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Lo scandalo delle poste USA: Nancy Pelosi scatena il Congresso contro Donald Trump

La speaker del Congresso richiama deputati e senatori dalle vacanze per soccorrere il servizio postale e mettere sotto torchio Postmaster e "mandante"

Nancy Pelosi applaude sarcasticamente Donald Trump dopo un suo discorso al Congresso (Foto ripresa da Twitter/Doug Mills/Pool via Reuters)

Louis DeJoy, 75mo Postmaster General, grande supporter di Trump e da lui nominato, avrebbe fatto delle scelte che compromettono il regolare servizio delle poste americane e questo, si sospetta, per impedire che la USPS possa gestire adeguatamente anche il voto per posta. Il 24 di agosto il Postmaster General e altri membri del Board dovranno testimoniare davanti a una Commissione del Senato

Nancy Pelosi scalpita e vuole convocare le truppe alla Camera dei Rappresentanti. I senatori Chuck Schumer,  Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Ron Wyden, Amy Clobuchar scrivono ai membri del Board dello United State Postal Service che hanno l’autorità per silurare il loro capo. La battaglia con la Casa Bianca e i repubblicani per i finanziamenti al servizio postale comincia a prendere corpo dopo che Postmaster General, Louis DeJoy, ha bloccato tutti gli straordinari per i dipendenti del servizio postale. Spacciata come una mossa amministrativa per cercare di risanare le finanze di un settore in profonda crisi, le ripercussioni alla decisione a pochi mesi dalle elezioni in un Paese alle prese con il Covid-19 sono più politiche che economiche. Ma andiamo con ordine.

Louis DeJoy

In maggio il presidente Donald Trump ha nominato Louis DeJoy 75mo Postmaster General, responsabile degli uffici postali e del personale di tutti gli Stati Uniti. Più di 600 mila dipendenti in 31 mila uffici disseminati per tutto il Paese. DeJoy non ha mai lavorato in un ufficio postale, ma ha fondato e diretto un’importante azienda di distribuzione merci in North Carolina che anni fa ha venduto. Negli ultimi anni e stato un mega donatore alla campagna elettorale del presidente Trump e ha diretto alcune fondazioni pro life; inoltre è stato insieme all’avvocato di Trump, Michael Cohen (attualmente in prigione), uno dei tre vicepresidenti del settore finanziamenti del partito Repubblicano. Sua moglie, Aldona Voss, è stata ambasciatore americano in Estonia durante l’Amministrazione di George W. Bush. Un carnet pesante questo di DeJoy, pieno di soldi e di cieca obbedienza al presidente che assolutamente non vuole che alle elezioni del prossimo novembre l’elettorato esprima le proprie decisioni per corrispondenza.

Da anni Trump cerca di smantellare il sistema postale americano: inizialmente era nella sua battaglia personalissima con Jeff Bezos, l’imprenditore miliardario proprietario di Amazon ed editore del Washington Post, l’influente quotidiano della capitale federale che non perde occasione per denunciare all’opinione pubblica le controverse decisioni dell’Amministrazione. Poiché Amazon usa anche il sistema postale per distribuire i prodotti, Trump crede che punendo il sistema postale indirettamente punisca Bezos. Ma, conti alla mano, non è il sistema postale ad aiutare Amazon, ma è il contrario.

Per rafforzare la sua battaglia contro il sistema postale il presidente, senza presentare una prova, afferma che le elezioni per posta danno adito a brogli. La nuova ondata di accuse è maturata dopo che molti Stati, in seguito al Covid-19 e ai rischi del virus, hanno deciso di optare per il voto per corrispondenza. Gran parte dell’elettorato è formato da persone avanti nell’età e recarsi al seggio per votare rappresenterebbe un rischio per la propria salute.

Un furgone delle poste americane (Wikimedia Commons/Foto di Alexander Marks)

Il fatto è che molto spesso le buste pre-affrancate non vengono timbrate con la data dell’invio e questo, secondo Hogan Gigledy, portavoce della campagna elettorale di Trump, potrebbe dare adito a brogli. Resta un mistero perché le buste non siano timbrate o perché non vengano messe delle cassette postali solo per il voto dove la gente può imbucare le proprie preferenze e che una volta chiuse le urne, le cassette vengano sigillate.

Per ora sono sei gli Stati che hanno fatto questa scelta: California, Oregon Washington, Hawaii, Colorado e Utah. L’Arizona State University ha fatto uno studio sul sistema elettorale per posta dal 2000 al 2012 e in tutto lo Stato, su milioni di voti, sono stati riscontrati solo 491 casi di voti sospetti. In New Jersey due politici locali, peraltro di basso rango, sono stati incriminati dopo che nelle ultime elezioni primarie per il partito Democratico centinaia di schede elettorali sono state trovate in una cassetta postale. Veramente un nulla se inquadrato nel panorama elettorale generale.

Alle presidenziali del 2016 le persone che avevano diritto al voto erano oltre 250 milioni. Hanno votato meno di 140 milioni di persone, poco più del 55% degli elettori. Hillary Clinton, la candidata democratica, prese poco meno di 66 milioni di voti, Donald Trump ottenne poco meno di 63 milioni di voti. Nonostante che la candidata democratica ottenne quasi 3 milioni in più del candidato repubblicano, venne sconfitta per il bizzarro e antiquato sistema degli “electoral vote”. In qualsiasi altro paese democratico si sarebbe dovuta fare una riforma del sistema elettorale perche la decisione della maggioranza non è stata rispettata. Invece, ad oggi, si dibatte il modo per ridurre il più possibile l’affluenza alle urne.

Il Presidente Donald Trump e la Speaker del Congresso Nancy Pelosi nell’illustrazione di Antonella Martino.

In questo clima arroventato la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha convocato i parlamentari che in questo momento sono impegnati nella loro campagna elettorale nei loro distretti, per dopo la Convention Democratica. Per ora è stata fissata per il 24 di agosto la data in cui il Postmaster General e gli altri membri del Board dovranno testimoniare davanti a una Commissione del Senato. Inoltre due congressmen, Akeem Jeffrey e Ted Lieu, hanno chiesto al direttore dell’FBI, Christopher Wray, di avviare una indagine sul Postmaster General per le sue ingerenze nel sistema elettorale con lo scopo di far vincere Trump. 

Che il sistema postale americano abbia bisogno di profonde modifiche strutturali nessuno lo mette in dubbio. A metà del 2006, durante la presidenza di George W. Bush, il Congresso varò una serie di benefici a favore dei dipendenti postali (la Postal Accountability and Enhancement Act, PAEA) per i quali non c’era la copertura finanziaria. Da lì una spirale di debiti stimati intorno ai 70 miliardi di dollari. I democratici nel pacchetto di aiuti federali vogliono 20 miliardi per la riorganizzazione dell’ente federale. Il fatto è che fare la riorganizzazione ora, alla vigilia delle elezioni durante la pandemia, è il momento meno opportuno.    

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