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Aldo Moro, una tragedia italiana. Quel che sappiamo e che non sappiamo

9 maggio 1978: quei brigatisti "cretini" fecero ritrovare il corpo ma continuarono le omertà di Stato che ancora durano dopo 42 anni

9 maggio 1978, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro nella Renault 4. (Foto ANSA)

Brigate Rosse eterodirette? Essendo cretini, oltre che delinquenti, nulla esclude che si possa trattare di incapaci di intendere ma non di volere; magari ci hanno davvero creduto, in quello che hanno fatto. Però come escludere che alle loro spalle abbiano operato portatori di interessi americani, russi, inglesi, francesi, e non necessariamente istituzionali, centri di potere reale tecnicamente irresponsabili e incontrollabili? Scrisse Leonardo Sciascia: “Se non si riesce ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti”. La verità, dopo oltre quarant’anni, è ancora lontana

Quella di Aldo Moro – il 9 maggio del 1978 i Brigatisti Rossi ne fanno trovare il corpo senza vita dentro una Renault rossa, parcheggiata nel cuore di Roma, a via Caetani – la si è definita, a ragione, “una tragedia italiana”; è la tragedia di cinque uomini della scorta, massacrati (e, beninteso, delle loro famiglie), da delinquenti cretini: pensano di fare la rivoluzione uccidendo innocenti con l’“alibi” giustificatorio di un drappo rosso e una stella a cinque punte. Pericolosi, dogmatici, settari, qualcuno con un retroterra di maldigerite nozioni; comunque, e fondamentalmente, criminali cretini. In parti esatte. E’ la tragedia, naturalmente, di Moro, segregato ancora non sappiamo bene come e dove, per 55 giorni, infine malamente ucciso; e anche qui una famiglia che piange e ne esce sconvolta. La tragedia di un Paese, e di un popolo, che ancora una volta subisce e patisce una innominabile “ragione di Stato” che nega la verità, impedisce la conoscenza, in nome di indicibili trame e interessi. Omertà e silenzi che durano da oltre quarant’anni.

E’ dal 1978 che ci si pone gli stessi interrogativi, si cercano risposte; da oltre quarant’anni gli stessi “vuoti”.

Quanti i processi? Le inchieste, giudiziarie e giornalistiche; i libri, le commissioni d’inchiesta, i testimoni, i “pentiti”, i “dissociati”…Un oceano di carte e parole, via tutto… Come non ci siamo. Si prenda solo, come bussola, l’ultimo documento ufficiale: la relazione della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda Moro; la votano all’unanimità, sono parlamentari di tutti gli schieramenti politici, destra, centro, sinistra; quelli che sostengono le ragioni di quella che un tempo si definiva “la trattativa”; quelli che invece ancora oggi ritengono che lo Stato non doveva (e non deve) cedere al ricatto, anche se la vita del sequestrato ne viene pregiudicata. Insieme, uniti, votano un documento che solleva, e fa suoi, interrogativi inquietanti. Per gli addetti ai lavori non sono novità, piuttosto conferme. Ma gli interrogativi di quella relazione sono significativi, al di là del merito, per l’ufficialità del documento. Si mettono in discussione, anzi, si contestano pesantemente, tutte le “certezze” cumulate in questi anni, fondate su sentenze della magistratura, testimonianze di protagonisti a vario titolo, memoriali, e quant’altro.

Si comincia proprio da via Fani, il luogo del rapimento e dell’eccidio della scorta. Si mette in discussione la dinamica, ci si interroga su presenze anomale e personaggi presenti non si sa a che titolo. Perfino si dubita che tutti i componenti del commando brigatista siano stati individuati.

L’agguato di via Fani a Roma, il 16 marzo 1978, in cui persero la vita cinque uomini della scorta del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro

Si prosegue con il covo di via Gradoli: non lo si perquisisce quando si dovrebbe farlo; si accorre nel paese del viterbese quando il nome emerge nel corso di una incredibile seduta spiritica alla presenza di tre stimati professori: Romano Prodi, Mario Baldassarri, Alberto Clò. I tre raccontano vere e proprie fregnacce: avrebbero nientemeno che evocato gli spiriti di Alcide De Gasperi e di Giorgio La Pira. Non si capisce esattamente che cosa si muove: un piattino, dice uno; un bicchierino, dice l’altro; un cucchiaino, dice il terzo. Così spunta il nome di Gradoli: i tre professori in allegra scampagnata con le famiglie, non sanno cosa fare; si annoiano, fuori piove, si danno così all’esoterismo… Peccato che il servizio idrogeologico certifichi che quel giorno, in quella zona dove sorge il casolare di Zeppolino, non sia caduta neppure una goccia d’acqua…

Insomma: tutti si precipitano nel paese di Gradoli; naturalmente non c’è nessuno. C’è forse una via Gradoli a Roma, chiede la moglie di Moro. “No, non c’è”, la risposta. Lei prende lo stradario: la via c’è. L’hanno anche perquisita, ma proprio davanti alla porta del covo, dopo aver cortesemente bussato, dal momento che non risponde nessuno, se ne vanno. Mario Moretti, il capo delle Brigate Rosse, lo stratega del rapimento, vive lì. Il covo lo scoprono in seguito a una infiltrazione d’acqua provocata proprio per far scoprire il covo. Polizia e carabinieri arrivano a vele spiegate, sirene e tutto il resto. Moretti guarda da lontano, s’invola. Che il covo è “bruciato” glielo notificano su un piatto d’argento.

Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse

Anche sulla “prigione” di Moro si mente. Indicata in un appartamento di via Montalcini, è impossibile che Moro sia potuto restare prigioniero per 55 giorni in uno spazio così angusto. Perizie calligrafiche sulle lettere scritte da Moro dicono senza ombra di dubbio che le ha scritte seduto, appoggiandosi su un tavolino. I brigatisti però dicono che le ha scritte accovacciate su una brandina. Perché raccontano il falso anche su una cosa insignificante come questa?

Il ritrovamento del corpo di Moro a via Caetani, così come viene raccontato ufficialmente, non regge. Sono le 12,13 quando Morucci telefona per annunciare la morte di Moro. Ma al ministero dell’Interno la conoscevano due ore prima. Lo riferisce Claudio Signorile, invitato proprio quel giorno da Francesco Cossiga al Viminale, per bere insieme un caffè. Signorile dice di aver avuto l’impressione che Cossiga volesse un testimone, che raccontasse quando e come al ministero dell’Interno giunse la notizia del ritrovamento del corpo di Moro.

Insomma: tutta la vicenda è come un giallo, ma il prisma è rovesciato. All’inizio tutto sembra chiaro; più si procede, più tutto si complica, si fa oscuro, misterioso. Indicibile. Scrive Leonardo Sciascia: “Se non si riesce ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti”. La verità, dopo oltre quarant’anni, è ancora lontana.

Quello di Moro è un martirio che rischia di rimanere sepolto fra i misteri inconfessabili della prima Repubblica. L’inchiesta parlamentare ha accertato come l’appartamento romano del professore Giorgio Dario Conforto, dove il 29 maggio del 1979 vengono arrestati i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, in realtà è un crocevia di vari servizi segreti. Sicuramente la sovietica KGB, ma anche la CIA, e non manca un pizzico di IOR vaticano. Conforto pare giochi su una quantità di tavoli: contemporaneamente uomo della KGB, della CIA e del SISMI italiano. Personaggio che avrebbe fatto la felicità di John Le Carré o Tom Clancy.

Francesco Cossiga, nel 1978 ministro degli Interni, con Aldo Moro

La perizia effettuata dal RIS dei Carabinieri per conto della Commissione smentisce la versione delle BR: Moro non muore subito, non è steso nel portabagagli della Renault, il numero di colpi non è quello che dicono i brigatisti. Perché a distanza di tanti anni, le BR non dicono qual è stata la vera prigione di Moro? Probabilmente nascondono una verità relativa al  cosiddetto “primo livello” del rapimento del leader DC: indicando la vera prigione rivelerebbero delle corresponsabilità impronunciabili.

Brigate Rosse eterodirette? Vai a sapere. Essendo cretini, oltre che delinquenti, nulla esclude che si possa trattare di incapaci di intendere ma non di volere; magari ci hanno davvero creduto, in quello che hanno fatto. Però come escludere che alle loro spalle abbiano operato portatori di interessi americani, russi, inglesi, francesi, e non necessariamente istituzionali, centri di potere reale tecnicamente irresponsabili e incontrollabili? Dice nulla “l’incidente” di cui fu vittima il presidente dell’ENI Enrico Mattei? Dice nulla “l’incidente” di cui fu vittima il segretario dell’ONU Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjold? Dice nulla “l’incidente” di cui fu vittima il generale dei carabinieri Enrico Mino? Dice nulla il sospetto rivelato da un padre nobile della sinistra italiana, Emanuele Macaluso di un probabile attentato – per fortuna fallito – subito da Enrico Berlinguer durante un suo soggiorno in Bulgaria? Macaluso, strettissimo collaboratore di Berlinguer, quando lo rivela, viene guardato con incredulità, stupore: ma che dice? Poi la moglie di Berlinguer conferma, confida che il marito nutriva sospetti che erano qualcosa di più che sospetti. Del resto, l’autista di quel camion che centra l’automobile di Berlinguer non si è mai trovato, sparito. I bulgari, servizievoli esecutori di affari sporchi per conto di Mosca da sempre, fanno un’inchiesta sull’incidente che fa ridere i polli… E Berlinguer in quegli anni dava più fastidio a Mosca che a Washington…  Oggi, dopo oltre quarant’anni, è possibile tracciare il contesto di questa tragedia italiana?

Le conclusioni della Commissione Moro ribaltano la verità giudiziaria finora accertata. Lo spettro di Moro continua ad aleggiare sul paese. Sono tanti i nodi irrisolti. E qualcuno, ancora oggi, ha motivo di tramare (e tremare).

Ricordare non è operazione inutile. Moro in una delle lettere scritte nel cosiddetto “carcere del popolo” dice che la verità è un bene più grande di qualsiasi tornaconto. Ma ci sono dei tornaconto che sono incompatibili con la verità, presuppongono, esigono, si nutrono della menzogna.

Pochi, pochissimi, all’epoca dei fatti comprendono quello che accade, sarebbe accaduto. Tra quei pochi, ancora meno quelli che cercano di impedirlo. 

La copertina della prima edizione de “l’Affaire Moro” di Leonardo Sciascia, per Sellerio Editore

A chi in quegli anni non c’era (ma tutto sommato anche a chi quegli anni li ha vissuti) consiglio di leggere (o rileggere) “l’Affaire Moro” di Leonardo Sciascia, libro scritto a “caldo”, commento e ragionamento intorno alle lettere che il leader democristiano scrive dal “covo” dove era sequestrato.

Sciascia il giorno del rapimento si trova a Roma. A un amico confida: “Non ne uscirà vivo”.  Moro gli appare come agnello sacrificale. Non per un caso ricava da un libro di Elias Canetti l’epigrafe che inserisce ad apertura dell’ “Affaire”: “Qualcuno è morto al momento giusto”.

Moro lo vogliono morto i suoi amici democristiani e i suoi avversari comunisti, che lui ha coinvolto nel governo del Paese. Ed è gara per proclamare che Moro non è lui, è plagiato, irriconoscibile: sì, è lui che scrive, ma sono altri a dettare il contenuto di quelle missive. Pochi, pochissimi, i dissenzienti, quasi sempre silenziati, sepolti da una valanga di insulti. Pochi, pochissimi, obiettano che Moro, anche quando è prigioniero delle Brigate Rosse, continua a essere se stesso, a pensare come sempre ha pensato; che in lui la comprensibile, umana paura di morire non arriva al punto di sconvolgerlo; gli conferisce anzi una maggiore lucidità di sapore testamentario.

Moro ucciso dalle Brigate Rosse, sì; ma si può dire sia ucciso anche da coloro che lo negano, lo disconoscono, sostengono di non riconoscere, nel Moro prigioniero, il Moro di prima del rapimento. Né vale una presunta ragione di Stato: la si poteva benissimo difendere senza disconoscere Moro. Il “delitto” commesso, consumato è stato l’aver voluto sostenere con ottusa pervicacia che Moro è impazzito, non è più lo stesso.

Il Moro democristiano, leader del suo partito, viene definito “grande statista”; una volta catturato dalle BR la sua figura viene negata. E’ esattamente il contrario: da politico Moro non è mai uno “statista”. Da prigioniero, forse lo è. Le BR lo vogliono “processare”; è di tutta evidenza che Moro non si lascia processare: nei suoi interrogatori non rivela nulla che già non si sapesse, solo a usare con occhiuta sagacia e media intelligenza; un “sapere” di cui abbondantemente si può disporre, solo a  seguire con costanza e attenzione i fatti politici, leggere i giornali, i documenti ufficiali, e tirarne la somma, spremerne il succo.

Per dire di qualche interrogativo, di qualche nodo che attende d’essere sciolto: alla vigilia dell’esecuzione, oltre a socialisti, radicali, il variegato partito della cosiddetta “trattativa”, scendono in campo il papa Giovanni Montini; mette a disposizione svariati miliardi in cambio della vita di Moro. C’è il presidente della Repubblica Giovanni Leone, la penna in mano, pronto a firmare la grazia a una brigatista che non si è macchiata di reati di sangue. C’è Amintore Fanfani, è il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, autorevole esponente della Democrazia Cristiana: si accinge a fare un discorso al consiglio nazionale del suo partito in favore della “trattativa”. E c’è una “entità” più forte e potente, invisibile, che blocca tutto.  Chi è questa entità, perché agisce come agisce?

Occorre la pazienza e la sagacia di un lettore appassionato di polizieschi. Paolo VI è amico ed estimatore di Moro fin dai tempi giovanili, quelli della FUCI. Dal Moro prigioniero delle BR riceve una accorata lettera, sente impellente l’esigenza di fare qualcosa. Scrive la nota lettera in cui implora di lasciar libero il prigioniero, senza condizioni: che possa tornare ai suoi affetti, restituito alla sua famiglia. Ma “sente” che  altro va fatto, deve fare. Manda monsignor Agostino Casaroli da Giulio Andreotti, il presidente del Consiglio. Il pontefice vuole che Andreotti conosca il testo della lettera prima che sia resa pubblica. Non è azzardato pensare che Paolo VI abbia chiesto al presidente del Consiglio di fare a sua volta un passo coerente con quello che si accinge a farlo il Vaticano. I termini del colloquio e della richiesta non sono noti, ma si possono facilmente dedurre dalla gelida risposta di Andreotti, questa sì conosciuta.

In alto, dal film “Il Divo” di Paolo Sorrentino, “la confessione” di Giulio Andreotti

Andreotti elenca con ragionieristico puntiglio le ragioni che impediscono allo Stato la trattativa, e il conseguente riconoscimento delle BR. Se Andreotti spiega le ragioni per cui non può e non vuole fare nulla, significa che qualcosa gli è stato chiesto di fare. A un certo punto della risposta di Andreotti si legge: “Il Santo Padre ha fatto per la liberazione di Moro più dell’immaginabile, con una forza e con una delicatezza che hanno riportato molti di noi agli anni felici dell’Azione cattolica universitaria“.   

“Delicatezza”. La chiave della risposta è questa parola: finora il Papa è stato delicato più dell’immaginabile. Continui a esserlo. E’ andata come è andata.

Pochi, in quei giorni sanno e vogliono capire quello che accade, che si vuole accada. Pochi, e isolati, di fronte a un potere arrogante e “incontrollato”. E anche oggi: pochi coloro che comprendono, hanno voglia e capacità di farlo. Tanti non vogliono capire, come allora non si volle comprendere e provare un sentimento di pietà e di misericordia per un uomo, Moro, tradito, dato per pazzo dai suoi “amici”. Un modo utile e forse l’unico vero per ricordare quei tragici giorni e recuperare L’Affaire Moro di Sciascia (l’edizione possibilmente aggiornata, quella con allegata la relazione di minoranza dello stesso Sciascia alla prima commissione parlamentare d’inchiesta). Ci si immerge in una lettura dolente, e inquietante. Per ricavarne, parafrasando la nota poesia di Eugenio Montale, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ma anche quello che sono stati, che hanno voluto; che ancora sono; che vogliono ancora.

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