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Biden il centrista sbroglia la matassa degli aiuti economici per la pandemia

Il presidente eletto vicino all'accordo con i repubblicani per far arrivare soldi nelle tasche degli americani; per il ballottaggio in Georgia l'incognita Trump

Joe Biden (Illustration by Antonella Martino)

Se gli Stati Uniti cercavano un centrista, Joe Biden è il loro paladino. Il presidente eletto dopo le lunghe, frustranti e inutile proposte di democratici e repubblicani sullo stimolo economico per aiutare milioni di americani che hanno perso il lavoro per la pandemia, traccia la sua visione economica: né a destra, né a sinistra. Per lui la via è al centro. Ha forzato la mano a Nancy Pelosi, capo della maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti e a Chuck Schumer, capo della minoranza democratica al Senato, e ha parlato con Mitch McConnell, leader della maggioranza repubblicana al Senato, da tanti anni suo avversario politico, ma mai nemico, per accettare il compromesso presentato al Senato da un repubblicano e da un democratico. Mitch McConnell aveva messo come limite al piano di stimoli 550 miliardi di dollari, i democratici ne avevano presentato uno da 2 mila miliardi. Per molti mesi, sin da luglio, il braccio di ferro tra democratici e repubblicani non aveva prodotto nessun risultato. Ieri Joe Manchin, democratico della West Virginia e Susan Collins, repubblicana del Maine, ne hanno presentato uno da quasi mille miliardi. In questa proposta gli americani che hanno perso il lavoro riceveranno 300 dollari la settimana per un totale di 280 miliardi, 160 miliardi saranno divisi tra i 50 Stati dell’Unione per far fronte alle spese sostenute per tutto l’apparato medico-sanitario, 82 miliardi per la scuola e alle Università che hanno dovuto implementare le nuove regole anti-coronavirus, 228 miliardi alle piccole aziende di commercio e manifatturiere per riaprire le loro attività, 45 miliardi alle società dei trasporti. Quasi 800 miliardi, i restanti 195 verranno impiegati per l’acquisto dei vaccini, per gli aiuti alle persone che non possono più pagare l’affitto, in buoni alimentari per le persone che non possono comprare il cibo e per il servizio postale.

Questa proposta è stata silenziosamente accettata dalla maggioranza dei senatori di entrambi i partiti ed è molto simile ad un piano già presentato da Mitch McConnell la scorsa estate. Questo, però è un piano a breve scadenza, per venire incontro alle necessità immediate causate dal covid 19. La vera manovra sarà fatta dopo l’investitura di Biden alla Casa Bianca la cui entità dipenderà dall’esito delle elezioni in Georgia. Nel caso di vittoria dei democratici, Biden potrebbe azzardare un piano di stimoli ambizioso. Se i repubblicani mantenessero invece il controllo del Senato, il presidente eletto dovrebbe preparare un piano quadriennale più contenuto nella consapevolezza che la maggioranza repubblicana non approverebbe lo stanziamento di ulteriori migliaia di miliardi di dollari.  

Così la Georgia con le elezioni del 5 gennaio è diventata il punto di equilibrio per il controllo del Senato. Se i repubblicani dovessero aggiudicarsi uno solo dei due seggi in palio, manterrebbero il controllo, se i democratici dovessero vincerli tutti e due otterrebbero indirettamente loro la maggioranza. Indirettamente perché il Senato sarebbe diviso equamente tra 50 repubblicani e 50 democratici (48 + due indipendenti che votano con i democratici, come il Senatore del Vermont Bernie Sanders). Il voto finale in caso di parità spetta al presidente del Senato che per statuto è il vicepresidente degli Stati Uniti, cioè Kamala Harris. Ed ecco che la posta in palio in Georgia è diventata altissima poiché i democratici già hanno la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. In questo modo se dovessero conquistare anche i due seggi al Senato avrebbero il controllo dei due rami del Congresso.

La Georgia questo fine settimana riceverà la visita del presidente Donald Trump e i repubblicani dello Stato sono tutt’altro che contenti. La sua presenza rischia di fare perdere le elezioni ai due candidati del Gop. Questo perché Trump continua con la sua narrativa dei brogli elettorali e si scaglia verbalmente contro l’apparato repubblicano dello Stato. Le ultime accuse questa mattina, subito dopo la cerimonia di premiazione delle Medal Of Freedom, quando ha detto che il governatore, il segretario di Stato, il vicegovernatore, tutti repubblicani, sono stati complici nella sua sconfitta perché non hanno voluto scoprire i brogli e  hanno certificato i risultati elettorali sapendo che erano stati manipolati. Inutili tutte le smentite da parte degli stessi repubblicani, dal Ministro della Giustizia, William Barr, al capo del controllo cibernetico federale del sistema elettorale. Trump continua nella sua falsa narrativa mettendo così a rischio le elezioni nello Stato perché c’è la forte possibilità che i suoi seguaci, per “punire” l’apparato repubblicano “complice dei brogli”, non votino e che i repubblicani moderati, visto che i due candidati al Senato sono entrambi filo Trump, votino per i democratici. Un incubo per McConnell che non osa andare contro Trump e non difende i repubblicani dello Stato che invece chiedono il suo intervento.

Trump al tempo del coronavirus (Illustrazione di Antonella Martino)

Trump non perde occasione per raccontare la sua fiction story elettorale e per cercare di prendersi i meriti anche dai vaccini che nelle prossime settimane saranno distribuiti, accusando le società farmaceutiche di far parte del complotto e di essersi accordate con i democratici per dare la notizia delle loro scoperte mediche solo dopo le elezioni. Più accusa, contesta, si vittimizza, e più soldi la sua organizzazione “True the Vote” riceve dai suoi seguaci. Finora ha raccolto più di 170 milioni di dollari. Se non continua con la sua campagna di disinformazione rischia di prosciugare il flusso dei contributi che riceve e così va avanti imperterrito a dispetto della verità noncurante delle conseguenze che la sua campagna sta facendo alla democrazia americana. Si prende i meriti di aver forzato le società farmaceutiche, che poi, secondo lui lo avrebbero tradito, di aver prodotto a tempo record questi vaccini con la sua operazione Warp Speed mettendo anche in difficoltà in un momento così drammatico la validità medica dei vaccini stessi e demotivando milioni di americani.

Per questo l’ex presidente Barack Obama ieri ha assicurato di essere “assolutamente” disposto a vaccinarsi contro il Covid-19, anche pubblicamente, non appena sarà disponibile per la popolazione. “Se Anthony Fauci dice che questo vaccino è sicuro e può immunizzarti dal coronavirus, lo farò assolutamente. Potrei vaccinarmi davanti  una telecamera solo così la gente capirà che bisogna fidarsi della scienza”, ha aggiunto. Con Obama si sono schierati anche gli ex presidenti George W. Bush e Bill Clinton, anche loro pronti a farsi filmare mentre prendono il vaccino. Secondo un sondaggio Gallup pubblicato lo scorso novembre il 42% degli americani ha dichiarato di non essere disponibile a vaccinarsi perché sono stati scoperti troppo in fretta. 

Infine nell’inchiesta avviata dalla procura federale sui perdoni giudiziari del presidente a fine mandato se ne è aggiunta un’altra sulle spese gonfiate per l’inaugurazione presidenziale del 2016 dopo la vittoria di Donald Trump. Mercoledì la figlia maggiore del presidente Trump, Ivanka, è stata interrogata dagli inquirenti per l’uso improprio dei fondi dell’Inauguration Day nel gennaio del 2017. Secondo gli investigatori il comitato per l’inaugurazione nominato dal padre, una organizzazione no profit, avrebbe volutamente speso oltre un milione di dollari, pagando il doppio del dovuto per le celebrazioni tenute al Trump Hotel di Washington. La stessa organizzatrice delle manifestazioni si era opposta a queste spese sproporzionate, ma venne zittita dalla figlia del presidente che ieri ha dovuto spiegare i motivi per cui decise di spendere nell’albergo di proprietà della famiglia più di quello che era dovuto.

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