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Il profondo scontro sul diritto all’aborto nel mondo che coinvolge anche l’Italia

La marcia senza fine per i diritti delle donne: dagli USA alla Polonia il 2021 inizia con divergenti scelte politiche legate alla sanità e all’arbitrio femminile

Nel 2018, duemila donne manifestano a Bologna in difesa della legge sull'aborto (YouTube)

Quella che dovrebbe essere una forma di tutela, diventa una battaglia politica e ideologica, trasformando ancora una volta la condizione femminile in quella di una minoranza

Nel giro di un paio di giorni abbiamo assistito alla revoca della Mexico City Policy negli Usa, forme di ostruzionismo in Italia verso la pillola abortiva e all’inaspettata reintroduzione del divieto all’aborto in Polonia (successivo ad uno stand by della sentenza lo scorso novembre, causa massicce proteste di massa). Un’amara coincidenza, o il segnale di un necessario recupero identitario a favore dei diritti delle donne. L’errore in cui la nostra società occidentale sembra cadere, è considerare l’aborto come una pratica a sé stante, lontana dalla sfera della salute pubblica e troppo vicina a influenze personali, che sfociano ove possibile in prese di posizione radicali e di parte.

Proteste contro la legge che vieta l’aborto (wikimedia, ZeWrestler)

Molti gruppi conservatori tendono ad associare la lotta per il diritto all’aborto con i residui dei movimenti femministi del secolo scorso, nell’ottica di una battaglia volta al termine dove ciò per cui doveva combattere una donna è ormai risolto, finito del dimenticatoio di un periodo storico disordinato e caotico. Il portavoce nelle Marche e capogruppo di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, ha descritto recentemente la difesa all’aborto come “una battaglia di retroguardia che non ha più il valore di allora (riferendosi ai movimenti degli anni ’60)”. Nel 2019, Kate Gilmore (vice alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani) paragonò le leggi statunitensi che limitano e impediscono l’aborto in molti Stati come vere e proprie torture, definendole violenza di genere.

Perché tendiamo sempre a tornare indietro, quando si parla di diritti umani? Forse perché il potere teme l’uguaglianza e il libero arbitrio, dimenticando che questi termini non sono sinonimi di anarchia, bensì di democrazia.

Il 28 gennaio gli americani hanno assistito ad un altro cambiamento: il Presidente ha firmato due ordini esecutivi intesi a ripristinare l’Obamacare e revocare la Mexico City Policy. Ricordiamo che appena tre giorni dopo la cerimonia d’insediamento del 2017, il neo presidente Donald Trump firmò la reintroduzione della Mexico City Policy, una misura voluta da Ronald Reagan nel 1984 che impedisce la distribuzione di fondi federali alle ong internazionali a sostegno dell’aborto. A ridosso delle elezioni del 2020, il Senato ha inoltre confermato Amy Coney Barrett alla Corte Suprema, una vittoria per Trump, che ne condivide la posizione conservatrice su aborto e non solo. «The memorandum will reverse my predecessor’s attack on women’s health access», ha affermato Joe Biden durante la signing ceremony presso lo Studio Ovale, una dichiarazione in contrasto con la campagna pro life del predecessore e dell’ex amministrazione.

Una donna in consultorio negli USA (Flickr, New Voices)

«A huge victory for reproductive rights. Abortion is a fundamental issue of justice in America and we will never stop fighting for it», scriveva la vice Kamala Harris in un tweet lo scorso giugno, riferendosi alla legge anti-aborto bocciata in Louisiana. Harris aveva già anticipato nel 2019 l’intenzione di supportare l’accesso all’aborto, mettendo sul tavolo un piano ispirato al Voting Rights Act del 1965. All’interno, dichiarava che gli stati favorevoli alle restrizioni per l’interruzione di gravidanza avrebbero dovuto ricevere un’autorizzazione dal Department of Justice, per una valutazione sulla costituzionalità delle legislazioni proposte. Si era inoltre fatta promotrice del Women’s Health Protection Act, un disegno di legge federale sponsorizzato da Act! For Women. Il tutto, in difesa dei diritti sanciti dalla sentenza Roe vs. Wade del 1973, la cui influenza a livello federale è continuamente rivisitata.

All’alba dello stesso giorno, migliaia di persone hanno manifestato in Polonia: la sentenza che vieta l’aborto anche in caso di gravi malformazioni del feto è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. Il dissenso popolare in Polonia non è nuovo, ma rinnovato rispetto ai fatti del 2016, anno in cui il primo ministro Beata Szydlo e Jaroslaw Kaczynski (capo del partito politico di maggioranza Diritto e Giustizia, gruppo di ispirazione conservatrice clericale), fecero un passo indietro rispetto ad un disegno di legge che proponeva di fatti il divieto totale all’aborto. Ancora prima, nel 1993, la Polonia legalizzava l’interruzione di gravidanza solo in caso di stupro, malformazione o pericolo di vita per la madre. La nuova sentenza del Tribunale Costituzionale prevede inoltre 3 anni di prigione per i medici che forniranno assistenza per l’aborto nei casi previsti. Le notti di proteste continuano nonostante la pandemia, sfoggiando bandiere arcobaleno e fulmini rossi, simbolo del movimento femminile polacco Strajk Kobiet. Il loro slogan è “to jest wojna”, ovvero “questa è una guerra”, parlano di società civile e Stato alternativo, e non hanno paura di innescare una rivoluzione.

Manifestazioni in Polonia (Pixabay, YuryRymko)

Quella che dovrebbe essere una forma di tutela, diventa una battaglia politica e ideologica, trasformando ancora una volta la condizione femminile in quella di una minoranza.

Nel frattempo, Italia. Il centrodestra nelle Marche si è schierato contro l’utilizzo della pillola abortiva (RU486), in un momento in cui l’aborto – già difficile causa pandemia – è reso quasi impossibile da un gran numero di ginecologi obiettori di coscienza. Per questo, Manuela Bora (Pd) ha presentato il 26 gennaio una mozione poi respinta dal consiglio regionale, sottolineando le discrepanze tra le linee guida del Ministero della Salute (ritenute dalla maggioranza indicazioni e non legge) e la necessità di garantire servizio e assistenza a chi è in difficoltà. Se voglio abortire in Italia, posso farlo, eppure a causa dell’autonomia regionale la Legge 194 viene interpretata a proprio piacimento. Lo scorso agosto, il Ministero della Salute ha cancellato l’obbligo di ricovero estendendo il limite da sette a nove settimane, promuovendo inoltre la somministrazione della pillola abortiva in consultorio e in ambulatorio a favore di un decongestionamento degli ospedali.

Negli USA proteste contro la legge che vieta l’aborto (wikimedia, Lorie Shaull)

Esattamente un mese fa l’Argentina festeggiava la legalizzazione dell’aborto, grazie ad una legge che permette l’interruzione di gravidanza volontaria, e non più solo in caso di violenza o pericolo per la salute. Quasi come un capodanno anticipato, le strade si sono riempite di striscioni e marce di vittoria. Una buona notizia per l’America Latina.

Le persone non hanno smesso di scendere in piazza, e le lotte che abbiamo alle spalle sono ancora giovani. Non stupisce che accanto alle bandiere della Polonia ci fossero quelle LGBT, è un ritorno storico che nella sua contemporaneità ci ricorda la forza della comunità e il dovere politico di ascoltarne il dissenso. Quello che è successo in così breve tempo è la rappresentazione di focolai distinti e troppo lontani ideologicamente. Si spera in una convergenza in nome del benessere, inteso però come diritto.

 

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