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Black Lives Matter. All Lives Matter. But Who, Really, Matters? Italy, capisci?

Anche in Italia si manifesta, ma nel Belpaese la discriminazione ha contorni più sfumati che negli Stati Uniti e i tanti George Floyd restano invisibili ai più

Immagine di un manifestante per "Black Lives Matter" nei giorni scorsi a New York (Foto di Federica Carlet)

Tra i fatti di Minneapolis e le manifestazioni di Piazza del Popolo a Roma c’è un Oceano di mezzo. Tra i drammi quotidiani di braccianti e naufraghi e la quotidianità di un italiano medio c’è forse una strada statale non asfaltata o un braccio di mare. Nel clima d’incertezza per il futuro post-Covid, le proteste esacerbate da anni d’ingiustizia sociale e soprusi arrivano a toccare diverse città italiane. A non molte centinaia di chilometri da luoghi dimenticati da Dio, dove l’American Dream non è che l’ombra di un miraggio

Il ginocchio sul petto. In ginocchio sui campi. I can’t breathe. Il poliziotto preme. La baracca fuma. Il barcone è alla deriva. S’inginocchia la piazza. Una nuova statua crolla.

Tra i fatti di Minneapolis e le centinaia di manifestanti che hanno assiepato pacificamente Piazza del Popolo a Roma in segno di protesta per l’uccisione di George Floyd c’è un Oceano di mezzo. Tra i drammi quotidiani di braccianti e naufraghi – intrappolati nel Canale di Sicilia o in un incendio di un Ghetto nell’agro foggiano – e la quotidianità di un italiano medio c’è forse una strada statale non asfaltata o un braccio di mare.

Piazza del Popolo a Roma per la manifestazione in appoggio di “Black Lives Matter” (Immagine da Yuotube)

“Muoiono a casa nostra e non sappiamo nemmeno i loro nomi: Black lives matter” recita uno dei tanti cartelli agitati nella Capitale domenica 7 giugno. Si confonde tra le decine di striscioni che chiedono pace e giustizia in nome del 38enne afroamericano morto soffocato. A tenerli in alto sono in grandissima parte giovani, molti stranieri trapiantati in Italia, manifestanti che hanno raccolto gli appelli lanciati sui social dal movimento nato negli Stati Uniti già nel lontano 2013, oltre che da associazioni dalle diverse anime, ma che condividono i medesimi valori di fondo. Sono persone istruite, solidali con i loro fratelli afroamericani, che ripudiano il razzismo, il sessismo, il fascismo e ogni forma di violenza, sovente sperimentata sulla propria pelle.

Giovani e stranieri spesso tagliati fuori dal dibattito pubblico, dalle politiche del Governo, da una dignitosa prospettiva per il futuro, scesi in strada per chiedere uguaglianza e diritti, in un contesto italiano nel quale la discriminazione, rispetto alla società statunitense, è un fenomeno dai contorni decisamente più sfumati. Difficile da descrivere in maniera netta e circostanziata, da ascrivere a un’unica categoria o ceto. Ma che quasi sempre vede il predominio dei pochi e la rassegnazione stanca di troppi, l’accettazione di dinamiche e condizioni ai limiti dello schiavismo, in mancanza di alternative. Dinamiche che si ripropongono in un Paese che, come le scarpe, cambia legislature, sigle di partito, repubbliche, ma in cui l’ascensore sociale è bloccato. Un’Italia dove la rabbia, come altrove, la si concentra contro il capro espiatorio di turno: qualcuno la cui condizione reale non ci riguarda, a meno che non ci tocchi da vicino, per un qualche caso sfortunato. E anche allora, la presa di coscienza non è così scontata o immediata.

Un’immagine da youtube della manifestazione per “Black Lives Matter” a Roma

“Furia iconoclasta”, “Le proteste infiammano l’Europa”. Nel clima d’incertezza per il futuro post-Covid, le manifestazioni esacerbate da anni d’ingiustizia sociale e soprusi scuotono anche il Vecchio Continente, arrivano a toccare diverse città italiane. A non molte centinaia di chilometri da luoghi dimenticati da Dio, dove l’American Dream non è che l’ombra di un miraggio, così come la possibilità di riscattarsi da un passato che marchia a fuoco. Un riscatto che non capiterà mai – o quasi mai – in sorte a quei braccianti apostrofati come “scimmie” dai loro caporali. Costretti a elemosinare l’acqua di scolo per dissetarsi da fatiche e vessazioni subite in cambio di una manciata di euro al giorno. O a prostituirsi, come migliaia di donne nigeriane, dopo viaggi della speranza che spalancano le porte a un nuovo girone infernale.

È l’Italia all’alba degli anni Venti del nuovo millennio. Dove il colore della pelle conta, e non solo quello. Un’epoca di simboli facili a venire fuori dal caos e a essere adottati, ma altrettanto facili a essere strumentalizzati in campagne elettorali e di disinformazione e a scomparire, sostituiti da qualcos’altro. Un’era che dalla sua ha certo un’arma nuova, più potente ma anche a doppio taglio. Quella dello smartphone e dei social attraverso i quali documentare e trasmettere in tempo reale orrori che, nonostante l’approvazione o la messa al bando di questa legge o di quell’altra pratica, non sono mai cessati di esistere.

A patto di volerli vedere, denunciare, conoscere. In quanti, condiviso un post indignato, oltrepasseranno la linea che separa l’indifferenza dalla considerazione, il visibile dall’invisibile?

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