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Joe Biden, fatti non parole per la crisi da covid; intanto su Trump il Gop tentenna

Il presidente annuncia il suo "Economic Relief Plan" in aiuto delle famiglie per la pandemia; al Senato trovato l'accordo sui tempi per il processo d'impeachment

Joe Biden fa il presidente e con una serie di ordini presidenziali decide di intervenire immediatamente in aiuto alle famiglie che a causa della pandemia si trovano in gravi situazioni economiche. La sua è una politica diretta: meno dibattiti e più sostanza. Al Congresso, invece, la politica molto spesso fa perdere la visione della concretezza dei problemi reali impegolandosi nell’eterno braccio di ferro sul potere decisionale.

Nella conference room della Casa Bianca Brian Deese, National Economic Council Adviser del presidente Biden, ha detto che che a causa della pandemia il Paese è confrontato con una grave crisi ed ha bisogno di aiuti economici e per questo motivo la Casa Bianca ha preparato un piano di aiuti per 2 mila miliardi di dollari. Poco dopo lo stesso presidente ha annunciato il suo “Economic Relief Plan” firmando poi due ordini esecutivi per fornire aiuti immediati alle famiglie più in difficoltà e per allargare le protezioni di sicurezza per i lavoratori federali.

Il primo estende i programmi alimentari per le famiglie che hanno un reddito basso, poi per garantire a chi è rimasto senza lavoro che continui a ricevere l’indennità di disoccupazione. Il secondo porta il salario minimo per i dipendenti federali a 15 dollari l’ora. “Dieci milioni di americani hanno perso il lavoro – ha detto il presidente – 14 milioni di americani non possono pagare l’affitto o il mutuo della loro casa e 29 milioni di adulti e 8 milioni di bambini lottano per poter mangiare. Il maggior peso di questa crisi colpisce le comunità di colore. Un lavoratore nero su 10 ha perso il lavoro e nella comunità ispanica è 1 su 11. L’America non li può abbandonare”.  Ora sta al Congresso dibattere il piano da quasi 2 mila miliardi di dollari proposto dal presidente. 

Mentre alla Casa Bianca si parlava delle misure anticrisi, alla Camera dei Rappresentanti la speaker Nancy Pelosi ha annunciato che lunedì presenterà gli articoli dell’impeachment. Immediatamente dopo Chuck Schumer, ora nuovo leader della maggioranza democratica al Senato, aveva in un primo momento confermato che lunedi mattina il Senato avvierà il processo per il presidente accusato di “incitamento all’insurrezione”. I repubblicani fino all’ultimo avevano cercato di ottenere un rinvio per far cominciare il procedimento a metà febbraio. Avevano infatti minacciato di usare il “filibustering” un espediente per allungare i tempi del dibattito. Schumer brutalmente aveva ricordato che ora i democratici hanno la maggioranza e avrebbero bocciato qualsiasi manovra dilatoria.

Poi ecco la svolta: il processo di impeachment dell’ex presidente Donald Trump inizierà il 9 febbraio, almeno secondo un accordo raggiunto venerdì sera dai leader dei senatori democratici e repubblicani Charles Schumer (D- NY) e Mitch McConnell (R- Ky). Questo ritarderà quindi di due settimane il processo al Senato per stabilire se Trump è colpevole di insurrezione contro il Congresso per gli eventi del 6 gennaio. Il verdetto di questo processo potrebbe vietare a Trump qualsiasi candidatura ad una carica federale.

La maggioranza democratica avrebbe potuto forzare il Senato a iniziare il processo immediatamente, ma questo ritardo alla fine servirà ad entrambi. Da un lato, darà a Trump l’opportunità di mettere insieme la squadra per la sua difesa, mentre per i democratici consentirà più facilmente al Senato di andare avanti speditamente con l’approvazione delle nomine di governo del presidente Joe Biden.

Durante le precedenti schermaglie tra Schumer e McConnell un portavoce dell’ex presidente aveva fatto sapere che sarà l’avvocato Butch Bowers che difenderà Trump dall’accusa che verrà dibattuta in aula da 9 congressmen democratici. Bowers è stato consigliato all’ex capo della Casa Bianca dal senatore Lyndsey Graham.

Per i repubblicani si apre un nuovo difficile capitolo. Devono decidere se continuare a difendere Trump per capitalizzare su quel serbatoio elettorale creato dall’ex presidente o prenderne le distanze con la seria possibilità che Donald formi un partito suo sul quale si riverserebbero i voti di quei milioni di suoi simpatizzanti. Ed ecco che negli interventi pubblici il fronte repubblicano difende l’ex presidente, mentre nelle conversazioni private molti parlamentari lo vorrebbe fuori dai giochi politici. E un modo per farlo, ed ecco perché chiedono i rinvii nel processo al Senato, sarebbe quello che la magistratura ordinaria, ora che non ha più la protezione della carica presidenziale, faccia il suo cammino.

Donald Trump lascia la Casa Bianca (YouTube)

Su Donald Trump pendono numerose inchieste giudiziarie: le più pericolose sono quelle che ha a New York. A Manhattan il District Attorney Cyrus Vance indaga da anni sulle manovre finanziare di Trump e della sua Trump Organization che con una intricata serie di società racchiude circa 500 aziende e per questo è stata chiesta all’ufficio federale delle tasse, l’IRS, la denuncia dei redditi del presidente degli ultimi 10 anni. La magistratura, fintanto che Trump era presidente, ha frenato l’iter giudiziario. La corte d’appello federale del 2.do Circuito aveva deciso che le tasse del presidente dovevano essere rilasciate all’ufficio del District Attorney. Gli avvocati di Trump hanno fatto ricorso alla Corte Suprema Federale. L’indagine è partita dalle rivelazioni dell’ex avvocato personale di Trump, Michael Cohen, che in passato è stato anche il presidente di alcune delle società di Trump, sui prestiti bancari e sui pagamenti effettuati per comprare il silenzio di alcune donne con cui l’ex presidente avrebbe avuto delle relazioni, usando fondi elettorali. 

Letitia James, Attorney General dello Stato di New York

Poi l’Attorney General di New York, Letitia James, ha avviato un procedimento perché Trump avrebbe gonfiato il valore di alcuni terreni di sua proprietà che aveva dato come beni collaterali. Una truffa fatta alla banca che ha concesso il prestito. Il figlio Eric è già stato interrogato alcune settimane fa per questa vicenda. Ma non solo. A Washington DC la procura federale e in Maryland l’Attorney General hanno aperto una indagine per investigare sulla presunta violazione delle clausole costituzionali che proibiscono al presidente di ricevere soldi da politici stranieri per evitare possibili conflitti di interesse. Nel mirino in particolare i salatissimi conti pagati nei suoi alberghi dalle delegazioni straniere. Tra tutti i sauditi che hanno pagato il conto di 500 suits per 3 mesi al Trump International Hotel di Washington.  798 dollari a notte in camere quasi mai usate. Anche questo procedimento è in pendenza davanti alla Corte Suprema alla quale si sono appellati gli avvocati dell’ex presidente dopo che la corte d’Appello federale aveva dato il via libera per il procedimento.

La copertina del libro di Mary Trump

Ma non è finita. In sede civile c’è anche la causa intentata dalla nipote Mary Trump, che accusa lo zio e i suoi fratelli di frode per averla ingannata dandole una quota dell’eredità del nonno, di gran lunga inferiore a quella percepita dagli altri. Poi ci sono due cause per diffamazione, una della scrittrice Jean Carroll e l’altra di Summer Zervos, ex concorrente del reality show The Apprentice. Entrambe hanno citato in giudizio Trump per diffamazione dopo che su alcuni giornali lo avevano accusato di averle molestate sessualmente e l’ex presidente le ha pesantemente insultate.

Ed ecco che i problemi giudiziari dell’ex presidente si intrecciano con il suo futuro politico e con quello del GOP perché per condannare l’ex presidente serve anche il voto di 17 senatori repubblicani e sono molti quelli che non vogliono perdere l’appoggio della base elettorale di Trump. Ma ci sono anche dei senatori repubblicani che se l’ex presidente non dovesse essere condannato per il suo ruolo nell’insurrezione sarebbero disposti a cambiare partito. Mitch McConnell si trova al centro del confronto che si sta combattendo nel suo stesso partito e per questo ha chiesto al Senato di garantire a Donald Trump un “giusto processo” dopo la “fretta” con la quale, a suo giudizio, la Camera dei Rappresentanti ha approvato l’impeachment. Tra l’altro, ha aggiunto McConnell, questo consentirebbe al Senato di proseguire nella sua agenda di conferma dei ministri  della nuova amministrazione.

Nella disputa è intervenuto anche il presidente Biden che ha detto di non avere nulla da obiettare sulla richiesta avanzata da Mitch McConnell di rinviare a febbraio l’inizio delle udienze dell’impeachment. Una mano tesa dal presidente al capo della minoranza repubblicana dopo che che la nomina da parte del Senato per confermare i ministri del gabinetto di Biden va avanti molto lentamente. Finora solo tre ministri sono stati confermati.

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