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Dr. Daiana Voiculescu in prima linea col buonsenso a New York contro il coronavirus

Intervista all'anestesista specialista di medicina del dolore della New York University che sta accudendo malati gravi di covid-19 al Bellevue Hospital

Dr. Daiana Voiculescu, center, with colleagues from Bellevue Hospital in Manhattan

“Ogni giorno è difficile, perché ogni giorno mi prendo cura di pazienti intubati, in condizioni critiche. Gli tengo la testa tra le mie mani, gli tocco il viso, gli occhi, i capelli. Uomini e donne, bianchi, neri, ispanici, giovani e anziani, tutti innocenti, persone preziose che lottano per la vita. Gli dico che tutto andrà bene, ma non sono sicura che possano sentirmi”

In English

Con che spirito stanno vivendo i newyorchesi che in prima linea combattono da settimane il coronavirus? Stiamo parlando dei medici e degli infermieri che stanno a stretto contatto negli ospedali con i malati di covid-19. Hanno paura? Sono, dopo almeno tre settimane dove ci sono state già oltre diecimila perdite solo in città, sfiduciati o sono ottimisti? E come vivono quando non stanno lavorando? Dove dormono? Dove mangiano? E come sperano di non ammalarsi? Hanno paura di contagiare i propri cari?

Dr. Luciana Daiana Voiculescu dopo aver finito un turno di lavoro

Per cercare di capire lo stato d’animo di questi eroi che ogni giorno si occupano dei malati rischiando la loro vita, abbiamo intervistato la Dr.ssa Lucia Daiana Voiculescu, medico anestesista che lavora per l’ospedale NYU Langone e che in questi giorni cura i malati di covid-19, da volontaria dove c’è più bisogno.

Laureata alla “Carol Davila” Università di Medicina di Bucarest, Romania, Dr. Voiculescu si è specializzata nella medicina del dolore alla Vanderbilt University di Nashville, TN.  Negli Stati Uniti dal 1996 e a New York dal 2008, Dr. Voiculescu è Associate Professor al Department of Anesthesiology, Perioperative Care and Pain Medicine della NYU Langone Health, NYU School of Medicine. Dirige anche il Pain Medicine Center at Bellevue Hospital.

Daiana, originaria della Romania e come tutti noi newyorchese d’adozione, è anche una nostra amica. Daiana è sposata con Renzo Cianfanelli, il leggendario inviato di guerra del Corriere della Sera che avete spesso letto anche su La Voce di New York. Daiana, da tempo lettrice della Voce, ha accettato con generosità di rispondere alle nostre domande.

Daiana, dove ti trovi adesso? Cosa fai? Di cosa ti occupi?

“Intanto vorrei iniziare specificando che tutte queste mie dichiarazioni rappresentano le mie esperienze, opinioni e idee. Queste non coinvolgono in nessuno modo le istituzioni per le quali sto lavorando. Io sono una anestesista specializzata nella medicina del dolore. Ad un certo punto, agli inizi di marzo, ho partecipato alla pianificazione delle crisi e dei processi decisionali del mio settore.  Mentre la pandemia ha colto il mondo impreparato e direi anche spericolato, qui negli ospedali, a livello istituzionale, abbiamo cercato di farci trovare pronti. Ho moltissimo rispetto e sono onorata nel costatare il grandissimo tentativo fatto da tutti gli ospedali di New York. Ognuno, ad ogni livello e in ogni ruolo, si è adattato rapidamente e ha risposto velocemente a queste tragiche circostanze. L’imminenza della crisi ha scatenato molte idee e soluzioni originali. Nulla è stato facile nell’ultimo mese, ma, con grande tenacia e solidarietà, fino ad adesso siamo riusciti ad avere il controllo della situazione.

Per quanto riguarda me, tre settimane fa, ho delegato la maggior parte dei miei doveri nella clinica dove lavoro ad Angela, la mia infermiera, e ho chiesto di poter aiutare i miei colleghi anestesisti che direttamente si occupano dei malati di Covid al Bellevue Hospital, a Manhattan. Siamo divisi in molte piccole squadre,  che provvedono alle cure di pazienti gravemente malati nelle unità di terapia intensiva  e nei pronti soccorsi: cura delle vie respiratorie, delle linee centrali e periferiche, nel posizionamento, aiutiamo con la ventilazione, il supporto emodinamico etc”.

Dove dormi? Non torni a casa?

“In effetti due settimane fa ho deciso di spostarmi in un hotel. Il mio dipartimento della New York University molto generosamente ha offerto l’albergo per coloro come noi che sono potenzialmente esposti al virus ogni giorno e che non possono restare isolati a casa. Ora vivo in una piccola camera d’albergo a 15 minuti di distanza dall’ospedale. Aiuta il fatto che sia così vicino, una passeggiata. All’inizio di marzo ho smesso di usare i mezzi pubblici. Prima di spostarmi in albergo, già camminavo per tornare a casa. Andata e ritorno, facevo circa 15 chilometri al giorno a piedi…”

Dove e cosa mangiate? E’ vero che ci sono ristoratori che vi mandano ogni giorno cibo gratis?

“Si, cittadini privati, organizzazioni, ristoranti, tutti ci mandano del cibo ogni giorno. Ci sono delle regole che devono essere rispettate, come quella delle porzioni, impacchettamento e trasporto del cibo. La maggior parte delle unità ospedaliere sta ricevendo cibo ogni giorno inviato dai cittadini newyorchesi. Per quanto riguarda me, per le ultime sei settimane ho mangiato soltanto cibo preparato da me stessa. Alla fine di febbraio, con mio marito abbiamo deciso di non mangiare più nei ristoranti. A casa è molto semplice cucinare, diventa più difficile quando si vive in albergo. Fortunatamente, mi piacciono gli avocado, le uova bollite, le sardine in scatola, il kefir, la bresaola e il prosciutto importati e tante noccioline. Tutti i tipi di nocciole. Nella mia vita precedente dovevo essere uno scoiattolo”.

Controllo della temperatura

Rispetto ad una settimana fa, la situazione la vedi peggiorata o pensi che stia migliorando?

“Seguo molto da vicino la situazione a New York City. Per le informazioni messe a disposizione ogni giorno dal New York City Department of Health, i numeri di casi positivi (riportati per la data che il test è stato fatto) e di ospedalizzazione sembrano essersi stabilizzati e aver arrestato la curva della crescita. Vediamo ancora salire il numero dei morti, ma il dato riflette il volume delle diagnosi e delle ammissioni ospedaliere dei giorni scorsi. Sono speranzosa del fatto che stiamo facendo la cosa giusta. Sono fiduciosa che la distanza sociale e il coprirsi il viso aiutino. In termini di cure mediche, so per certo che stiamo facendo tutto quello nelle nostre conoscenze e possibilità per cercare di salvare più vite possibili”.

E’ vero che i più gravi pazienti col coronavirus sono anziani? Quelli che hai trattato che età media avevano?

“La risposta corretta arriverà soltanto dopo che tutto è passato, quando saremo in grado di analizzare grandi volumi di dati da tutto il mondo. La maggior parte dei malati più critici di cui mi sono occupata sono uomini di mezza età (40-60 anni). Questa osservazione , ovviamente, non dovrebbe essere estrapolata. Ogni avamposto medico si sta occupando di strati di popolazione con pazienti diversi, con diverse caratteristiche e livelli di severità della malattia”.

Si sa veramente poco di questo covid-19: in questi ultimi giorni, tra medici avete saputo qualche novità importante che potresti spiegarci a parole semplici?

“Sfortunamente niente di nuovo è emerso negli ultimi giorni che potesse cambiare il corso e la severità di questa malattia nei pazienti criticamente malati. Ora comprendiamo meglio la malattia, ma non abbiamo soluzioni radicali. I pazienti più malati sono ancora trattati a secondo dei sintomi, provvedendo al supporto respiratorio e emodinamico. Molti di questi pazienti sono sotto dialisi e alcuni sono messi sotto l’ossigenazione extracorporale (ECMO).”

Daiana al Bellevue Hospital mentre si prende cura dei pazienti malati di covid-19

Dei pazienti fortunati che dopo essere stati intubati ne escono vivi, avete riscontrato delle particolarità in comune? L’età forse?

“Abbiamo visto molte storie di successo. Molti pazienti vengono stubati, lasciano le unità di cura intensiva e recuperano gradualmente bene.  L’età e la severità delle comorbidità probabilmente giocano un ruolo significativo. Ma è troppo presto per giungere a delle precise conclusioni”.

Che consigli daresti a chi in questo momento si sente male a casa, magari comincia ad avere delle difficoltà a respirare ma non ha ancora preso la  decisione di andare in ospedale: quando diventa troppo tardi?

“Ci sono multiple possibilità di sintomi associati con moderate forme di questa infezione. Molti pazienti si lamentano di fatica estrema, dolori muscolari e febbre. Per questi è importante rimanere ben idratati, mangiare, riposare e, ovviamente, normalizzare la temperatura corporea. Qualche paziente soffre di diarrea e nausea. Ancora, l’idratazione e il controllo dei sintomi sono essenziali. Per quanto riguarda coloro che hanno una tosse persistente e gradualmente fanno fatica a respirare, nei casi meno forti, aiuta fare esercizi di respirazione e passare del tempo in posizione distesi sulla pancia, con la bocca in giù distesi. Idealmente, uno dovrebbe essere in grado di monitorare la saturazione di ossigeno, ma mancano in questo momento questi piccoli monitor che fino a non tanto tempo fa vengano venduti nelle farmacie. A prescindere dai sintomi, una volta che uno si ammala, dovrebbe restare in contattato con il proprio medico”.

Nel tuo ospedale si stanno curando pazienti con l’ozonoterapia usata da altri ospedali e si tenta la cura con idrossiclorichina? Cosa ne pensi di queste sperimentazioni? Ha ragione Trump, che dice che quando non c’è nulla da perdere…

“So che la FDA proibisce l’uso dell’ozono ‘in ogni condizione medica in cui non si ha prova della sicurezza ed efficacia’. Non mi sembra che questi requisiti siano stati tolti per il Covid-19. Per quanto riguarda la hydroxychloroquine, la sua efficacia e profilo di sicurezza per il trattamento delle infezioni da coronavirus devono ancora essere dimostrate scientificamente.  Fino ad adesso le indicazioni dell’uso sono basate soltanto su racconti di aneddoti: nell’età della medicina basate sull’evidenza questo non è abbastanza. In questo momento ci sono multipli esperimenti che stanno avvenendo in importanti istituzioni mediche degli Stati Uniti. Lasciamo che sia la scienza a parlare!”.

Con i respiratori come state messi? Per giorni il governatore Andrew Cuomo ha suonato l’allarme che non sarebbero stati sufficienti: nel vostro ospedale?

“I ventilatori sono essenziali nella lotta con questa malattia. Io sono meravigliata dal numero e dalla diversità di questi respiratori che vedo mentre mi occupo dei pazienti in varie aree dell’ospedale. Nella mia intera vita, non ne ho mai visto così tanti e così di diverso tipo di respiratori sotto lo stesso tetto. Abbiamo ricevuto molti respiratori portatili, non sono così sofisticati come quelli nelle sale di rianimazione e a cura intensiva degli ospedali, ma buoni abbastanza per mantenere le persone in vita e aiutarle a star meglio. In questi giorni nessun ospedale a New York si sente a proprio agio con il numero dei respiratori che ha, ma fino ad adesso, almeno nel mio ospedale, nessun paziente che ne aveva bisogno gli è stato negato. Il personale medico e amministrativo sta facendo degli enormi sforzi e arrivano anche con idee innovative per assicurarsi che abbiamo respiratori a sufficienza per tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Quale è stata fino ad adesso la situazione per te più difficile da affrontare da quando combatti per salvare vite dal coronavirus?

“Ogni giorno è difficile, perché ogni giorno mi occupo di pazienti in condizioni critiche e intubati . Gli tengo la testa tra le mie mani, gli tocco il viso, gli occhi, i capelli. Uomini e donne, bianchi, neri, ispanici, giovani e anziani, tutti innocenti, persone preziose che lottano per la vita. Gli dico che tutto andrà bene, ma non sono sicura che possano sentirmi”.

Secondo te, perché New York è l’epicentro mondiale in questo momento? Chi ha sbagliato? Era inevitabile che avvenisse o non si è fatto qualcosa che si poteva fare?

“Nel bene e nel male, New York è Novum Caput Mundi! Non penso che la crisi potesse essere evitata dato il ruolo che gioca New York nello scenario mondiale, le sue intrigate connessioni, la densità e varietà di popolazione. Penso che la magnitudine della crisi avrebbe potuto essere mitigata ma, non ho il sapere e la qualifica per dire quale errore sia stato compiuto, quando e da chi”.

Dr. Daiana Voiculescu

Hai paura di ammalarti?

“Ti ricordi il Dr. Rieux ne La Peste di Camus? Ad un certo punto diceva: ‘Non ho idea di cosa mi aspetti o cosa accadrà quando tutto questo sarà finito. Al momento so questo: ci sono persone malate e hanno bisogno di essere curate’.

No, non ho paura di ammalarmi. Questa non è il tipo di malattia che mi fa paura. E’ una malattia cattiva che costringe le persone a soffrire e anche a morire in solitudine. Ma eventualmente, la maggior parte delle persone contagiate migliora. Certo, dato il mio lavoro di medico, devo prepararmi come un soldato in combattimento per ogni evenienza che potrebbe capitarmi: sofferenza personale, solitudine e anche morte. La scorsa settimana ho firmato il mio testamento. L’ho fatto al lavoro, con due colleghi come testimoni. Business as usual al tempo del coronavirus”.

Quando anni fa in Romania decidesti di voler diventare medico, ti saresti mai immaginata che un giorno saresti finita in trincea contro una pandemia così pericolosa?

“In quegli anni, nella supposta Romania socialista, stavamo disperatamente lottando con gli effetti catastrofici della ‘società socialista multilateralmente sviluppata’. Tranne che questo slogan era tutto un imbroglio. Eravamo costantemente sottomessi al respiro pesante proveniente da Mosca, il nostro potentissimo vicino sovietico dell’Est. Ricordo che leggevo molto in quegli anni. Fu il periodo che scoprì Camus e il suo La peste. Un libro che tutti, dottori o no, dovremmo rileggere di questi tempi. Spero che non ti dispiaccia se finisco di risponderti con un altra citazione da Albert Camus: ‘Non c’è una domanda di eroismo in tutto questo. E’ una questione di comune decenza.  Questa è una idea che fa sorridere qualcuno, ma l’unico modo per lottare contro una peste è col buonsenso’”.

 

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