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I verbali segreti di Conte e quella decisione di chiudere tutta l’Italia per coronavirus

Sono state pubblicate alcune parti dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico che il governo Conte aveva in precedenza tenuto inaccessibili agli italiani

"Task force" del governo di Giuseppe Conte per il coronavirus (Foto Palazzo Chigi)

Perché costringere tutto il paese a fermare tutto? Perché adottare misure che avrebbero causato un danno incalcolabile all’economia del paese? E, soprattutto, perché non limitare le misure di contenimento solo alle regioni dove esisteva realmente il rischio di contagio? Quella imposta dal governo a tutti gli italiani sembrerebbe più una scelta politica che tecnica...

Ormai tutti gli anni, Agosto è un mese caldo, caldissimo. Non per i turisti, ma per i governi! E il governo di Giuseppe Conte non fa eccezione. Sono stati appena pubblicati i primi verbali del CTS Comitato Tecnico Scientifico, istituito con l’ordinanza del capo dipartimento della Protezione Civile del 3 febbraio, che avrebbe dovuto (il condizionale è d’obbligo) fornire le linee guida per la risposta del governo alla pandemia di COVID-19.

Per comprendere meglio cosa è accaduto è bene fare un piccolo passo indietro nel tempo. Non appena i numeri delle persone affette da corona virus hanno cominciato a salire vertiginosamente, con un’ordinanza del capo dipartimento della protezione civile del 3 febbraio e poi istituito per decreto del commissario per l’emergenza Angelo Borrelli, è stato nominato un  Comitato Tecnico Scientifico con lo scopo di fornire consulenza al capo del dipartimento della protezione civile, Borrelli appunto, in merito all’adozione delle misure di prevenzione necessarie a fronteggiare la diffusione del nuovo coronavirus. A fare parte del Comitato il Segretario Generale del Ministero della Salute, il Direttore generale della prevenzione sanitaria del Ministero della salute, il Direttore dell’Ufficio di coordinamento degli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera del Ministero della salute, il Direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani”, il Presidente dell’Istituto superiore di sanità, un rappresentante della Commissione salute designato dal Presidente della Conferenza delle Regioni e Province autonome e dal Coordinatore dell’Ufficio Promozione e integrazione del Servizio nazionale della protezione civile del Dipartimento della protezione civile, con funzioni di coordinatore del Comitato e altri esperti (ai quali, poco dopo, si è unito Walter Ricciardi, membro del board OMS e consulente del ministero per l’emergenza e i rapporti con gli organismi sanitari internazionali).

Un gruppo di personalità di spicco incaricate di fornire consigli e indicazioni sulle misure da adottare con i DPCM, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri: misure immediate e indiscutibili (o quasi) per far fronte alla crisi sanitaria, ma anche politica, proprio perché fondati sui pareri del CTS. Nessuno ha avuto dubbi su tutto ciò. Almeno fino a quando, finita la prima fase della pandemia, alcuni hanno chiesto di poter consultare i verbali del CTS. Una richiesta alla quale il Consiglio di Stato ha risposto in modo inaspettato segretando i verbali delle riunioni del Comitato. Decisione inspiegabile e sospetta che ha spinto la Fondazione Luigi Einaudi a presentare ricorso presso il TAR del Lazio che ha risposto prontamente imponendo di inviare i documenti alla Fondazione. Questa, non appena li ha ricevuti, non ha perso tempo e li ha resi pubblici:

“La Fondazione Luigi Einaudi pubblica i verbali del Comitato tecnico scientifico posti a base dei Dpcm sul Coronavirus, che il Governo ha deciso di desecretare. Ieri sera, 5 Agosto 2020, alle 21.15 sono stati trasmessi tramite PEC dal Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli agli avvocati Enzo Palumbo, Andrea Pruiti Ciarello e Rocco Mauro Todero le copie dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico n.12 del 28.2.2020; n.14 dell’1.3.2020; n.21 del 7.3.2020; n.39 del 30.3.2020 e n.49 del 9.4.2020”.

In una informativa al Senato, il ministro della Salute, Roberto Speranza ha detto: “La Presidenza del Consiglio ha già provveduto a consegnare i verbali del CTS a chi ne ha fatto richiesta e la regola della trasparenza è quella cui non intendiamo rinunciare”. Ma allora perché segretarli? E perché è stato necessario fare ricorso al TAR?

Sono cinque i verbali non più coperti da segreto di stato: sono datati 28 febbraio1 marzo7 marzo, 30 marzo e 9 aprile 2020. In uno di questi, quello del 7 marzo 2020, dopo aver acquisito dall’Istituto superiore di sanità i dati epidemiologici aggiornati che mostravano una “lieve flessione nell’incremento dei casi nelle zone rosse e un’aumentata incidenza in aree precedentemente non rientranti nelle ‘zone rosse’ medesime”, il CTS proponeva di “definire due livelli di misure di contenimento da applicarsi: uno nei territori in cui si è osservata ad oggi maggiore diffusione del virus, l’altro, sull’intero territorio nazionale”. In altre parole, per gli esperti del CTS era necessario limitare gli spostamenti e le attività solo in una zona limitata del territorio nazionale rivedendo “la distinzione tra c.d. «zone rosse» (gli undici comuni di cui al Dpcm 1 marzo 2020) e «zone gialle» (Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, nonché le province di Pesaro Urbino e Savona)”.

La mappa a fine marzo dei contagi in Italia a cura della protezione civile

Per il resto, venivano suggerite una serie di misure alquanto blande: “apertura al pubblico dei musei ed altri istituti e luoghi della cultura a condizione che assicurino modalità di fruizione contingentata tali da evitare assembramenti di persone; svolgimento delle attività di ristorazione e bar con obbligo di far rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro; sospensione delle attività di pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse, sale bingo e discoteche; divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena; limitazioni della mobilità ai casi strettamente necessari; sospesi i servizi educati per l’infanzia e attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado; sospensione delle attività svolte dai tribunali; apertura luoghi di culto condizionata all’adozione di misure volte a evitare assembramenti; raccomandato presso tutti gli esercizi commerciali l’accesso con modalità contingentate e misure volte a evitare assembramenti”.  

Stranamente, però, due giorni dopo, il 9 marzo, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmava un DPCM nel quale, al fine di contenere e contrastare il diffondersi del virus COVID-19, le misure di cui all’art. 1 del DPCM 8 marzo 2020 venivano estese a tutto il territorio nazionale, vietando ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico, ma anche eventi e manifestazioni sportive. 

Una decisione che ha dato il via al lockdown in tutto il territorio nazionale.  

Una decisione che, almeno stando ai verbali appena diffusi, non sarebbe giustificata o supportata da motivazioni tecniche. Perché costringere tutto il paese a fermare tutto? Perché adottare misure che avrebbero causato un danno incalcolabile all’economia del paese? E, soprattutto, perché non limitare le misure di contenimento solo alle regioni dove esisteva realmente il rischio di contagio?

Giuseppe Conte nell’illustrazione di Antonella Martino

Quella imposta dal governo a tutti gli italiani sembrerebbe più una scelta politica che tecnica. Una decisione che ha causato un danno inimmaginabile a tutto il paese (le stime parlano di un calo a due cifre del PIL nazionale e di danni su alcuni settori – come il turismo e le microimprese o il settore artigiano – ancora difficile da calcolare ma sicuramente senza paragoni nemmeno durante le peggiori crisi del secolo scorso – Guerre Mondiali incluse; e poi il danno al turismo, all’istruzione e a tutti i servizi).

Ma non basta. Nel verbale del 29 febbraio, il Comitato Tecnico Scientifico suggeriva di attivare “nel minor tempo possibile, in strutture pubbliche e in strutture private accreditate” “un modello di cooperazione interregionale coordinato a livello nazionale; attivato a livello regionale, nel minor tempo possibile, un incremento delle disponibilità di posti letto” del “50% in terapia intensiva” e del “100 % in reparti di pneumologia e in reparti di malattie infettive, isolati e allestiti con la dotazione necessaria per il supporto ventilatorio (inclusa la respirazione assistita) e con la possibilità di attuare quanto previsto dalle Linee di indirizzo assistenziali del paziente critico affetto da COVID -19”. “L’attivazione dei posti letto – si legge ancora – dovrà garantire il controllo delle infezioni anche attraverso la rimodulazione locale delle attività ospedaliere”. “Il CTS – riporta il verbale – ritiene, inoltre, che sia necessario ridistribuire il personale sanitario destinato all’assistenza, prevedendo un percorso formativo “rapido” qualificante per il supporto respiratorio per infermieri e medici da dedicare alle aree di sub intensiva”. Su come sia andata sulla gestione delle strutture sanitarie e sulla fornitura di materiale di protezione, oggi, è la magistratura ad indagare. E su più fronti.

Di sicuro è innegabile il numero spaventoso di medici e paramedici che hanno perso la vita a causa del coronavirus: secondo Fnomceo, Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, sono 176 i medici morti in Italia per COVID-19 (ultima vittima, in termini di tempo, Nello Di Spigno, medico rianimatore). 

Forse, come avevano suggerito gli esperti, sarebbe bastato mantenere le “zone rosse” negli 11 comuni di Lombardia e Veneto dove si stava maggiormente diffondendo la pandemia (Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini in Lombardia e Vo’ in Veneto). Magari aggiungendo come ribadito nel verbale del 7 marzo 2020, una distinzione tra “zone rosse” e “zone gialle”. Adottando al tempo stesso misure di contenimento e di intervento sanitario. Solo successivamente, nella riunione del 30 marzo, i tecnici furono costretti a condividere strategia del ministro della Salute e a consigliare di mantenere l’Italia in lockdown almeno fino a dopo Pasqua.

Non si sa ancora cosa emergerà dagli altri verbali del CTS (se mai saranno resi pubblici).

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante una riunione d’emergenza con la protezione civile per la crisi del coronavirus (Foto Palazzo Chigi)

Già perché anche nella diffusione dei cinque verbali datati 28 febbraio, 1 marzo, 7 marzo, 30 marzo e 9 aprile 2020 non mancano i misteri: pare che questi documenti non siano completi. Mancherebbero i verbali della riunione del 3 marzo, ovvero quella in cui manca la zona rossa ad Alzano e Nembro, in Val Seriana, in provincia di Bergamo, una vicenda che nelle scorse settimane ha innescato un rimpallo di accuse – l’ennesimo -tra Regione Lombardia e Governo Conte. Inoltre, nel verbale del 9 aprile, il CTS afferma di aver “acquisito” le “informazioni sulla rimodulazione delle azioni di contenimento del contagio, da adottare nelle varie aree del paese interessate da incidenze anche considerevolmente  diverse” da una fondazione del Trentino. In altre parole, per decidere sul futuro di milioni di italiani, gli “esperti” si sono basati sulle teorie di altri “esperti” e il governo ha deciso di fare di testa propria.

A questo si aggiunge una nota di cui pochi (per non dire nessuno) hanno parlato. Il 18 Aprile, con l’Ordinanza n.663/2020, è stata ridefinita la composizione del Comitato tecnico scientifico. Perchè questo cambiamento? Specie considerato che  la composizione del Comitato, dalla data di istituzione avvenuta con decreto del 5 febbraio 2020, era già stata più volte integrata con “esperti” in relazione a specifiche esigenze, sulla base delle necessità e della della situazione di crisi “per dare continuità alle attività emergenziali, anche nella prospettiva della fase di ripresa graduale delle attività sociali, economiche e produttive”. 

Sembra un racconto di quelli che si leggono solo d’estate, magari sotto l’ombrellone, tra un bagno e l’altro, per rinfrescarsi dal caldo afoso del mese di Agosto. Sono che a fornire la dovuta suspense  questa volta è capire cosa succederà a Settembre, al rientro dalle vacanze (per chi le ha fatte). Quando dovranno riaprire le scuole (ancora oggi sono molti i dubbi: c’è chi parla di fare lezioni all’aperto anche in città del nord come Torino e chi, ad Agosto inoltrato, ha annunciato l’assunzione di migliaia di professori e personale di supporto… un mistero nel mistero). Quando dovrebbero riaprire migliaia e migliaia di imprese (ma molte di queste non ci saranno più: hanno chiuso definitivamente). Quando il governo dovrà spiegare agli italiani dove prenderà i soldi per ripagare il prestito di centinaia di miliardi promessi dall’UE. Intanto, già si parla di una nuova finanziaria estiva. Da discutere sotto il rovente sole d’Agosto…

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