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I miei figli spiegati ad un razzista: una mamma alle prese col razzismo italiano

Intervista alla scrittrice Gabriella Nobile sul suo libro dove racconta le “disavventure” sue e dei suoi figli di colore, adottati e italiani a tutti gli effetti

Gabriella Nobile at home with her children (Photo Claudio Moschin)

"L’unica strada è l’empatia, mettersi nei panni dell’altro: provare a immedesimarsi in uno straniero che rischia la vita per salvare i suoi figli, o in un bambino che torna a casa troppo silenzioso, perché il suo amico gli ha detto “con te non gioco più perché sei nero” e lui, magari, ha risposto “scusa”"

Si è sempre lo straniero di qualcuno, scriveva così, nel 1998, Tahar Ben Jelloun nel saggio (diventato poi un bestseller) Il razzismo spiegato a mia figlia, per raccontare a Merième, che allora aveva dieci anni, che cosa succedeva in Francia (era l’epoca della legge Debré, che prevedeva la schedatura degli immigrati) e così educare alla tolleranza le generazioni a venire.

Mai come oggi quella frase è tanto attuale, dice Gabriella Nobile. Lei lavora come agente di fotografi e registi, ma è anche la fondatrice di Mamme per la pelle, l’associazione no profit che raduna madri adottive, biologiche o affidatarie per tutelarne i figli discriminati per la loro origine. Lei e suo marito Marco molti anni fa hanno adottato Fabien, nato in Congo, e Amelie, nata in Etiopia. Oggi hanno 14 e 9 anni. Gabriella ha scritto questo libro (I miei figli spiegati a un razzista, pubblicato da Feltrinelli) dove racconta come siano frequenti i più banali episodi di razzismo proprio verso i suoi due ragazzi di colore. Ma anche come non manchino talvolta insulti, emarginazioni, gesti scorretti e sospetti, dovuti sempre al colore della pelle. Lei è balzata agli onori della cronaca due anni fa, dopo un post su Facebook in cui scrisse praticamente una lettera aperta a Matteo Salvini (allora ministro degli interni in Italia) in cui raccontava come sua figlia le avesse chiesto più volte: “Se vince lui, ci rimandano in Africa?”.

Gabriella, perché ha scritto questo libro?

“Per raccontare con leggerezza quel che capita anche in Italia. Non è un Paese razzista ma è chiaro che ci sono problemi irrisolti, o forse mai affrontati sul serio. Non è possibile che italiani dalla pelle scura non siano considerati cittadini di questo Paese solo perché, appunto… non sono bianchi”.

Gabriella Nobile (Foto Claudio Moschin)

Come si può combattere il razzismo?

“L’unica strada è l’empatia, mettersi nei panni dell’altro: provare a immedesimarsi in uno straniero che rischia la vita per salvare i suoi figli, o in un bambino che torna a casa troppo silenzioso, perché il suo amico gli ha detto “con te non gioco più perché sei nero” e lui, magari, ha risposto “scusa””.

Cosa che è successa a sua figlia Amelie?

“Si. La sua amica del cuore le disse una cosa simile, e lei tornò a casa senza dire niente. L’ho scoperto grazie a Fabien, che aveva ascoltato quella conversazione. Ho cercato sua madre e le ho spiegato l’accaduto. Mi ha risposto: “Non so come sia possibile, in casa non diciamo mai queste cose. Certo, quando per strada incontriamo un venditore ambulante diciamo: “Vedi? Ha la pelle dello stesso colore della tua amica Amelie’”. Non ci siamo più frequentati”.

Gabriella Nobile (Foto Claudio Moschin)

Servono provvedimenti legislativi?

“Sono fondamentali per dare a questi ragazzi un senso di appartenenza che gli è negato. Il paradosso è che mio figlio, che non è nato in Italia, è italiano. Il figlio di un egiziano qui da vent’anni è nato a Milano ma non ha la cittadinanza. Questo è sbagliato. Liliana Segre, che ha scritto la prefazione del libro, aveva cercato di avviare una commissione parlamentare sul razzismo, ma è finita sotto scorta.
Non ci conoscevamo, ma quando le ho scritto un’email per chiederle se voleva introdurre il libro, ha accettato. Le è piaciuta in particolare la parte in cui parlo proprio dell’empatia, che è la sola cosa che ci rende umani e ci fa smettere di essere solo oggetti. Stücke, dicevano i nazisti, cioè “pezzi””.

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