlo pedissequamente.  E poi, non voglio rivelare troppo di Homo Deus per non spoilerarvelo: è un libro che raccomando assolutamente, con un avvertimento, però!

Non affrontatelo forti solo di questa o quella “narrazione di riferimento” (religione, ideologia, o insieme di valori che dir si voglia). Rischiate di uscirne con le ossa rotte.

 

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