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COVID-19 andamento nel mondo: gli ultimi dati confermano difficoltà USA

Più di un quarto del totale degli infettati sono negli Stati Uniti e nella conta globale dei morti ancora gli USA insieme all'Europa arrivano all'86%

April, 2020: "I love NY: In the heart reflection on the water I don’t use the blu mash, is a hope that all this finish soon. Our heart for NY is all the time red". Painting by Flavio Bragaloni

Mentre i casi maggiori europei, Spagna e Italia, danno qualche segnale di stabilizzazione della curva di crescita dell’infezione, gli Stati Uniti subiscono una terribile continuità federale di contagio da coronavirus, che solo in alcune situazioni statali accenna a rallentare. Vale la pena gettare lo sguardo sul complesso dei dati fatti circolare da Pew Research Center, riguardanti diversi aspetti del rapporto tra potere politico e pubblica opinione in materia di Covid-19.

I dati statistici più interessanti della scorsa settimana confermano che sono Europa e Stati Uniti le zone più colpite dal virus Corona 19. Sul totale mondiale di attivi confermati di stamattina (circa 2.420.000), più di ¼ sono statunitensi e più di 1/3 europei e statunitensi. In quanto a decessi, il ruolo euro-statunitense è ancora più rilevante: insieme arrivano all’86% del totale. A contribuire sono in particolare gli Stati Uniti, insediati nella prima posizione delle colonne di tutti i numeri assoluti nelle tabelle di seguito riportate (lunedì, mercoledì, domenica) ad eccezione dei guariti.

Si sarà notato che mentre i casi maggiori europei, Spagna e Italia, danno qualche segnale di stabilizzazione della curva di crescita dell’infezione e altri paesi, in particolare Francia e Gran Bretagna, non riescono ancora a contenerla, gli Stati Uniti subiscono una terribile continuità federale di contagio, che solo in alcune situazioni statali (si veda la tabella di seguito) accenna a rallentare.

Nello spazio settimanale, l’Italia mantiene il rapporto tra decessi e casi confermati ampiamente sotto il mezzo punto percentuale e la Spagna fa anche meglio. Gli Stati Uniti fanno crescere lo stesso dato di quasi 1 punto e mezzo. Si noti che il Belgio, e anche per questa evidenza viene inserito il suo caso, innalza il dato sino a 14,76, il più alto della tabella. Il piccolo paese nordico, che è ancora nella fase ascendente della pandemia come testimonia il basso numero di guariti inferiore a 9.000 rispetto ai quasi 38.500 casi confermati, è un altro caso esemplare di come ignavia e presunzione  dei governanti possa infliggere  alla popolazione costi altissimi in termini di sofferenze e morti. Il Belgio, dopo il primo caso del 4 febbraio (un cinquantaquattrenne asintomatico in rientro dalla Cina), salvo qualche giorno nei quali si va leggermene sopra quota 500, è sempre con casi quotidiani al di sotto delle 400 unità. La curva inizia a salire il 26 marzo: il 29 racconta 10.836 casi confermati e 431 morti. In quei giorni la curva si spinge sino a quasi 2.000 casi quotidiani. C’è quindi un’importante regressione seguita da rialzo e andamenti alterni con regressioni anche sotto quota 1.000 e rialzi oltre 1.500 quotidiani. La seconda settimana di aprile fa segnare qualche speranza con stabilizzazione e persino il crollo sino a quota 500 giornalieri. Poi, inatteso, l’inarrestabile sinora picco ascendente che ha condotto a 2.454 casi confermati in un giorno. Il 15 il Belgio annuncia 30.029 casi confermati e 4.357 morti. Ieri era a 38.500 confermati e 5.700 morti ufficiali. Il 16 aprile la ministra federale della sanità Maggie de Block ha proposto di cambiare il metodo di rilevazione di malati e morti, con l’evidente proposito di confondere le acque e far flettere la percezione negativa che il paese sta acquisendo all’interno e all’esterno. Da allora i dati sono centellinati e piuttosto ambigui. Il Belgio, peraltro, è tra i paesi (l’Italia tra questi) che nicchiano sull’alto numero di decessi in case di riposo e di cura private per anziani e portatori di handicap (giovedì mattina risultavano 2.387 decessi in case di riposo sui 4.857 totali).

A questo proposito, si torna ad osservare quanto sia complessa l’acquisizione dati. Come si è avuto modo di dire, proprio nella cattiva e intempestiva informazione si è rivelato uno dei limiti del ruolo dell’Oms nella pandemia. Ciò è accaduto anche perché non tutti i paesi comunicano dati ufficiali credibili. Il Regno Unito continua a dare informazione incongrue; ad esempio non si trovano numeri sulle  guarigioni nei suoi ospedali. L’India fornisce cifre così poco credibili da convincere a togliere il suo caso dalla tabella, in attesa di cifre più verosimili. Altrettanto, anche se in minor misura, può dirsi della Cina. A conferma di come le statistiche cinesi possano essere dei cangianti, come i virus Corona, compaiono dal nulla a Wuhan, giovedì 16, ben 1.290 ulteriori morti, spuntati non si sa se da abitazioni private o da un rigurgito informativo dei registri ospedalieri. A quel punto Wuhan  assomma un totale di 3.869 morti, il 50% in più di quanto prima comunicato. Salgono di poco anche i casi di contaminazioni di Wuhan, a 50.333, con un tasso di mortalità locale sui casi confermati pari a 7,68 e la percentuale di casi sulla popolazione (11 milioni) di 4.575,73 per milione, un livello che l’intera Spagna, il paese che detiene quel triste primato percentuale, non ha raggiunto ad oggi. In tutta la Cina i casi confermati salgono ora a più di 82.000.  Automaticamente, quel giorno crollerà nella verticale sui casi quotidiani il numero dei casi ancora attivi, che nei giorni successivi … riprende a salire. Il tutto ben visibile nella tabella di giovedì di seguito pubblicata. Si ricordi che in qualche articolo fa si era evidenziato l’altissimo numero di urne cinerarie accumulate a Wuhan, in distribuzione per la festività dei defunti. Comunque, visto che la Cina ormai da due settimane muove in misura minima i propri andamenti, diviene poco significativa per il tipo di ragionamenti qui di interesse. 

Si era detto in uno dei primi interventi della rubrica su Covid-19, in marzo, che l’infodemia sarebbe stato uno degli aspetti della crisi pandemica, specie nelle sue ricadute politiche. Non sorprendano pertanto né la manipolazione dei dati, né le strumentalizzazioni che questa o quella parte politica potranno fare delle informazioni in circolo. Una ricerca Pew di questa settimana, ad esempio, dice che il 52% degli statunitensi ritiene che il presidente Trump tenda a dipingere l’evoluzione della pandemia in termini migliori di quanto effettivamente sia. Forse anche per questa ragione, ad un’altra domanda di Pew, il 66% degli intervistati risponde che è giusto che cariche pubbliche elettive critichino l’amministrazione Trump sulla sua risposta al coronavirus; si noti che anche il 47% degli elettori repubblicani è dello stesso avviso.

Trump and the Covid-19 pandemic in the USA in an illustration by Antonella Martino

Sempre in quest’ambito, vale la pena gettare lo sguardo sul complesso dei dati fatti circolare da Pew Research Center giovedì 16, riguardanti diversi aspetti del rapporto tra potere politico e pubblica opinione in materia di Covid-19. La rilevazione è stata effettuata tra il 7 e il 12 aprile; tre le domande, a doppia entrata.

Appaiono due evidenze: l’ opinione negativa sui tempi di reazione presidenziali e il timore che gli stati accelerino una ripresa che la sensazione del peggio in arrivo vorrebbe spostata più in avanti.

Ulteriori inchieste effettuate nello stesso periodo allargano il ventaglio delle posizioni dei cittadini statunitensi. Solo il 44% degli intervistati giudica positivamente quanto Trump sta facendo in risposta a Covid-19. Al tempo stesso, e sembra una contraddizione, si coagulano maggioranze che ritengono positive le sue decisioni: per il mondo degli affari (51%), per i bisogni economici della gente comune (54%), per ospedali dottori e infermieri (55%). Tra gli intervistati, gli adulti sotto 50 anni e le persone con più studi alle spalle (almeno il bac) esprimono i  giudizi più severi sul presidente. In settimana, Pew ha fatto circolare anche un altro studio: riguarda l’elenco delle minacce percepite, secondo la scala discendente da minaccia maggiore a minaccia nulla.

Come si è letto, l’inchiesta è stata chiusa il 29 marzo: quel giorno la federazione americana aveva meno di 125.000 casi e appena 2.229 deceduti. Venti giorni dopo la situazione sarebbe stata ben più drammatica, come documenta la tabella di sabato scorso, qui riportata. Eppure già la preoccupazione più rilevante nella popolazione riguardava la diffusione delle malattie infettive. Il vero allarme non era scoppiato e le autorità ancora discutevano sui provvedimenti di chiusura da assumere, eppure il 79% degli statunitensi vedeva ben chiaro dove fosse il rischio maggiore e il 19% che lì vi era comunque un rischio. Solo il 2% non considera le infezioni un rischio.  Mai prima in inchieste simili la malattia infettiva era stata considerata tanto rilevante: nel 2016 si collocava, in simili inchieste Pew, al 60% e due anni prima al 52%, benché salisse al 66% nel 2001.

Neppure sorprende che tutte le questioni economiche dell’elenco si trovino, in questa fase, nelle posizioni di fondo. Fuori dai legami con Covid, si noti che l’unica voce nella quale vince la percezione del rischio minore rispetto alla percezione del rischio maggiore è quella dei conflitti tra nazioni o gruppi etnici: non è un bel risultato per quella che un tempo era la potenza regolatrice dei conflitti a qualunque latitudine sorgessero. Si approfitta delle illuminazioni della tabella Pew per qualche altra osservazione fuori dal seminato strettamente Corona.

Nelle sei posizioni successive al rischio infezioni, cinque evidenziano rischi che arrivano dall’estero (e lo stesso rischio contagio , peraltro, può essere incluso tra le minacce estere). La successione rende esplicita l’attuale percezione americana del mondo come rischio e non come opportunità.

Nonostante la martellante campagna del presidente contro la Cina e contro l’assunzione di responsabilità della sua amministrazione sul clima globale, nonostante le obiettive responsabilità cinesi nella diffusione di Covid-19, l’opinione pubblica statunitense mette quasi sullo stesso piano la minaccia cinese e quella climatica, 62% e 60%. In ricerche comparabili di anni precedenti, Pew mai aveva rilevato un dato così alto di consapevolezza sulle questioni ambientali: tra il 2016 e il 2019 si era tra 53% e 59% e nel decennio precedente non si era mai superato il 50%. Solo nel 2001 la posizione pro clima sarebbe risalita al 53%. Altrettanta attenzione richiama la scarsa percezione di rischio attribuita al movimento delle popolazioni  attraverso migrazioni.

Sono opinioni che, se dovessero trasformarsi in consequenziali intenzioni di voto per novembre, suonerebbero un campanello d’allarme per la campagna elettorale di Trump, visto il contrasto dei democratici alla posizione dei repubblicani su emergenza climatica e libertà di movimento dei migranti.

Per il primo aspetto, si noti che, nel corso della settimana,Trump è stato costretto a prendere posizioni che mandano a ramengo principi della sua politica immigratoria. Ha fatto appello ai medici esteri, specie se con esperienza epidemiologica e virologica, perché contattassero i consolati ed entrassero negli Stati Uniti il prima possibile per mettersi a disposizione delle autorità sanitari. Ha legalmente blindato gli immigrati senza documenti legali che lavorano nei campi, qualificandoli come “impieghi essenziali”, al fine di risolvere due rischi: che non si presentino alle autorità mediche in caso di infezione, che abbandonino il lavoro del raccolto ora che la stagione avanza.

Per il secondo aspetto, può qui essere collocato il risultato di uno studio di ricercatori di Harvard pubblicato in settimana da New England Journal of Medicine. Afferma il legame tra diffusione del contagio e inquinamento  atmosferico. Gli organismi umani sottoposti per lunghi periodi ad inquinanti come particolati e polveri sottili, avrebbero indebolite le capacità di difesa e sarebbero di conseguenza meno difendibili dall’attacco del virus Corona. I polmoni, nel respirare gli inquinanti, si ritroverebbero “infiammati” e soffrirebbero il conseguente danneggiamento del loro rivestimento. Per i ricercatori di Boston, le aree a maggior inquinamento avrebbero rischio superiore del 15% rispetto all’unità successiva (un microgrammo in meno di concentrato di particolati per metro cubo) di area inquinata. A Manhattan, il calcolo suggerisce 250 morti in più di Covid-19 per unità superiore. Per la cronaca, la scorsa settimana Trump ha annunciato l’ulteriore smantellamento delle protezioni all’ambiente e alla salute decise da Obama con riferimento alle emissioni di gas di scarico delle automobili.

Il ragionamento sul rapporto tra mal-aria e decessi da Covid-19 è stato già proposto. I casi di alta mortalità lombarda e in genere settentrionale  in Italia, newyorkese, londinese e inglese, di Wuhan, Madrid e Barcellona tendono a riproporlo. Anche in Belgio sono le zone economicamente più avanzate a pagare il costo maggiore all’infezione: giovedì 16 i casi confermati con test vedevano sul totale Fiandre al 59%, Vallonia al 30%, Bruxelles al 10%. Sul caso italiano, le Fiandre stanno alla Lombardia come la Vallonia al mezzogiorno.

Può consolare che prosegua l’opera di pulizia planetaria dell’aria, generata dalla drastica diminuzione di circolazione. Si è anche registrato il contenimento medio di 1/3 del rumore sismico causato al pianeta dalle attività umane, spintosi in taluni momenti sino ai 2/3. Secondo West Bengal Pollution Control Board, dopo la drastica chiusura di ogni attività economica decretata dal  governo, Calcutta ha diminuito inquinamenti acustico e atmosferico tra il 50 e il 75%.

Per concludere, rapidi cenni ad alcune questioni che si era promesso di approfondire.

L’Oms innanzitutto. Si è qui criticato a più riprese il suo comportamento nella pandemia. Al solito occorre chiedersi se sia dipeso dal sistema Nazioni Unite o piuttosto da uno o più dei governi che in quel sistema detengono il potere di blocco. Detto questo, va recisamente condannata la decisione di Trump di sospendere in questo momento i fondi dovuti a Oms (1/5 del bilancio di US$ 4miliardi e 400 milioni) per la supposta parzialità nelle informazioni sul virus e per aver permesso ai cinesi di viaggiare anche dopo l’annuncio della diffusione in Cina del virus. Trump dimentica i suoi tweet di plauso alla Cina, concomitanti ai comportamenti che ora rimprovera all’Oms. Il 24 gennaio scrisse: “La Cina sta lavorando molto duro per contenere il coronavirus. Gli Usa si complimentano moltissimo per i suoi sforzi e la trasparenza (sic!!). Tutto andrà bene (sic!!) Da parte del popolo statunitense voglio ringraziare in particolare, il presidente Xi Jinping”. Il 6 febbraio muore il dr. Li Wenliangk, il medico di Wuhan che ha fatto vergognare il regime di Xi e scosso la coscienza civica e politica dei cinesi con la denuncia dell’epidemia insorgente. Trump il 7 twitta “Just had a long and very good conversation by phone with President Xi of China. He is strong, sharp and powerfully focused on leading the counterattack on the Coronavirus.” Washington copriva il 14,6% del bilancio Oms, la fondazione Bill e Melinda Gates il 9,7%. Le prime risposte alla decisione di Trump sono state la decisione della fondazione di aggiungere 250 milioni di dollari alla sua donazione a Oms con destinazione Africa e Asia per lo sviluppo di tecniche terapie e vaccini; il concerto “One World Together at Home” organizzato da Lady Gaga per Global Citizen e Oms come “lettera d’amore al mondo”.

Il Direttore Generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus a Ginevra durante una conferenza stampa “virtuale” per il COVID-19 (Foto UN)

Ora i casi virtuosi di Taiwan e Vietnam. Si è già accennato a come la cultura confuciana fornisca ai cittadini che vi si ispirano rispetto per l’autorità e per la comunità, il che, nella presente pandemia, si è tradotto in comportamenti collettivi disciplinati e socialmente responsabili.

Tsai Ing-Wen, presidente di Taiwan, non ha esitato in gennaio a fissare 124 misure per bloccare l’avvio del virus. Tra l’altro ha esteso di tre settimane il capodanno lunare e chiuso le scuole per evitare qualunque rischio di trasmissione da chi aveva viaggiato in terraferma durante la festività.

Chiunque arrivasse da fuori veniva costretto a 14 giorni di isolamento in casa o in hotel attrezzati per la quarantena. La loro posizione era continuamente monitorata via telefono e due volte al giorno autorità dello stato effettuavano il controllo individuale sanitario. E comunque, ammaestrati dal precedente dell’aviaria importata dal continente, i voli da Taiwan già a gennaio partivano con passeggeri auto protetti da maschera, una risposta-anticipazione insieme emotiva, personale e socializzata. I potenziali contattati dai malati prima del ricovero erano identificati e posti in quarantena. Gli edifici con uffici, i centri commerciali, ristoranti e caffè si sono dotati di controlli elettronici della temperatura corporea e della strumentazione per la pulizia delle mani all’ingresso. I negozi hanno smesso di vendere le mascherine protettive e hanno consegnato le scorte alle farmacie dove sono state consegnate a un prezzo simbolico, razionate in base al documento di identità registrato. La tv ha prontamente diffuso istruzioni tecnico scientifiche sui sintomi e su come comportarsi. Chi li avvertiva era invitato a serrarsi volontariamente in casa per una settimana, in attesa di sviluppi. Nell’autoisolamento, le autorità sanitarie effettuavano il controllo domiciliare, con il risultato del test disponibile in 2 giorni e trasferimento in ospedale in caso di positività. Alle 4 di pomeriggio, ogni giorno, veniva dato al pubblico il rapporto sulla situazione, con diminuzione o accrescimento delle misure di sanità pubblica. Non si sono avuti né chiusura in casa delle persone e cessazione delle attività economiche, né il distanziamento sociale drastico. Taiwan, con quasi 24 milioni di abitanti stamattina documenta 420 casi confermati totali e 6 decessi complessivi. Il Belgio, con meno della metà della popolazione, registra sinora 40.000 casi confermati e intorno a 6.000 decessi.

Non dissimile la scelta del Vietnam. Con più di 97 milioni di abitanti, i casi totali risultano 268, i guariti 202, gli attivi 66. Si tenga presente che l’ampio uso di app sugli spostamenti dei cittadini e il numero di test effettuati rendono, sino a prova del contrario, credibili i dati che, tra l’altro, notificano l’assenza totale di decessi da Covid-19. Il Vietnam è tra i paesi che hanno spedito mascherine agli Stati Uniti, così come a Regno Unito, Francia, Italia.

P.S. In una tabella diffusa nella mattinata italiana del 20 aprile, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane fissa “la data minima di assenza di nuovi casi di contagio”, il d-day dal quale si può ragionare con una certa tranquillità su ripresa delle attività “normali” a carattere sociale, in assenza di nuovi contagiati, nelle singole regioni. L’osservatorio avverte che si tratta di proiezioni meramente statistiche, a parità di ogni altro fattore influente sulla generazione di nuovi casi di contagio confermati. Detto in altro modo già l’allentamento dell’attuale lockdown prima di quelle date, andrebbe ad alterare le condizioni di partenza del computo. Si tratta, tuttavia, di una segnalazione rilevante da tener presente per capire la differenziazione regionale del contagio italiano e la sua attuale tendenza a recedere dall’aggressività.

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