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100 anni fa la scissione di Livorno: ideali e fallimenti del Partito Comunista Italiano

Dal Partito Socialista, quell'inverno 1921, si staccò il ramo più a sinistra. Nacque così il PCI, che diventò il più grande partito comunista dell'Occidente

In molti continuano a chiedersi perché l’Italia sia stato il paese che ha inventato il fascismo come ideologia e pratica di governo, e al tempo stesso abbia prodotto il più vasto e autorevole partito Comunista dell’intero Occidente. Chi estende l’interrogativo al tempo presente, s’interroga anche perché la penisola documenti la più ampia area di populismo elettorale tra le democrazie occidentali, con il paradosso aggiuntivo di esprimerlo sia nella compagine di governo che nell’opposizione. La domanda vuole capire, in particolare, se i fenomeni richiamati costituiscano incidenti di percorso, o al contrario testimonino una “natura” della politica italiana.

A favore della congettura assistono alcune riflessioni, suggerite dalla ricostruzione di alcuni aspetti della nascita, cent’anni fa, del partito Comunista d’Italia, come scissione del partito Socialista Italiano.

Antonio Gramsci (wikipedia)

Almeno due le esigenze che dirigenti e intellettuali socialisti di tutto rispetto come Antonio Gramsci, Umberto Terracini e Amedeo Bordiga intesero soddisfare con quell’atto, che decisero in piena consapevolezza, dopo un dibattito lungo e corposo (specie nel gruppo torinese), sulle colonne di Avanti! e Ordine Nuovo: portare alle estreme conseguenze la tradizione del massimalismo contrario alle scelte e al metodo di lotta del partito, guidare l’Italia a fare “come la Russia” ovvero realizzare la rivoluzione proletaria in occidente nonostante essa fosse già  fallita in altri paesi europei ad esempio in Germania.

Filippo Turati, capo storico del socialismo italiano e riformista convinto, già nel 1903 aveva avvertito: ‘‘va esercitata non la propaganda agitatoria ma propaganda educatrice, che suppone uno studio e una pazienza tenace’’, ben diversa da quella ‘‘propaganda al bengala che con una parola mite è chiamata improduttiva, ma che al contrario è produttiva di male.” Checché ne dicesse il padre nobile, rivoluzionarismo marxista e massimalismo, per un numero di dirigenti e militanti  socialisti, confluivano nella spinta a seguire Lenin e la concezione bolscevica del socialismo.

Lenin aveva convocato a Mosca, nel marzo 1919, il congresso mondiale dei socialisti per farli votare sulla creazione del Comintern (poi detto anche Terza Internazionale o Internazionale Comunista), l’ufficio mondiale di collegamento coordinato dal partito Comunista dell’Unione Sovietica, Pcus. Il capo bolscevico chiese ai socialisti non russi di saltare il guado ed assumere, nei rispettivi paesi il ruolo di agenti del proselitismo bolscevico. L’Internazionale sarebbe stato il riferimento dottrinario, ma anche la fonte di solidarietà finanziaria e organizzativa. In molti dei delegati si prestarono, e tra questi membri della delegazione socialista italiana, che meno di due anni dopo, non riuscendo a conquistare la leadership del loro partito, credettero bene di fondarne un altro uscendone e diventandone feroci avversari.

I “compagni” russi e quelli della galassia della 3^ Internazionale guidata da Grigorij Evseevič Zinov’ev, capo del soviet, cittadino e regionale, di Pietrogrado e presidente dell’Internazionale Comunista, avevano intorbidito parecchio le acque del dibattito interno ai socialisti italiani. Già di suo, quel dibattito era tradizionalmente fatto di confronti duri e divisioni ma, tendenzialmente, confluiva nella scelta di cambiare la società italiana, come indicava Turati, in direzione di valori come la libertà e la giustizia sociale, per via pacifica, quindi attraverso lotte sociali (le leghe, i circoli, l’associazionismo, i sindacati, le cooperative) e parlamentari. Gli uomini che vengono ispirati da Mosca, ritengono che quel metodo di lotta vado sostituito con la “rivoluzione”.

Quando, dal 15 al 21 gennaio 1921, al teatro Carlo Goldoni di Livorno si riunisce il XVII congresso del socialismo italiano, l’Internazionale bolscevica esige l’espulsione dal partito di chi non si riconosca nella linea dettata da Zinov’ev, che il gruppo dirigente che arriva al congresso sia di conseguenza rimosso, che il nome stesso del partito sia adeguato alle esigenze. Condizioni tanto pesanti da risultare inaccettabili dal congresso.

La prima pagina de L’Ordine Nuovo del 22 gennaio 1921 dà conto della nascita del Partito Comunista d’Italia (wikipedia)

Di scissioni le sinistre e i movimenti di ispirazione più o meno marxista sono campioni da sempre, in una sindrome di harakiri che ha prodotto, in molte esperienze nazionali, la ragione prima dell’incapacità di chi presume di battersi per il popolo a ricevere dal popolo il mandato a governarlo. Quella di Livorno aveva una caratteristica originale, rifacendosi a un modello estraneo alla tradizione del dibattito che dalle origini caratterizzava  la sinistra e il socialismo italiani. Di suo questa aveva prodotto, ad esempio, anarchismo, marxismo, riformismo, massimalismo, pacifismo, ma mai aveva teorizzato compiutamente che una minoranza avesse il diritto a imporsi, se lo avesse ritenuto utile, con metodi violenti.

I delegati davanti al Teatro Goldoni nel congresso di Livorno del 1921 (wikipedia)

Peraltro, gli scissionisti portavano avanti il loro disegno in uno scenario di gravità unica che, se opportunamente considerato, avrebbe consigliato almeno di soprassedere e rinviare. E sì che dietro la scissione c’erano menti brillanti e lucidissime, in primis quella di un maestro di pensiero, non solo rivoluzionario, universalmente rispettato ancora oggi, come Antonio Gramsci. Due erano gli elementi più gravi da considerare, e non lo furono, almeno in apparenza. Il primo, che si indeboliva un apprezzato e consolidato fattore nazionale di riforme e cambiamento, il Psi, in un paese che di riforme aveva un tremendo bisogno, in particolare nell’immediato primo dopoguerra, per promuovere un fattore di cambiamento di origine straniera, totalmente estraneo alla cultura italiana. Il secondo che le randellate e l’olio di ricino dell’estremismo nero, insieme al crescere dei Fasci di Combattimento e ad episodi come la cosiddetta Impresa di Fiume, facevano capire che la politica italiana era tentata da una deriva verso la destra autoritaria che solo un partito Socialista unito avrebbe potuto, se non battere, contrastare con efficacia. La marcia su Roma e la presa del potere di Mussolini, avverranno, e non è un caso, a nove mesi dal parto del pCd’I e non saranno certo i neonati comunisti a potervisi opporre, ammesso che Mosca lo volesse.

Vladimir Lenin presenta il rapporto sulla situazione internazionale alla sessione del secondo Congresso del Comintern. San Pietroburgo, 19 luglio, 1920.
(Foto di Karl Bulla)

C’è un episodio, in quel periodo, che la dice lunga sulla totale estraneità del bolscevismo – e quindi della tradizione comunista italiana che alla mammella leninista suggeva per crescere e irrobustirsi – alla cultura autenticamente italiana del socialismo. Avvenne a Mosca, a margine di una riunione Comintern, e lo ricorda con dovizia di particolari, in un libro del 1964, uno dei protagonisti, il dirigente socialista, della corrente massimalista, Ezio Riboldi. La delegazione era tutta lombarda: insieme a Riboldi, Costantino Lazzari e Fabrizio Maffi. Lenin chiese di vederli e il triumvirato lombardo fu guidato per gli imponenti saloni del Cremlino al cospetto di colui che in suo film del 2000 il grande regista russo Aleksandr Sokurov avrebbe chiamato con una solo parola: Telec, toro. Nel nord Italia si stava concludendo il cosiddetto biennio (1919-1920) rosso, quando, specie nel polo industriale di Torino, socialisti e sindacati operai avevano guidato una lunga sequela di scioperi e occupazioni delle fabbriche, con rivendicazioni e scontri anche di una certa durezza. Dice cordiale il capo bolscevico: «Bravi, le avete occupate, questo e` il primo passo. E adesso? Cosa farete dei padroni delle fabbriche?’». I tre socialisti lombardi si guardano senza avere pronta una soluzione al quesito. Non così Telec: ‘‘Uccideteli!’’. I lombardi, massimalisti quanto si voglia ma organici alla tradizione umanitaria del socialismo italiano, ribattono: «No, noi a Milano siamo brava gente e queste cose non le facciamo». Immaginarsi con quanto disprezzo Vladimir Il’ič Ul’janov dovette rimirare quei borghesucci che avevano così in disdegno l’assassinio.

Non c’è da stupirsi che da Mosca arrivasse ai partiti comunisti la disposizione tassativa di considerare i socialisti che aderivano al metodo democratico come rinnegati e nemici del popolo, così nemici che quando il fascismo comincerà a prendere piede in Europa, i socialisti saranno definiti ovunque dai comunisti “socialfascisti”, “socialtraditori”. L’ideologia favorevole alla rivoluzione e all’uso della violenza per l’instaurazione della dittatura del proletariato, non solo bloccherà i comunisti dall’opporsi al fascismo dilagante in Europa, ma puntellerà con i suoi comportamenti violenti la propaganda fascista contro il “pericolo rosso”. Per l’Italia lo avrebbe spiegato Giacomo Matteotti: “Il nemico è attualmente uno solo, il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno, diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro’’. Neppure l’assassinio di Matteotti e la vicenda dell’Aventino, schioderà la scarna pattuglia parlamentare comunista da una posizione che la riporterà presto nell’aula chiamata da Mussolini “sorda e grigia”.

Benito Mussolini ad una manifestazione interventista a Milano

Benito Mussolini ad una manifestazione interventista a Milano

C’è anche che Lenin non ha ancora deciso cosa fare con Mussolini. Quando Turati si consiglia con lui sulla tattica opportuna alla presa del potere in Italia, replica: «Avevate l’uomo adatto ma l’avete espulso dal partito: Mussolini».

Stava accadendo ciò che il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein aveva con lucidità anticipato a Karl Marx a Londra nel 1880, manifestando la sua opposizione, da marxista, all’esaltazione della violenza politica e evidenziando la deriva che l’idealismo faceva compiere alle analisi economiche di Marx. Bernstein documentava che l’impresa industriale capitalistica, contrariamente alla tesi dei comunisti sull’impoverimento progressivo dei lavoratori, stava facendo avanzare in termini socio-economici, operai e ceti medi, e che la stessa sotto il profilo finanziario non si esprimeva tanto nella concentrazione del capitale quanto nella diffusione dell’azionariato popolare. Il socialdemocratico se la prendeva con il rivoluzionario da salotto che nulla capiva dei bisogni dei lavoratori, in quanto “figlio della borghesia fattosi proletario d’occasione” ricordando che “la convinzione acquisita in decenni di lavoro organizzativo, ha trasformato tanti dirigenti operai inglesi – socialisti e non socialisti – in fautori ferventi della temperanza.”

Eduard Bernstein (wikipedia)

Nel 1920, quindi prima della fondazione del partito Comunista di Gramsci, denunciando l’azione degli agitatori e delle spie di Mosca contro la nascente repubblica democratica di Weimar, Bernstein spiegava ai socialisti europei di quale fatta fossero i comunisti sovietici: ‘‘Che sotto questo e molti altri aspetti essi si rifacciano decisamente ai peggiori metodi del vecchio sistema [zarista] si accorda del resto con tutta la loro mentalità politica. La loro teoria socialista è un marxismo grossolano, quando addirittura non è arretrata rispetto a Marx; la loro dottrina politica è una esaltazione della forza creativa della violenza brutale; e la loro etica politica non è una critica ma un disconoscimento delle idee liberali che trovano la loro espressione classica nella grande Rivoluzione francese del XVIII secolo”.

Bernstein scriveva sotto l’emozione dei fatti che, tra l’altro, avevano condotto all’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt, e del rischio corso dalla neonata repubblica e dalla leadership socialdemocratica impersonata da Friedrich Ebert. Non è dato sapere quale sia stata la sua emozione nel leggere l’epitaffio publicato su due colonne da L’Unità, quotidiano dei comunisti italiani, l’1 marzo 1925, in occasione della scomparsa improvvisa, a soli 54 anni, di Ebert. L’allora presidente della repubblica tedesca è chiamato nel titolo “social-traditore” e nella chiusa a lui così ci si riferisce: “… gli operai e i contadini d’Italia, di fronte al passaggio di questo feretro social-democratico, passano oltre. Senza scoprirsi. Perché il morto fu un boia del proletariato”.

Filippo Turati (wikipedia)

In sintonia con Bernstein, Turati spiegherà a Gramsci e agli altri che si preparavano alla scissione, a quale deriva si votavano. Il discorso, del quale si riportano stralci, è su Avanti! del 20 gennaio 1921:  “Fra qualche anno, il culto della violenza, della impazienza, della possibilità del miracolo, della violenza fisica e morale che vuol cambiare il mondo, non ci sarà più. Il nucleo solido che rimane è … l’abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura: tutto ciò è il socialismo che diviene. E non diviene, compagni, per altre vie. Ogni scorciatoia allunga il cammino. […] sarete forzati a vostro dispetto (ma lo farete con convinzione perche´ siete onesti) a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei ‘‘socialtraditori’’ di una volta. E dovrete farlo, perché essa è la via del socialismo. E dovrete fare una azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore, reazione, delusione’’.  La profezia copriva anche il destino del leninismo e dell’Urss: “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete allora inteso appieno il fenomeno russo di cui voi farneticate la riproduzione meccanica che è storicamente e psicologicamente impossibile e, se possibile fosse, ci ricondurrebbe al Medioevo. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo. Questo bolscevismo oggi si aggrappa a noi furiosamente a costo di dividerci, di annullarci, di sbriciolarci. Ma noi non possiamo seguirlo ciecamente, perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale.”

C’è chi congettura che al fondo della cultura politica italiano predominino fattori come insurrezionalismo, populismo, massimalismo, culto del tutto e subito, invece di valori come liberalismo, tolleranza, moderazione, continuità di azione, che albergano in altre società europee. La ricostruzione di quanto accadde prima, durante e immediatamente dopo la fondazione del partito Comunista, sembrerebbe rafforzare la congettura e contribuirebbe a spiegare perché, con rarissime eccezioni come quella della breve collaborazione organica di centro sinistra, mai in Italia si sia prodotta la lunga era di riforme, necessaria a curare le ingiustizie e le arretratezze strutturali di cui soffre il paese.

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