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Le conseguenza della pandemia sulla società assente del mondo che verrà

Possiamo ancora definirci “società”? Il Covid ha accentuato l’isolamento delle persone, già provocato da globalizzazione e crisi economica

Marzo 2020, New York, le mascherine diventano un indumento irrinunciabile per proteggersi dal virus (di Terry W. Sanders)

Il tessuto sociale, più frantumato, è privo di concordia. Il valore da riconquistare è il senso di comunità. Ma è indispensabile il superamento delle diseguaglianze

«La società non esiste». La celebre frase pronunciata nel 1987 da Margaret Thatcher rischia, al tempo del Covid, di avere un significato profetico. Un’altra epoca quella, e diverso il significato delle parole, certo. Oggi potrebbe essere il ritratto, impietoso ma veritiero, del pianeta stesso, sconvolto dalla pandemia. L’immagine della vita trasformata dalle misure anti-Covid. La sintesi delle conseguenze del distanziamento.

Tante sono state le implicazioni: confinamento nelle abitazioni, mascherine, distanze negli incontri consentiti, chiusura delle attività economiche, sospensione delle manifestazioni culturali, scuola da remoto, lavoro da casa. Un processo a cascata.

Si è verificato uno stravolgimento e nello stesso tempo abbiamo percepito un senso di confusione per il ripetuto cambiamento delle regole. Non basta lo sforzo per adattarsi. Le misure cambiano di continuo, e ciò fa perdere i riferimenti. Cosa fare? Come comportarsi? Siamo immersi in una dimensione torbida: è come sentirsi frullati dalla mescolanza di colori, norme, avvertimenti.

Siamo costretti ad applicare meccanismi che provocano la lontananza tra i singoli, la distanza tra i gruppi sociali. Ci hanno separato l’un l’altro, negli affetti e nei gruppi. E’ aumentato lo spazio tra noi. Lo chiamiamo sospeso, è innaturale, non sappiamo bene come sia.

L’esito? Una frantumazione sociale, tale da incrinare le relazioni e provocare persino crisi familiari. Appunto il venire meno della “società”, come comunità di persone. La non-società pare la forma del vivere moderno. Siamo forse ai “non-luoghi”, privi di identità sociale, immaginati da Marc Augé?

Tutto è mutato da quella affermazione della Thacher di 40 anni fa. Ricordarla sembra esercizio di archeologia verbale. Potrebbe aver colto – inconsapevolmente – qualche fenomeno già in corso e persino anticipato le cose a venire, la pandemia di oggi.

Proteste contro le misure anti-Covid19 del governo, a Campo dei Fiori, Roma (YouTube)

L’espressione – negare l’esistenza di «una cosa denominata società» –  fu usata dal primo ministro inglese per sottolineare come, a suo modo di vedere, esistessero «soltanto gli individui e le famiglie». Nulla allora faceva immaginare l’arrivo del virus incontrollabile. Né che occorressero misure pesanti per tutelare la salute. Né infine che l’ “assenza di società” potesse essere alla fine il risultato del distanziamento.

Erano altre le premesse del pensiero della Thacher, come sappiamo. Per esempio i primi effetti della globalizzazione, certe conseguenze della rivoluzione tecnologica. In generale, un’interpretazione ideologica fortemente individualistica di stampo conservatore, che aveva origine nel pessimismo politico di fondo.

Come affrontare le crisi? Prevale la disillusione nei confronti delle iniziative collettive di ogni tipo. C’è l’incapacità di pensare rimedi adatti a tutti. Meglio ognuno per conto suo, piuttosto che tutti insieme. Una forma di arroccamento difensivo in capo al singolo. L’individuo, o al massimo la famiglia, è il “nucleo sociale” irriducibile (in effetti lo è) ma è pure quello superstite (dopo il fallimento di tante forme di convivenza statale-sociale).

Il Covid ha disvelato lo stato di crisi di tante forme di condivisione. Solo un esempio. L’edificio del Congresso americano non è circondato da recinzioni e si affaccia su un grande prato accessibile a tutti, per la convinzione che il rispetto dell’istituzione sia radicato nel sentimento comune e non richieda precauzioni.

L’invasione dei manifestanti ad inizio gennaio ’21 – oltraggiosa in sé, e sovversiva perché istigata dallo stesso presidente in carica Trump – ha mostrato quanto fosse fragile quell’idea. I tempi sono cambiati, oppure era illusorio che il rispetto fosse davvero condiviso.

Le istituzioni, private o pubbliche, che dovrebbero raccoglierci intorno a valori comuni, sono diventati “simulacri di società”. Partiti, sindacati, associazioni. Il parlamento stesso. Certo ci hanno messo del loro, tutti quanti. Hanno dato spesso un pessimo esempio, corruzione, incompetenza, incapacità, e lo fanno tuttora. Continue turbolenze investono in Italia l’azione di governo. Motivo? Interessi di parte, tornaconto elettorale, ansia di visibilità sono in primo piano a discapito delle ragioni della collettività. Non importa che la tragedia Covid incalzi e richieda solidarietà.

Cose che squalificano la politica, danneggiano le istituzioni, che infatti appaiono svuotate di senso. E’ comprensibile, come annunciavano i 5 Stelle prima di cambiare idea, che si volesse “aprirle come scatolette di tonno”. Cioè che fossero rivoltate da capo a piedi, neutralizzate se inutili o dannose.

E’ difficile a questo punto distinguere. Separare il cattivo esempio dei singoli dall’istituzione in sé, il bisogno di regole dal mantenimento degli organismi. Non è una questione di simboli, feticci da conservare: traballano le forme storiche – le uniche realistiche – che nelle democrazie liberali hanno dato attuazione alla condivisione sociale.

I sostenitori di Trump abbattono le barriere e irrompono nel Campidoglio.

L’individualismo dei tempi moderni non è solo quello folcloristico dei selfie compulsivi, delle intemperanze giovanili, dell’autoreferenzialità nella comunicazione, del narcisismo dei comportamenti. In una parola, non è solo il disinteresse spicciolo, smaccato, per gli altri. Quell’incapacità di dialogare ed ascoltarsi che si avverte in tv e nei dibattiti.

La consunzione del tessuto sociale è avvenuta prima delle misure restrittive imposte dal virus, anche se questo l’ha aggravato. E’ iniziata sotto i colpi della competizione economica, della corsa alla conquista di posizioni di potere o benessere; del restringimento della visuale all’ottica individuale.

Spesso è stata lamentata, non a torto, l’azione dannosa dei mezzi di comunicazione a partire ovviamente dai social. Diffondono odio, sospetto, diffidenza. Pongono l’uomo contro il prossimo. La chiusura degli account usati freneticamente da Trump in questi anni segnale il limite estremo a cui può giungere un uso incontrollato e farneticante del web. Ma la colpa non è nella natura dei social. E nemmeno nella mancanza di una legislazione al riguardo, che pure sarebbe assolutamente necessaria. C’è ben altro.

Da tempo tutti rifiutano ogni forma di censura, costosa e in concreto impraticabile. Ma abbiamo utilizzato in modo sensato la libertà che ci è piovuta addosso? Prima abbiamo trascurato di imporre regole di comportamento (e di far pagare le tasse), poi ci siamo buttati a testa bassa nel nuovo giochino. Siamo finiti sotto il bombardamento di notizie ed informazioni di ogni tipo, in cui il vero era mescolato al falso. Una nube tossica che alla fine ci ha ammorbato, impedito di vedere chiaro. Non ce ne siamo accorti in tempo.

La post-verità che internet ci consegna è un fatto morbido e tranquillizzante, ma pericoloso. L’immersione nel mondo che conosciamo, la frequentazione di ciò che è già noto e familiare. Le persone che la pensano come noi, gli “amici” che fanno parte – realmente o simbolicamente – del nostro mondo, le cose conformi ai nostri gusti. Eppure il mezzo avrebbe incredibili potenzialità di farci conoscere l’altra faccia del pianeta. Di attivare il confronto con ciò che ci sfugge.

È la conseguenza della nostra profilazione sul web: sa tutto di noi, dei nostri interessi, di ciò che ci attrae, delle nostre idee. Di ciò che vogliamo vedere ed ascoltare. E’ l’effetto di tutte le tracce che spargiamo con disinvoltura ogni volta che premiamo un tasto. Poi chissà perché storciamo il naso se si tratta di scaricare l’App Immuni per tutelare la salute.

La bolla in cui ci siamo rinchiusi ha accresciuto la nostra diffidenza verso l’altro, ci ha separato ancor più da tutto ciò che è estraneo all’ambito personale: soprattutto ci ha reso più sprovveduti quando si è trattato di affrontare il mondo là fuori, di uscire dal recinto; più dubbiosi nell’incontro con l’altro, nel rapporto con l’imprevedibile e lo sconosciuto. Non conosciamo la diversità che ci avvolge, non siamo attrezzati ad affrontarla.

Il Covid ci ha messo a dura prova anche per questo. La perdita dei contatti sociali consueti ci ha proiettati in una condizione nuova. Abbiamo indossato sì la mascherina, qualche volta bofonchiando, ma ci siamo spogliati della “maschera” delle abitudini, dagli schemi noti e sperimentati. Improvvisamente siamo rimasti a nudo: solo le debolezze e le forze di ciascuno contro il male invadente.

Difficile immaginare risorse efficaci al di fuori dell’etica pubblica e della solidarietà verso gli altri: esse sarebbero necessarie per uscirne davvero, e farlo tutti insieme è l’unico modo praticabile. Quello delle risposte improntate al richiamo moralistico, comunque articolato, rischia però di essere un terreno difficile, incapace di far presa sui più, in fondo un richiamo convenzionale.

Sennonché, l’ammonimento presenta un risvolto pratico che torna utile: c’è un collegamento tra la fiducia nell’azione collettiva e l’obiettivo dell’eguaglianza nel sociale. La cooperazione si basa alla fine sulla percezione che ci sia reciprocità tra fare ed avere. Che dall’impegno di tutti derivi un vantaggio per ciascuno. Che insomma nulla vada sprecato e che tutto serva al futuro. Solo così l’equità si rafforza nel sentire comune. Lo sforzo contro le diseguaglianze rimane il più saggio accorgimento per sollecitare le energie dei singoli e orientarle verso la solidarietà.

 

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